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Lea Melandri: “Nel governo troppi misogini, si vanificano le conquiste di decenni”

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Intervista all’attivista e saggista: “Questa ultima generazione di femministe durerà: chi sta al potere oggi è visto come un pericolo”
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Mentre il movimento Non una di meno manifesta a Roma, Lea Melandri, attivista del femminismo italiano dagli anni ’70 e autrice del libro Dialogo tra una femminista e un misogino, risponde al telefono: «Purtroppo sono a Milano e non in piazza, ma posso dire che, tra le quattro generazioni di giovani femministe, questa è la più duratura».

Come mai?

«Il femminismo degli anni 70 è comparso come un soggetto imprevisto. Imprevisto era il fatto che le donne potessero comparire con una loro visione del mondo, mettendo in discussione la cultura patriarcale di millenni».

E oggi? Perché l’attuale generazione è quella più duratura?

«Vengono raccolti i frutti delle tante battaglie, c’è più consapevolezza e l’attuale governo viene visto come un pericolo. Ma c’è il rischio che si torni indietro di anni, potrebbe esserci una regressione nelle conquiste».

Eppure c’è una premier donna, Giorgia Meloni.

«Una premier che si fa chiamare “il premier”, con un nome maschile, la dice lunga. Anche altre d…

Mentre il movimento Non una di meno manifesta a Roma, Lea Melandri, attivista del femminismo italiano dagli anni ’70 e autrice del libro Dialogo tra una femminista e un misogino, risponde al telefono: «Purtroppo sono a Milano e non in piazza, ma posso dire che, tra le quattro generazioni di giovani femministe, questa è la più duratura».

Come mai?

«Il femminismo degli anni 70 è comparso come un soggetto imprevisto. Imprevisto era il fatto che le donne potessero comparire con una loro visione del mondo, mettendo in discussione la cultura patriarcale di millenni».

E oggi? Perché l’attuale generazione è quella più duratura?

«Vengono raccolti i frutti delle tante battaglie, c’è più consapevolezza e l’attuale governo viene visto come un pericolo. Ma c’è il rischio che si torni indietro di anni, potrebbe esserci una regressione nelle conquiste».

Eppure c’è una premier donna, Giorgia Meloni.

«Una premier che si fa chiamare “il premier”, con un nome maschile, la dice lunga. Anche altre donne, che oggi si trovano in ruoli importanti della sfera pubblica, dimostrano che le donne hanno fatto propria una visione maschile del mondo. Hanno modi autoritari e violenti, nei confronti delle stesse donne, simili a quelli degli uomini».

Secondo il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nel codice genetico dell’uomo c’è una resistenza alla parità dei sessi. Che ne pensa?

«Intanto vorrei dire che a ridosso del 25 novembre, della giornata contro la violenza sulle donne, sia il ministro Nordio sia la ministra Eugenia Roccella, secondo la quale non c’è correlazione tra l’educazione sessuale a scuola e il calo delle violenze contro le donne, fanno una pessima figura. Danno l’idea di qualcosa di più rispetto a ciò che dicono».

A cosa si riferisce?

«Hanno un tratto decisamente di contrarietà e di opposizione a un movimento di donne che sta portando coscienza nel Paese».

Però la Camera ha da poco approvato una legge bipartisan che definisce reato ogni atto sessuale senza consenso. È un segnale positivo?

«Certamente, ma più in generale questo governo sta osteggiando, anche visibilmente, quella che è la strada più importante per un cambiamento: l’educazione, la scuola, a partire dai primi passi. Gli stereotipi di genere sono precoci».

Citando i dati Istat la ministra Roccella sostiene che non ci siano evidenze scientifiche e che l’educazione sessuale nelle scuole sia un obiettivo della sinistra. Come risponde?

«Come fa una ministra a dire una cosa del genere? C’è dietro una misoginia profonda. Abbiamo davanti un quadro allarmante. Mentre Roccella è più scoperta nella sua misoginia, Nordio ha una posizione più ambigua e denota una certa ignoranza».

Tornando alla questione del dna maschile, cosa c’è di sbagliato?

«Parlare di violenza scritta nel dna è diverso dal dire, come sarebbe stato corretto, che la violenza si è sedimentata nell’uomo perché c’è una storia dominata da un’unica cultura, che è quella maschile. C’è una cultura patriarcale dura a morire. C’è una difficoltà da parte maschile a pensarsi come genere».

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