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“Mi picchiava per uccidermi. Pensavo fosse il mio destino ma sono fuggita con tre figli”

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Il coraggio di Vanessa sopravvissuta in Campania alle torture di un marito feroce grazie ai centri antiviolenza. “La prima notte nella casa rifugio ho scoperto la pace, anche se la paura non passa mai del tutto. Ora ho una casa e un lavoro: se ce l’ho fatta io, possono farcela tutte”.
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CASAL DI PRINCIPE - “Ricordo la prima notte nella casa rifugio. Guardavo i mie figli che dormivano. Ascoltavo il silenzio: né calci, né pugni, né urla, né sangue, né porte sfondate. Finalmente salvi. Quando vivi nel terrore le giornate hanno un solo scopo: non morire. Eravamo fuggiti quella mattina, nascosti in un’auto del centro antiviolenza: oltre il finestrino scorreva il futuro, alle spalle la nostra prigione”.

Casal di Principe. Un ex fortino-bunker confiscato alla camorra, cancellata militare e cemento grigio oggi ingentilito da murales arcobaleno e dalle voci dei bimbi dell’asilo nido. Vanessa M., 42 anni, fa scorrere nella macchina da cucire una preziosa stola di seta rossa. Ci sono velluti, bottoni, scampoli di raso, il caffè caldo e il sapore della solidarietà nel laboratorio di EvaLab, atelier di alta sartoria dove donne e ragazze sopravvissute alla ferocia maschile, disegnano e confezionano abiti e accessori per le sfilate. Vanessa, magnifici capelli neri e il coraggio di…

CASAL DI PRINCIPE - “Ricordo la prima notte nella casa rifugio. Guardavo i mie figli che dormivano. Ascoltavo il silenzio: né calci, né pugni, né urla, né sangue, né porte sfondate. Finalmente salvi. Quando vivi nel terrore le giornate hanno un solo scopo: non morire. Eravamo fuggiti quella mattina, nascosti in un’auto del centro antiviolenza: oltre il finestrino scorreva il futuro, alle spalle la nostra prigione”.

Casal di Principe. Un ex fortino-bunker confiscato alla camorra, cancellata militare e cemento grigio oggi ingentilito da murales arcobaleno e dalle voci dei bimbi dell’asilo nido. Vanessa M., 42 anni, fa scorrere nella macchina da cucire una preziosa stola di seta rossa. Ci sono velluti, bottoni, scampoli di raso, il caffè caldo e il sapore della solidarietà nel laboratorio di EvaLab, atelier di alta sartoria dove donne e ragazze sopravvissute alla ferocia maschile, disegnano e confezionano abiti e accessori per le sfilate. Vanessa, magnifici capelli neri e il coraggio di non arrendersi, accetta di raccontare. Tra lacrime di dolore ma anche – ogni tanto – di gioia. “Sì chiamatemi Vanessa, è un bel nome”.

Vanessa, lei è riuscita a fuggire dal suo ex marito dopo vent’anni di torture. Come si può ricominciare a vivere?

“Si può, perché la vita è più forte di tutto e con tre figli il coraggio lo devi trovare. Se fossi rimasta con lui oggi non sarei qui. Il rumore delle sue urla mi rimbomba ancora nella testa: “Ti ammazzo e butto il tuo corpo nel cassonetto”, gridava, mentre mi picchiava come una bestia trascinandomi per i capelli fuori di casa. Ero addirittura calva in certe zone della testa. Non conoscevo la felicità fino a quando, pochi mesi fa, ho aperto la porta dell’appartamento che sono riuscita ad affittare per me e i miei figli: finalmente liberi”.

Il suo ex è stato condannato per lesioni, ma in attesa della Cassazione è libero, seppure con divieto di avvicinamento e braccialetto elettronico. Lei ha paura?

“Quell’angoscia di sentirlo aprire la porta e vedere nei suoi occhi il lampo cattivo che precedeva le botte, resta sempre lì, in agguato. Anche nei miei figli che hanno assistito a ogni tipo di violenza e sono stati costretti a fuggire soltanto con i vestiti che avevano indosso. Oggi però sono una donna autonoma, grazie al percorso fatto con i centri antiviolenza. Ho ottenuto la separazione, so difendermi, ma ho sempre un contatto diretto con le forze dell’ordine”.

Torniamo indietro Vanessa. All’incontro con il ragazzo che diventerà suo marito e poi il suo persecutore.

“Veniamo entrambi da un paese della periferia di Napoli, difficile, povero e degradato dove è normale che nelle famiglie i maschi siano violenti e le botte sono la quotidianità. Ho capito soltanto nella casa rifugio che essere picchiate mica è un destino. Avevo 17 anni, lui 24, era bello, mi corteggiava, sapevo che aveva dei precedenti, ma quanti ragazzi entravano e uscivano di prigione nel mio quartiere? Diceva che ero la sua ragazza e nessuno mi doveva toccare. E io mi sentivo amata. Se sei di qualcuno, esisti no? Questo, questo è stato il grande errore. Dopo pochi mesi di fidanzamento lui entrò in carcere per sette anni”.

E lei lo aspettò?

“Sì, oggi mi sembra incredibile. Ero la sua fidanzata, quindi andavo a trovarlo in carcere ogni settimana. E mentre era dentro mi occupavo di suo padre e di sua sorella disabile. Nel 2009 è uscito, nel 2010 è nato il nostro primo figlio. Sono iniziate le violenze. Schiaffi e pugni se in casa non trovava l’ordine che voleva lui, botte per nulla, calci alla schiena. Diventava un animale. La cosa peggiore è che mi trascinava per i capelli – li ho sempre avuti lunghi – strappandomi pezzi di cute e mi chiudeva fuori di casa, impedendomi di rientrare per giorni e di vedere i bambini. Una tortura”.

Però, Vanessa, lei poi ha fatto altri due figli con quest’uomo che la picchiava ogni giorno. Perché?

“Dopo quegli attacchi bestiali, facevamo la pace e diventava, non scherzo, una specie di angelo. Mi illudevo, ma durava poco. Non lavorava, vivevamo con la pensione di invalidità della sorella, mi accusava di rubare i soldi per portarli ai miei parenti. Figuriamoci. Minacciava mia madre. Beveva. Usava droghe. Nel 2019 lo denuncio per la prima volta. E lui sembra placarsi. Ritiro la denuncia. E addirittura ci sposiamo”.

Una scelta davvero difficile da comprendere.

“E’ vero, ma avevo dentro di me la testarda speranza che cambiasse e di poter tenere insieme la famiglia. Intanto era nato il nostro terzo figlio. Volevo scappare ma non sapevo dove andare. Temevo, come purtroppo succede, che quando denunci un uomo violento e non hai un lavoro o una casa, poi i bimbi vengono portati via dai servizi sociali”.

Due maschi e una femmina. Il suo ex li maltrattava?

“Non li ha mai picchiati ma erano terrorizzati perché vedevano quanto fosse violento con me. Mamma, papà ti ha fatto male?, mi chiedevano, piangendo. Il più grande cercava di fermarlo. Se ci penso mi si spezza il cuore. hanno sofferto troppo”.

Quando decide di fuggire?

“Era ottobre del 2023. Mi picchiò in modo così crudele che vidi nei suoi occhi la decisione di uccidermi".

Come è entrata in contatto con il centro antiviolenza?

“Grazie agli educatori del doposcuola che i miei figli frequentavano. Li vedevano tristi, impauriti, sempre in allerta e finalmente riuscirono a farsi raccontare cosa succedeva in casa. Furono loro a indicarmi la Cooperativa Eva che si occupa da anni di violenza sulle donne. Chiamai. Dissi che avevo paura di morire e volevo andare via con i miei figli. Ma non avevo né un tetto, né soldi. Ricordo la voce rassicurante della presidente Lella Palladino: dammi cinque minuti, vediamo se c’è una stanza libera. Ancora oggi mi commuovo e provo gratitudine immensa. Organizzammo la fuga con le operatrici del centro”.

Ha mai provato a chiedersi il perché di quella violenza?

“E’ un uomo frustrato e cresciuto in quella cultura. Ero una sua proprietà sulla quale rovesciare il fallimento della sua vita”.

Quando siete stati accolti nella casa rifugio, in un indirizzo segreto, ha provato a cercarvi?

“Sì, come un lupo che ha perso la preda. Ma non può avvicinarsi, né i figli vogliono vederlo”.

Vanessa, lei si sente una sopravvissuta?

“Lo sono, come tutte le donne che vede qui dentro. Si rinasce prendendo coscienza del perché abbiamo subito un massacro che ritenevamo normale. Ma anche trovando una casa e un lavoro. Nel centro ricevi assistenza psicologica, economica, legale. Dopo poche settimane i miei figli erano già iscritti in una nuova scuola. E io ho iniziato a cucire in sartoria, mi sono separata, lui è stato condannato. Fin dal giorno dopo la fuga ho sentito dentro di me una forza che non mi ha più abbandonata”.

Da un anno siete fuori dal centro.

“Mi spezzo la schiena per mantenere la famiglia facendo la sarta e le pulizie nelle case, ma la nostra serenità non ha prezzo. Ho deciso di raccontare perché voglio incoraggiare le altre: se ce l’ho fatta io, possono farcela tutte. Sa qual è la cosa più dolce? Mettere le lucine sull’albero di Natale insieme ai miei figli, noi quattro, salvi e felici”.

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