Cronaca

Valentina Romani: in strada ho paura e che rabbia le foto fake. Sulla violenza chi tace è complice

Valentina Romani: in strada ho paura e che rabbia le foto fake. Sulla violenza chi tace è complice

L’intervista all’attrice che il 25 novembre sarà alla Camera per incontrare gli studenti: “Sì, sono femminista. In piazza ho visto anche tanti uomini: il cammino è in salita ma siamo sulla strada giusta”

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«Sono stata fortunata. Un altro aggettivo non mi viene in mente. Sulla mia pelle non ho subito abusi né relazioni tossiche, ma vivo nella paura e nessuno può più voltarsi dall’altra parte». Se c’è una cosa che, oltre il dolore e la rabbia per la violenza maschile sulle donne, fa scattare Valentina Romani (29 anni, una carriera di attrice iniziata a 14, l’impegno nel laboratorio artistico della fondazione “Una Nessuna Centomila”), è l’omertà sotto la quale quegli abusi si nascondono e replicano. Domani sarà alla Camera per parlarne con gli studenti, in occasione della giornata contro la violenza di genere.

Cosa dirà ai ragazzi?

«Vorrei infondere loro il coraggio di alzare la voce, di denunciare. È un’occasione di cui sento tutta l’importanza e la responsabilità. Creare un ponte con le nuove generazioni è fondamentale, bisogna partire da loro perché sono gli unici a poter cambiare il corso delle cose e la nostra società».

Ci vorrebbe un’educazione sessuo-affettiva?

«Non ho dubbi: sensibilizzare i giovani, fin da piccoli, è la chiave che può darci speranza. La cultura è la guida nella lotta alla violenza».

A cosa i ragazzi vanno educati?

«Al rispetto, che per me non è un limite discutibile. Ai limiti, che sono spesso salvifici. Ai sentimenti. Alla capacità di chiedere aiuto. Io credo che gran parte della rivoluzione risieda nell’ascolto, un sentire che è anche osservare, guardarsi attorno, conoscere e capire l’altro per imparare a parlare, a identificare le relazioni tossiche, quelle che si portano appresso forme di violenza che erroneamente vengono scambiate per forme d’amore: la gelosia, il controllo, il possesso».

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Nella serie true crime “Dark lines — delitti a matita”, ha raccontato le storie di otto donne uccise. Cosa ha significato dar loro voce?

«Ci sono stati momenti in cui sul set mi sono dovuta fermare, ho dovuto interrompere le riprese per la rabbia e la frustrazione. Le vite spezzate di queste donne, che erano anche figlie, madri, mogli, sorelle, amiche, si portavano dietro una drammaticità profonda, un dolore difficile da gestire. In un mondo giusto non avremmo avuto bisogno di un lavoro così e invece è stato un progetto necessario».

Nella serie culto “Mare fuori” ha interpretato Naditza, una ragazza costretta dal padre a un matrimonio combinato, che però si ribella. Lei ha mai vissuto relazioni tossiche, molestie fisiche o psicologiche?

«Mi ritengo fortunata, ho subito solo catcalling, ma le storie che leggiamo sono troppe. Non possiamo permetterci di tacere, di girarci come se non ci riguardasse».

La spaventa l’omertà?

«L’omertà e il silenzio. La colpa è anche di chi chiude un occhio, di chi non accende una lampadina, di chi non frena la battutina, non argina, in un contesto di gruppo, un pensiero che non condivide. Stare in ascolto significa anche questo: essere partecipi e denunciare».

Ha mai avuto paura?

«Vivo sempre nella paura: la paura di camminare in strada la sera da sola, di parcheggiare la macchina lontano. Cammino veloce, mi guardo attorno, faccio finta di chiamare un amico, a quasi trent’anni avviso ancora sempre i miei quando arrivo. C’è come una cappa, una pressione sulle donne che si avverte e che non ci rende tranquille, e quindi non libere».

Le sue foto sono state modificate con l’IA e postate online, lo sapeva?

«Lo scopro ora: è disturbante e inaccettabile, è una mercificazione del corpo. Quella donna ritratta non sono io, quella donna non esiste, ma il punto è che la violenza anche in questo caso è reale. Il modo in cui i nostri corpi vengono visti e commentati influisce sulla nostra libertà: la responsabilità dello sguardo è di chi guarda».

Si direbbe femminista?

«Sì, il femminismo rispecchia i miei principi sulla parità di genere, sulle trasformazioni profonde e anzitutto culturali necessarie nella nostra società patriarcale. Nelle piazze ultimamente ho visto anche tantissimi uomini: mi incoraggia. La strada è in salita ma siamo in cammino: l’avanzamento inarrestabile di un liquido che prima o poi permea il terreno».

Il 28 uscirà “Natale senza Babbo”, una commedia che parla anche di fragilità maschili, di ruoli che non esistono, di aiuto.

«Mi è piaciuto da subito, un passo avanti anche nella scrittura perché racconta col sorriso di un uomo un Babbo Natale che ha un burnout e normalizza un tabù: si prende il lusso di dire “non ce la faccio”. Io sono Santa Lucia, arrivo sulla Terra con altre due per salvare il Natale: l’unione tra donne può fare anche cose così potenti».

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