Bernardo Cumbo non racconta le storie degli ultimi, ma dei primi: di coloro che per primi hanno scelto una vita alternativa rispetto ai canoni della società moderna.
Fra di loro ci sono eremiti, cittadini degli ecovillaggi, gli ultimi abitanti di sperduti paesini, persone isolate che vivono con appena 50 euro l’anno (sì, cinquanta) e anche famiglie - come quella dell’australiana Catherine Birmingham e dell’inglese Nathan Trevallion insieme ai loro tre figli - “che semplicemente hanno optato per un altro modo di vivere che, per quel che ho visto, non definirei poi così estremo” spiega Cumbo a Repubblica pochi giorni dopo aver incontrato la “famiglia che vive nel bosco” i cui figli sono ora stati allontanati da un giudice.
Cumbo, youtuber e content creator 29enne umbro seguito da centinaia di migliaia di follower, è diventato negli anni la voce di stile di vita autosufficienti, spesso lontano dalle città. Spiega che quella famiglia è solo “una delle tante, centinaia, forse migliaia…
Bernardo Cumbo non racconta le storie degli ultimi, ma dei primi: di coloro che per primi hanno scelto una vita alternativa rispetto ai canoni della società moderna.
Fra di loro ci sono eremiti, cittadini degli ecovillaggi, gli ultimi abitanti di sperduti paesini, persone isolate che vivono con appena 50 euro l’anno (sì, cinquanta) e anche famiglie - come quella dell’australiana Catherine Birmingham e dell’inglese Nathan Trevallion insieme ai loro tre figli - “che semplicemente hanno optato per un altro modo di vivere che, per quel che ho visto, non definirei poi così estremo” spiega Cumbo a Repubblica pochi giorni dopo aver incontrato la “famiglia che vive nel bosco” i cui figli sono ora stati allontanati da un giudice.
Cumbo, youtuber e content creator 29enne umbro seguito da centinaia di migliaia di follower, è diventato negli anni la voce di stile di vita autosufficienti, spesso lontano dalle città. Spiega che quella famiglia è solo “una delle tante, centinaia, forse migliaia di realtà, spesso felici, che hanno deciso di scrivere un capitolo colorato differente della loro vita. Fa rabbia pensare a quanto accaduto, ma dovremmo usarla in maniera positiva per avere risposte, anche legali, per chi oggi sceglie cerca di disegnare un mondo più sostenibile”.
Oggi con il suo “Sepofà” racconta sui social (170mila seguaci YouTube e oltre 230mila Instagram) cosa significa vivere in modo alternativo. Come è nata questa idea?
“Dai 19 anni ai 21 ho vissuto in un ecovillaggio in Umbria scoperto per caso su Facebook. Dovevo fermarmi sei settimane e sono diventati due anni. Per me è stata un’università di vita: ho conosciuto la comunità, la bioedilizia, la permacultura, l’autosufficienza, la comunicazione non violenta, gli asili nel bosco. Mi si è aperto un mondo. Quando lo raccontavo agli amici notavo uno sguardo curioso in loro: volevano saperne di più, soprattutto fra chi era insoddisfatto della propria vita e del lavoro. Così mi sono detto: forse altri vogliono sapere. Dal 2019 ho iniziato a incontrare persone che avevano fatto scelte differenti e filmarle. Oggi giro l’Italia e l’Europa per mostrare chi vive e lavora inseguendo un’altra strada”.
Che idea si è fatto: chi e quante sono le persone che oggi scelgono vite differenti, come quelle della famiglia nel bosco?
“Non lo si dice spesso ma c’è un problema dilagante di solitudine e soprattutto di insoddisfazione nel rapporto con lavoro o la quotidianità. Alcune persone cominciano a farsi domande e da quelle arrivano risposte: c’è chi viaggia per cercare altro ma c’è anche chi decide di cambiare radicalmente, di cercare una vita con relazioni più sane tra persone e natura. Già oggi esistono migliaia di ecovillaggi, ma anche di progetti come asili nel bosco. Io credo siano migliaia anche in Italia le persone che provano a trovare una alternativa, a cercare l’idea di autosufficienza, a liberarsi dal concetto di soldi e lavoro classico. Sono persone che esplorano mondi, spesso facendo fatica. Ma sono anche persone felici quando trovano nuovi equilibri”.
Chi hai incontrato finora?
“Tante sfumature diverse. Ci sono gli estremi, come Vladimir che vive sul cucuzzolo della montagna a mille metri, in una baita raggiungibile solo a piedi, dove non deve pensare alle bollette. Ma penso anche a gente di città impegnata in gruppi di acquisto solidale o progetti di rigenerazione urbana, o semplicemente a chi mangia del proprio orto. In generale noto che in tanti cercano una autosufficienza più mentale che fisica. Sui social poi sono in tantissimi a scrivermi: vogliono sapere da dove iniziare, come fare ad avere uno stile di vita più sostenibile, un po’ come quello che osservano nei video”.
Lei ha conosciuto la famiglia, isolata, i cui figli ora sono stati allontanati dal giudice. Cosa ha visto visitandoli?
“Loro mi hanno scritto e li ho incontrati. Direi che è difficile da raccontare a parole l’amore e il coraggio che ho visto in Nathan e Catherine. Quando ero lì giocavano nel bosco ad acchiapparella con le bambine: per me esprimevano pura gioia. Loro stessi sanno di non essere perfetti nella scelta fatta, ma provano a migliorare. E io penso che dovremmo imparare tanto da loro e non come leggo nei commenti - cosa che mi fa molto paura per il futuro - sentire insultarli o consigliarli di andare via dall’Italia che “non è per voi”. Sono solo una coppia che ha fatto una scelta: hanno la macchina, fanno benzina, la spesa, contribuiscono economicamente alla società, solo hanno scelto autosufficienza per acqua e luce e una educazione diversa per i figli. In sostanza hanno deciso, mi dicevano, di vivere come si poteva fare in certe zone di campagna o boschi 40 anni fa, senza laptop e troppa tecnologia. Nathan mi ha detto: sappiamo quando nasciamo ma non quando moriamo, stiamo solo cercando di scrivere un libro bello per noi e le bambine, pieno di capitoli colorati, di significato”.
C’è chi definisce la loro come scelta “estrema”. Per lei che ha documentato tante scelte simili, lo è?
“No, per me non era affatto una novità e le storie estreme sono altre. Il punto è che questa ormai non è più la storia di Nathan e Catherine ma quella di tutti quei progetti di coloro che provano nel piccolo della quotidianità a combattere l’insoddisfazione sperimentando modi diversi di vivere, abitare, costruire, relazionarsi. Ormai non è più solo la loro storia, ma la storia di chi vuole fare qualcosa per un mondo più bello e sano, dove ci sia reale sostenibilità, ma che non è dentro il sistema. C’è rabbia per quanto successo, ma se condensata bene, non contro qualcuno come lo stato o i giudici, ma piuttosto per qualcosa, allora la rabbia potrebbe servire per ridisegnare un mondo e una educazione più vicina alla natura, per un buon senso che va oltre le leggi e sì, anche per avere una cornice legale d’aiuto a chi fa scelte del genere”.
Quale, fra le tante storie che ha raccontato, l’ha colpita di più?
“Ogni storia mi restituisce qualcosa. Trovo incredibile il coraggio di certe persone, l’andare controcorrente, il trovare soluzioni e innovazioni sostenibili artigianali per mangiare, bere o lavarsi e il ritorno alla manualità perduta. Oggi tutti cresciamo con l’idea che la vita debba essere guadagnare molti soldi, avere una casa e poi la pensione, ma c’è chi mi ha insegnato che questo è uno schema rotto. Non posso scordare Artur. L’ho incontrato in un sentiero nel bosco, stava cercando cibo per la sera. Per lui la foresta è una dispensa: non ha frigo, vive con 50 euro l’anno. Gli ho offerto 20 euro e lui mi ha detto “non me ne faccio nulla, dovrei camminare un’ora per arrivare a fare la spesa e poi tornare con uno zaino pesante”. Li ha rifiutati, ha preferito del cibo in omaggio. Tra chi vive con 50 euro e chi con migliaia al mese, c’è un oceano, un mare di diverse possibilità in cui ognuno dovrebbe chiedersi: dove mi voglio collocare nel mondo, qual è la mia felicità?”.
E lei l’ha trovata la sua felicità?
“Io vivo in campagna, ora la stufa è accesa e sono vicino al bosco. Faccio un lavoro che amo. Per me ora è questa la vita ideale, poi il futuro lo vedremo, chissà: magari tornerò in ecovillaggio".