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Torna la protesta delle donne: “Sconcertate da quei ministri”

Paola Cortellesi e Ferzan Özpetek durante la manifestazione a Roma organizzata dall’associazione Non Una Di Meno in occasione della Giornata Contro la Violenza sulle Donne (Roma - ,

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A Roma migliaia in piazza per la manifestazione alla vigilia della Giornata anti-violenza “Siamo ribelli, non invisibili”. Cortellesi: “Certe parole dei politici generano sconforto”
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Stavolta le transfemministe sembravano meno. In un freddo inusuale di una fine novembre affastellata di manifestazioni e scioperi, c’era la cassa dritta a riempire il silenzio di cori gridati per la prima volta a ritmo di musica house. Poi, per uno strano fenomeno che accade più a Roma che altrove, la coda del corteo si è ingrossata nel cammino. «Siamo 70mila», hanno provato a raccontare alla fine le organizzatrici di Non una di meno.

Eccola la risposta all’esecutivo della “marea fucsia”, dieci anni dopo il primo corteo nazionale. Ieri è tornata, in tono minore, cementata poche ore prima dalle dichiarazioni boomerang dei ministri Roccella e Nordio. «Parole sono sconcertanti: sostengono che l’educazione sessuo-affettiva non serva, che il dna maschile non accetti la parità. Ma è proprio con la cultura che si sconfigge la violenza e si conquistano diritti e libertà», spiega al megafono Sabrina Frasca di Differenza Donna. Più indietro, accanto a Ferzan Ozpetek e migliaia di “sorelle”, …

Stavolta le transfemministe sembravano meno. In un freddo inusuale di una fine novembre affastellata di manifestazioni e scioperi, c’era la cassa dritta a riempire il silenzio di cori gridati per la prima volta a ritmo di musica house. Poi, per uno strano fenomeno che accade più a Roma che altrove, la coda del corteo si è ingrossata nel cammino. «Siamo 70mila», hanno provato a raccontare alla fine le organizzatrici di Non una di meno.

Eccola la risposta all’esecutivo della “marea fucsia”, dieci anni dopo il primo corteo nazionale. Ieri è tornata, in tono minore, cementata poche ore prima dalle dichiarazioni boomerang dei ministri Roccella e Nordio. «Parole sono sconcertanti: sostengono che l’educazione sessuo-affettiva non serva, che il dna maschile non accetti la parità. Ma è proprio con la cultura che si sconfigge la violenza e si conquistano diritti e libertà», spiega al megafono Sabrina Frasca di Differenza Donna. Più indietro, accanto a Ferzan Ozpetek e migliaia di “sorelle”, c’è Paola Cortellesi: «Da cittadina arriva un po’ di sconforto davanti alle affermazioni dei ministri. Serve tutto un altro tipo di società». E Anna Foglietta aggiunge: «Si sono espressi con parole che non condivido. Ma non sono gli unici. La lotta alla violenza di genere dovrebbe essere sempre ingaggiata, a prescindere da ideologie e bandiere. E dove non arriva la politica deve arrivare la società che ogni giorno deve manifestare la propria indignazione».

Dal camion Vanessa, felpa nera e maschera sul volto, urla: «Il governo nega la violenza patriarcale, nega l’educazione sessuo-affettiva, mina i centri antiviolenza». Il senso lo spiega la Casa internazionale delle donne: «Provano a neutralizzare le nostre pratiche ipotizzando esista l’antiviolenza fuori dai femminismi». In uno slogan: «Ci vogliono invisibili, ci avranno ribelli».

Rabbia e cura, dolore e sorellanza. Si balla lungo via Cavour con le Fuksia (“L’unico muro che ci piace/ è il muro di casse”, fa la hit). In piazza dell’Esquilino rimbomba il tintinnio delle chiavi, un minuto di rumore contro l’orrore della violenza domestica. Davanti a Santa Maria Maggiore si bruciano i cartelli con i loghi di ProVita e Famiglia, gli ultraconservatori e antiabortisti, tra i principali oppositopri dell’educazione sessuo-affetiva a scuola. In via Merulana cala il silenzio: accendini e candele illuminano la strada per le donne uccise «che più non hanno voce». Poi la marcia riparte, a tutto volume, con Ornella Vanoni, La voglia e la pazzia, «omaggio a una donna libera». Tra i cartelli spunta anche un macabro: «Ridacci Vanoni in cambio di Meloni». In cielo volano due palloni: la bandiera palestinese e quella trans, «per unire le lotte».

Ci sono soprattutto giovanissime stavolta. Qualche passo più indietro, come chiesto dal carro agli uomini riluttanti a cedere metri alle donne, moltissimi ragazzi: «Vedo un sacco di giovani — dice Edoardo Leo, dietro lo striscione della Fondazione Una nessuna centomila — La mia generazione non è stata illuminata, loro sono migliori di noi».

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