Bimbo ucciso dalla madre, il papà: “Scusa, Giovanni. Non sono riuscito a salvarti dall’indifferenza”
dal nostro inviato Giampaolo Visetti“Povero Giovannino, sei stato un bambino troppo buono: scusa se non sono riuscito a salvarti dall’indifferenza di chi poteva proteggerti”. Paolo Trame, padre del bambino di 9 anni ucciso a coltellate dalla mamma Olena Stasiuk, è solo nel duomo di Muggia. Sulla stessa piazza si affaccia la casa in cui la sera di mercoledì 12 novembre suo figlio è morto dissanguato. Nelle mani il padre stringe la foto di Giovanni e accarezza la bara bianca coperta di rose color avorio. Un poco alla volta parenti e amici, arrivati a migliaia per il funerale, si avvicinano per abbracciarlo.
“Mio figlio era un bambino felice – dice Paolo – sempre sorridente, generoso e bravo. Mai un capriccio, mai una cattiveria, nemmeno con chi non gli ha voluto bene. Questa bontà d’animo gli è costata la vita”. Più volte si interrompe per baciare la foto del bambino, che l’autopsia ha confermato essere morto per l’ultima coltellata della madre, che gli ha tagliato la gola”. “Giovanni – dice il papà, accanto al fratello e…
“Povero Giovannino, sei stato un bambino troppo buono: scusa se non sono riuscito a salvarti dall’indifferenza di chi poteva proteggerti”. Paolo Trame, padre del bambino di 9 anni ucciso a coltellate dalla mamma Olena Stasiuk, è solo nel duomo di Muggia. Sulla stessa piazza si affaccia la casa in cui la sera di mercoledì 12 novembre suo figlio è morto dissanguato. Nelle mani il padre stringe la foto di Giovanni e accarezza la bara bianca coperta di rose color avorio. Un poco alla volta parenti e amici, arrivati a migliaia per il funerale, si avvicinano per abbracciarlo.
“Mio figlio era un bambino felice – dice Paolo – sempre sorridente, generoso e bravo. Mai un capriccio, mai una cattiveria, nemmeno con chi non gli ha voluto bene. Questa bontà d’animo gli è costata la vita”. Più volte si interrompe per baciare la foto del bambino, che l’autopsia ha confermato essere morto per l’ultima coltellata della madre, che gli ha tagliato la gola”. “Giovanni – dice il papà, accanto al fratello e al nipote – è stato ucciso perché era buono al punto da non capire nemmeno cosa fosse il male. Fino all’ultimo ha avuto speranza, anche se mi diceva di avere paura di restare da solo con la madre. Non cerco vendetta, ormai tutto è inutile: pretendo però di sapere la verità e di avere giustizia”.
L’omicidio si è consumato dopo otto anni di guerre legali per l’affidamento del bambino. Paolo Trame e Olena Stasiuk si erano separati un anno dopo il matrimonio, celebrato in Ucraina. La donna, ora ricoverata nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Trieste, è stata a lungo seguita dal Centro di salute mentale e dai servizi sociali del Comune. A partire da maggio il tribunale civile, dopo l’ennesima battaglia legale e ignorando gli allarmi del padre, le permetteva di vedere il figlio da sola una volta alla settimana. “Non so – aveva detto Giovanni agli assistenti sociali – se è una buona idea”. “Come è stato possibile – si chiede il papà poco prima dell’inizio del funerale – che abbiano condannato un bambino a morte in questo modo? È una cosa surreale, non riesco ad accettarla: le minacce erano note, molte domande adesso hanno bisogno di una risposta”.
Anche il parroco don Adrea Destradi, dopo giorni di appelli al silenzio, davanti alle autorità ora sollecita l’accertamento delle circostanze che non hanno impedito il delitto, su cui anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha chiesto una relazione. “Giovanni è morto – dice il parroco in chiesa – e anche noi ci sentiamo mezzi morti. In venticinque anni in Italia 588 bambini sono stati uccisi in famiglia. È tempo di chiedere cosa non funziona, cosa non abbiamo fatto per evitare questa strage degli innocenti. Prima Giovanni a Muggia, dopo pochi giorni Elia a Roca Vecchia. Tocca alle istituzioni reagire e permettere, a chi è indifeso, di crescere sicuro. Un altro Giovanni e un altro Elia ormai sono troppo”.
Papà Paolo ascolta in silenzio e non smette di ringraziare chi si avvicina per consolarlo. “Chi ha permesso il sacrificio di Giovanni – dice – deve spiegare perché le mie suppliche e le paure espresse da mio figlio non sono state ascoltate. Passa troppo tempo tra le perizie, i colloqui e le sentenze: il disagio mentale non è un dramma prevedibile, o controllabile. Chi ha responsabilità deve avere anche coraggio. Spero che qualcosa cambi in fretta, altrimenti pure Giovanni sarà morto invano. Da papà però io devo dirgli grazie: ha sofferto, ma si è sempre mostrato felice e pieno di sogni. Mi diceva che da grande sarebbe stato lui ad aiutare me. Quando ero triste, con le mani mi tirava gli angoli della bocca verso l’altro per vedermi sorridere. Se aveva caramelle, le divideva con le compagne di scuola. Se aveva biscotti, li dava gli amici: era solo un bambino, ma è stato lui a insegnare a me come si fa ad essere buoni”.
Molta gente, accanto a lui in chiesa e durante la processione a piedi fino al cimitero, non trattiene le lacrime. “Da questo papà - dicono gli amici - non abbiamo sentito una parola cattiva, la minaccia di una vendetta. Una lezione di dignità: merita di non essere lasciato solo”. Da oggi però Paolo Trame non ha più qualcuno vicino. La grande casa di famiglia, senza Giovanni, è come “un deserto senza voce”. “Fino a quando ho avuto il mio bambino con me – dice il padre – ci sono stato anch’io. Adesso non so più per chi devo continuare a vivere”. Qualcuno gli porta un sacchetto con dentro il pallone da calcio di Giovanni, dimenticato da un compagno. Altri lasciano fiori e giocattoli vicino alla tomba dove sono sepolti anche i nonni. Per Paolo Trame, sepolto il figlio, comincia il lungo cammino della giustizia. La moglie Olena, piantonata in ospedale per prevenire gesti estremi, è stata dichiarata incompatibile con la custodia cautelare in carcere. Nei prossimi giorni, l’interrogatorio del sostituto procuratore Alessandro Perogio, che l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato.
“Il mio Giovannino però – dice il padre tornando a casa dal cimitero – non tornerà più a corrermi incontro. Magistrati e medici dedicati alla cura dei minori, dovrebbero farlo pensando a loro come fossero figli propri. I bambini non dicono ciò che provano, lo fanno soltanto capire, hanno bisogno di più attenzione”. Al congedo, Paolo Trame non accoglie l’invito a gettare un pugno di terra sulla bara del figlio. Appena possibile però - dice - sulla sua tomba scriverò questo: “Bravo Giovanni, sei stato bravo”.