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Sos dei centri per uomini violenti: “Accessi triplicati, siamo al collasso”

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L’associazione nazionale che li riunisce chiede sostegno e nuove normative al governo. “Senza, salta la prevenzione”
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Accessi triplicati, risorse insufficienti, liste di attesa che si allungano: tradotto, un lavoro di cura e prevenzione che si ritrova senza gambe né fiato. La fotografia, alla vigilia della giornata contro la violenza sulle donne, è quella della rete che riunisce i Centri per uomini autori di violenza, i cosiddetti Cuav. Presidi attivi in tutta Italia, di fatto “l’altro” fronte della lotta alla violenza di genere, nati e organizzati negli ultimi anni con diffusione decisamente minore rispetto alle case rifugio e i centri per donne maltrattate più che altro per fornire assistenza agli uomini coinvolti in casi di violenza. Per, cioè, «lavorare alla radice del problema», si spiega dall’associazione che li riunisce, Relive. Da cui però arrivano richieste precise e «necessarie» – è l’espressione – al governo: sostanzialmente, un sostegno economico e normative più gestibili. «Senza aiuto, rischiamo il collasso».

Chi li frequenta

Strutturati da circa 12 anni per lavorare in rete anche con qu…

Accessi triplicati, risorse insufficienti, liste di attesa che si allungano: tradotto, un lavoro di cura e prevenzione che si ritrova senza gambe né fiato. La fotografia, alla vigilia della giornata contro la violenza sulle donne, è quella della rete che riunisce i Centri per uomini autori di violenza, i cosiddetti Cuav. Presidi attivi in tutta Italia, di fatto “l’altro” fronte della lotta alla violenza di genere, nati e organizzati negli ultimi anni con diffusione decisamente minore rispetto alle case rifugio e i centri per donne maltrattate più che altro per fornire assistenza agli uomini coinvolti in casi di violenza. Per, cioè, «lavorare alla radice del problema», si spiega dall’associazione che li riunisce, Relive. Da cui però arrivano richieste precise e «necessarie» – è l’espressione – al governo: sostanzialmente, un sostegno economico e normative più gestibili. «Senza aiuto, rischiamo il collasso».

Chi li frequenta

Strutturati da circa 12 anni per lavorare in rete anche con questure, scuole, associazioni, i centri offrono vari livelli di assistenza, sia a uomini autori di violenza, sia a contesti familiari dove lavorare sulla possibilità di prevenire i casi di violenza, o gestire le recidive.

A frequentarli, in piccola parte sono uomini che richiedono aiuto di tipo psicologico perché capiscono che il loro comportamento può portare alla fine di relazioni o casi di abuso o violenza. Ma per la stragrande maggioranza, sono uomini assegnati al Cuav da servizi territoriali o tribunali sulla base del Codice Rosso, la legge che tutela le vittime di violenza e che prevede i percorsi riabilitativi come obbligo.

Una normativa che dal 2019, subordinando la sospensione della pena inferiore a tre anni alla partecipazione a un percorso presso un Cuav, ha per forza di cose portato alla moltiplicazione esponenziale delle richieste di accesso, si spiega da Relive (che starebbe per Rete nazionale dei centri per uomini autori di violenza).

“Risorse insufficienti”

Solo nell’ultimo anno, di media, nei centri si è passati dalle circa 50 assistenze a 150. «Il tutto, per contro, con finanziamenti rimasti pressoché invariati se non ridotti», è la denuncia di Arturo Sica, psicoterapeuta, presidente di White Dove, una delle associazioni in prima fila settore. Che sintetizza. «I Centri per uomini autori di violenza stanno affrontando accessi triplicati e risorse insufficienti: la recente normativa impone aggravi di lavoro senza fornire mezzi per sostenerli. E sostenerli significa rafforzare la prevenzione e tutelare davvero le donne ed i minori».

Se il lavoro dei centri per uomini violenti è diventato prezioso anche per fotografare il fenomeno (a rivolgersi ai Cuav sono ad esempio per il 71 per cento cittadini italiani, per la grandissima parte compresi tra i 18 e i 30 anni e i 41 e il 50), numeri alla mano le risorse economiche destinate ai Cuav ad oggi risultano effettivamente «estremamente limitate».

Poco più di 5 milioni da suddividere tra 140 tra centri, sportelli e associazioni, per coprire anche la programmazione di attività di rete, formazione e sensibilizzazione e pure le nuove disposizioni di legge. Come l’obbligo di incontri bisettimanali previsto dal cosiddetto “Codice Rosso rafforzato”, l’ultima versione della legge, del 2023, la cosiddetta “bisettimanalità” con cui è stato chiesto ai centri «di raddoppiare gli interventi senza alcuna risorsa aggiuntiva, aggravando una situazione già critica».

"Liste d’attesa fino a 6 mesi”

«Le conseguenze sono ormai insostenibili: liste d’attesa fino a 4-6 mesi, operatori sempre più sotto pressione e un rischio concreto di burnout – spiega Alessandra Pauncz, presidente della rete dei centri - Senza un sostegno concreto e continuativo ai Cuav, ogni strategia di prevenzione resterà incompleta: senza supporto stabile ai centri, la sicurezza delle donne è a rischio, non per mancanza di volontà, ma perché il sistema chiede di fare sei volte di più con le stesse risorse. Senza un intervento immediato, molti centri non riusciranno a garantire la continuità dei servizi».

«La vocazione dei Centri per uomini autori di violenza è il cambiamento sociale, non solo la gestione dell’emergenza – continua Pauncz - Lavoriamo sulle radici della violenza, e per farlo dobbiamo poter offrire opportunità di cambiamento a tutti gli uomini, non solo a quelli inseriti nel Codice Rosso».

«La nostra missione non può essere soffocata dalla miopia istituzionale: servono risorse adeguate, niente imposizioni irrealistiche come la bisettimanalità, e soprattutto un dialogo costruttivo per cambiare davvero le cose. Senza un sostegno concreto e continuativo, ogni strategia di prevenzione resterà incompleta».

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