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L’astronoma che spiega le stelle in sardo: “Racconto il cielo con la lingua dei miei nonni”

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Francesca Loi è ricercatrice all’Osservatorio di Cagliari, ma sui social è nota come Astrollica: “Un tempo le persone avevano una conoscenza molto più profonda degli astri. In sardo l'universo si chiama «Ispantosu», mentre l’Orsa maggiore è «Is sete frades», i sette fratelli”
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Si potrebbe chiamarla l'influencer delle stelle, ma si farebbe torto al suo curriculum di studiosa. Francesca Loi è una scienziata e astrofisica nata e cresciuta in Sardegna. Una di quelle eccellenze italiane che lotta per rimanere a lavorare non solo in Italia, ma proprio nella sua regione. Attualmente è ricercatrice presso l'Osservatorio Astronomico di Cagliari e si occupa della caratterizzazione dei campi magnetici negli amassi di galassie, utilizzando diversi telescopi per le onde radio in Sudafrica, Australia, e in Sardegna. Su Istagram, però, è @Astrollica e racconta il cielo usando la lingua dell’isola.

Come le è venuta l'idea di divulgare l'astronomia in lingua sarda?

“C'è stato un momento in cui ho avuto la necessità di tornare un po' alle origini e quindi di ritrovare le mie radici. Sono cresciuta in un ambiente sardofono, però non ho mai parlato fluentemente il sardo, non l'ho mai praticato e questo senso di perdita mi ha fatto scattare una molla, per cui mi sono impegnata …

Si potrebbe chiamarla l'influencer delle stelle, ma si farebbe torto al suo curriculum di studiosa. Francesca Loi è una scienziata e astrofisica nata e cresciuta in Sardegna. Una di quelle eccellenze italiane che lotta per rimanere a lavorare non solo in Italia, ma proprio nella sua regione. Attualmente è ricercatrice presso l'Osservatorio Astronomico di Cagliari e si occupa della caratterizzazione dei campi magnetici negli amassi di galassie, utilizzando diversi telescopi per le onde radio in Sudafrica, Australia, e in Sardegna. Su Istagram, però, è @Astrollica e racconta il cielo usando la lingua dell’isola.

Come le è venuta l'idea di divulgare l'astronomia in lingua sarda?

“C'è stato un momento in cui ho avuto la necessità di tornare un po' alle origini e quindi di ritrovare le mie radici. Sono cresciuta in un ambiente sardofono, però non ho mai parlato fluentemente il sardo, non l'ho mai praticato e questo senso di perdita mi ha fatto scattare una molla, per cui mi sono impegnata a cercare di recuperare il dialetto”.

Qualche esempio proprio in lingua sarda?

“L'universo è Ispantosu. La costellazione dell'Orsa maggiore in sardo è nota come Is sete frades, che vuol dire «i sette fratelli». Poi abbiamo una costellazione come le Pleiadi, che in italiano sono chiamate anche le sette sorelle, perché molto ravvicinate, che in sardo diventano S’udrone, ossia «grappolo d'uva». Oppure ce ne sono anche altre: per esempio Cassiopea, la costellazione a forma di W, chiamata Sa trona, parola che ha un duplice significato, perché vuol dire sia «pulpito» che «trono»”.

Come è arrivata a scoprire i nomi delle costellazioni in sardo?

“Ho fatto una ricerca sul mondo contadino di due secoli fa, tempi molto remoti, in cui non c'era illuminazione artificiale, per cui la sera il cielo si vedeva benissimo e qualsiasi persona aveva una conoscenza molto più profonda di quella che si ha ora delle stelle. Il movimento apparente degli astri era come un orologio che indicava le stagioni e le ore”.

Ha mai pensato di andare all'estero?

“Nonostante la precarietà, mi ritengo una persona molto fortunata. Dopo il mio dottorato e post doc, è rientrato dall'estero un collega che ha vinto un finanziamento molto grosso da parte dell'Unione Europea e ha deciso di investirlo sul territorio sardo, quindi ha potuto creare il suo gruppo di ricerca”.

Non è un po' limitativo divulgare in sardo?

“La generazione dei miei genitori veniva più e più volte ripresa a scuola e «costretta» a usare l'italiano e così il sardo si è in parte perduto. C'è stata una sorta di censura. Così oggi, soprattutto da parte di persone della mia generazione, c'è una grande spinta a riappropriarsi della propria identità culturale, che passa necessariamente per la lingua. Da una parte la mia idea era avvicinare le persone a delle realtà ben presenti sul territorio come Sardegna Radio Telescopio e, dall'altra, poter contribuire a questa riappropriazione culturale con pillole di astronomia declinate in sardo”.

Come immagina il suo futuro?

“Sono molto soddisfatta del mio percorso e di riuscire a fare divulgazione e far crescere il territorio. Allo stesso tempo, però, quello che mi stimola è che grazie a tutti gli sforzi che ho fatto riesco anche a essere riconosciuta a livello internazionale, non è necessario stare in altri posti che possono sembrare il centro del mondo, in Sardegna ho trovato la mia dimensione”.

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