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Famiglia che vive nel bosco a Chieti: i bambini trasferiti in una struttura protetta

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I piccoli sono stati portati in una casa famiglia insieme alla madre in seguito al provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila
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La sentenza attesa è arrivata. I tre bambini – una di otto anni e due gemelli di sei - cresciuti insieme ai genitori in una casa colonica senza elettricità nel bosco di Palmoli (Chieti) sono stati trasferiti in una struttura protetta a Vasto insieme alla mamma, Catherine Birmingham. Il padre, Nathan Trevallion, resterà nella vecchia abitazione. "Il Tribunale per i minorenni dell'Aquila ha emesso un provvedimento che sospende la genitorialità in via esecutiva - spiega a Repubblica l'avvocato della famiglia Giovanni Angelucci - sono molto consapevoli, anche i piccoli. I giudici hanno messo in discussione sia il loro stato di salute, sia il livello di istruzione perché non frequentano la scuola ma ricevono l'educazione parentale. Ora abbiamo 10 giorni per impugnare l'ordinanza. Ma i genitori sanno che questo percorso è necessario per poter tornare alla vita che hanno sempre desiderato”.

La sentenza attesa è arrivata. I tre bambini – una di otto anni e due gemelli di sei - cresciuti insieme ai genitori in una casa colonica senza elettricità nel bosco di Palmoli (Chieti) sono stati trasferiti in una struttura protetta a Vasto insieme alla mamma, Catherine Birmingham. Il padre, Nathan Trevallion, resterà nella vecchia abitazione. "Il Tribunale per i minorenni dell'Aquila ha emesso un provvedimento che sospende la genitorialità in via esecutiva - spiega a Repubblica l'avvocato della famiglia Giovanni Angelucci - sono molto consapevoli, anche i piccoli. I giudici hanno messo in discussione sia il loro stato di salute, sia il livello di istruzione perché non frequentano la scuola ma ricevono l'educazione parentale. Ora abbiamo 10 giorni per impugnare l'ordinanza. Ma i genitori sanno che questo percorso è necessario per poter tornare alla vita che hanno sempre desiderato”.

La vicenda aveva attirato l’attenzione dei media e dei social: una petizione lanciata su Change.org nelle scorse settimane aveva raccolto più di 30 mila firme per non far separare i bimbi dai genitori. Australiana lei, inglese lui, hanno vissuto fino a oggi in un vecchio casolare: l’acqua del pozzo, la cucina a legna e il bagno all’esterno dell’abitazione. La storia era arrivata in procura nel 2024, dopo che la famiglia era finita in ospedale per un’intossicazione alimentare dovuta ai funghi. I carabinieri avevano così scoperto le condizioni abitative, le carenze igienico-sanitarie e l'assenza di un percorso scolastico tradizionale. E proprio la segnalazione dei militari ha portato alla decisione del Tribunale. “Non c’è alcuna violenza – aveva spiegato precedentemente Angelucci – la loro è una scelta di vita lontana dalla tecnologia, che vuole mantenere intatto il rapporto con la natura”.

A far discutere di più, e forse a pesare maggiormente nella scelta del Tribunale, oltre all’assenza quasi totale di comfort, la scelta di non mandare i bambini a scuola. La famiglia ha preferito quello che viene chiamato “unschooling”, un approccio nato negli anni ‘70 negli Stati Uniti in cui i ragazzi imparano quello che vogliono grazie a esperienze quotidiane, senza seguire un programma preciso. Alla base c’è un apprendimento basato sulle emozioni e un rifiuto totale dell'istituzione scolastica. La loro vita era finora trascorsa così, scandita dal lavoro della terra e dalla compagnia degli animali. Fino al verdetto dei giudici.

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