«Non sono mai opportune. Ma in un caso come questo, complesso, in cui ci sono ragioni da una parte e dall’altra, e soprattutto è in gioco la serenità di minori, dovremmo metterci al riparo da speculazioni politiche e guerre ideologiche preventive».
L’avvocato Giandomenico Caiazza, presidente del comitato del Sì al referendum per la separazione delle carriere, ha scritto un post su Facebook per dire la sua sulla vicenda dei bambini nel bosco. E per una volta sta con i magistrati.
«Togliamoci da un equivoco. Quello che trovo insopportabile è l’attacco immediato, quasi automatico, al giudice. Non sappiamo nemmeno chi sia, né abbiamo la minima idea del materiale su cui ha lavorato. Per quale motivo dovremmo immaginare che un giudice abbia gusto o interesse a sottrarre dei figli ai genitori? È una domanda alla quale, sinceramente, non so rispondere. E qui voglio essere molto chiaro: una cosa è polemizzare con i pm, che sono una parte processuale e sostengono una tesi; altra cosa è colpir…
«Non sono mai opportune. Ma in un caso come questo, complesso, in cui ci sono ragioni da una parte e dall’altra, e soprattutto è in gioco la serenità di minori, dovremmo metterci al riparo da speculazioni politiche e guerre ideologiche preventive».
L’avvocato Giandomenico Caiazza, presidente del comitato del Sì al referendum per la separazione delle carriere, ha scritto un post su Facebook per dire la sua sulla vicenda dei bambini nel bosco. E per una volta sta con i magistrati.
«Togliamoci da un equivoco. Quello che trovo insopportabile è l’attacco immediato, quasi automatico, al giudice. Non sappiamo nemmeno chi sia, né abbiamo la minima idea del materiale su cui ha lavorato. Per quale motivo dovremmo immaginare che un giudice abbia gusto o interesse a sottrarre dei figli ai genitori? È una domanda alla quale, sinceramente, non so rispondere. E qui voglio essere molto chiaro: una cosa è polemizzare con i pm, che sono una parte processuale e sostengono una tesi; altra cosa è colpire un giudice. Per l’attività del giudice io nutro un rispetto laico e profondissimo, perché è lui che decide, che pesa le conseguenze, che si assume responsabilità enormi. Attribuirgli pregiudizi politici o ideologici, e per di più senza avere uno straccio di informazione, è assurdo».
È quello che sta accadendo in queste ore. Lei crede che abbia fatto bene il giudice a togliere i bambini a quella famiglia?
«Faccio molta fatica a esprimere un’opinione di merito su questa vicenda, perché parliamo di un caso estremamente delicato e, per molti versi, senza precedenti. Il punto è che nessuno di noi conosce davvero tutti i fatti, le valutazioni, gli accertamenti tecnici che hanno portato a una decisione così complessa. E allora mi chiedo: come potremmo escludere motivazioni o elementi che non conosciamo? L’unica garanzia, quella davvero decisiva, è che a quella famiglia sia assicurato un pieno ed effettivo diritto di difesa, e da ciò che leggiamo sembra che questo stia accadendo».
È diventato un caso politico: i giudici che “vogliono togliere la libertà ai nostri figli”.
«Sotto il mio post sono arrivati un sacco di insulti, per quello che ho scritto. Ma non è possibile essere tifosi in una vicenda come questa. Qui stiamo parlando di minori. Se davvero ci trovassimo davanti a ragazzini senza alcun tipo di vita sociale, senza accesso a cure mediche, senza acqua o elettricità, sarebbe legittimo porsi delle domande. Ma ribadisco: noi non sappiamo se sia così, non conosciamo il discrimine tra una scelta educativa estrema e un maltrattamento. In assenza di elementi, è partita una sorta di guerra di religione che non aiuta nessuno, tanto meno i bambini».
Dove può arrivare lo Stato in un caso come questo?
«Ognuno di noi educa i propri figli come ritiene, ma lo Stato ha il dovere di intervenire quando ritiene che esista un rischio. Saranno gli atti a dirci se quel rischio c’era davvero. Io, ad oggi, non riesco a farmi un’idea compiuta nemmeno come opinione personale. Quello che so, invece, è che serve rispetto per una decisione difficilissima, presa da chi ha l’onere di tutelare i più vulnerabili. Prima di trasformare tutto in uno scontro politico o ideologico, aspettiamo di conoscere i fatti».