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Ddl sul consenso, premier in imbarazzo per la trappola leghista: è l’effetto regionali

(reuters)

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È Salvini a far saltare il testo, obbligando FdI a seguirlo per evitare una crepa in maggioranza. E la mossa sa di agguato post elettorale
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L’ordine arriva direttamente da Matteo Salvini, dopo essersi consultato con Giulia Bongiorno. È il leader a garantire copertura politica a Massimiliano Romeo, che già venerdì scorso aveva contattato informalmente alcuni emissari di Palazzo Chigi per mettere in chiaro il veto: questo testo — era il senso del messaggio — non funziona. Ieri mattina, il capogruppo al Senato si fa ancora più minaccioso. Parla con alcuni ministri di Fratelli d’Italia, preannuncia la linea: voi potete anche insistere, ma a quel punto la maggioranza si spacca perché noi votiamo contro.

È un agguato politico preparato con cura. E affinato nelle ultime ore, tenendo conto del contesto: il successo dei leghisti in Veneto, capaci di “doppiare” i meloniani, ma anche il pessimo risultato del partito della premier in Campania e Puglia. Si apre una crepa a Palazzo Chigi, si affonda il colpo: è la presidente del Consiglio ad aver messo la faccia sul patto con Elly Schlein, è lei a dover fare retromarcia piegandosi al…

L’ordine arriva direttamente da Matteo Salvini, dopo essersi consultato con Giulia Bongiorno. È il leader a garantire copertura politica a Massimiliano Romeo, che già venerdì scorso aveva contattato informalmente alcuni emissari di Palazzo Chigi per mettere in chiaro il veto: questo testo — era il senso del messaggio — non funziona. Ieri mattina, il capogruppo al Senato si fa ancora più minaccioso. Parla con alcuni ministri di Fratelli d’Italia, preannuncia la linea: voi potete anche insistere, ma a quel punto la maggioranza si spacca perché noi votiamo contro.

È un agguato politico preparato con cura. E affinato nelle ultime ore, tenendo conto del contesto: il successo dei leghisti in Veneto, capaci di “doppiare” i meloniani, ma anche il pessimo risultato del partito della premier in Campania e Puglia. Si apre una crepa a Palazzo Chigi, si affonda il colpo: è la presidente del Consiglio ad aver messo la faccia sul patto con Elly Schlein, è lei a dover fare retromarcia piegandosi al diktat leghista.

È il cuore della conversazione con la segretaria del Pd. «Ero all’estero per il G20», premette al telefono la premier. Impegnata in Sudafrica, ricorda Meloni alla segretaria dem, dunque distante dalla battaglia parlamentare sul ddl appena bloccato dalla destra in Senato. Spiega la genesi della retromarcia, senza troppo girarci intorno: Romeo, ammette — secondo quanto riferiscono alcune fonti — ha fatto sapere ai nostri che avrebbe comunque votato contro. E dunque, Fratelli d’Italia ha deciso di frenare per non certificare la rottura nell’area di governo, ma anche per salvaguardare l’approvazione del testo in un prossimo futuro: oggi — sostiene — su quel testo la maggioranza non c’era. C’è anche dell’altro, però. Pesa l’eterna rincorsa a destra. Perché Salvini, ritirando al Senato il proprio sostegno a una legge appena votata alla Camera, interpreta un sentimento diffuso nell’area conservatrice e sovranista. Da una settimana, i giornali d’area bombardano infatti la norma sul consenso. Giuristi vicini al governo segnalano rischi. E opinionisti assai ascoltati in questa galassia picchiano duro sul ddl, scoraggiando l’esecutivo a insistere. A girare nelle chat di governo sono in particolare gli interventi di Giuseppe Cruciani e Nicola Porro. Quest’ultimo, solo sei giorni fa, titolava così la sua rassegna stampa: «Sesso e consenso, ragazzi ribellatevi: la legge è mostruosa». In un altro intervento, sempre Porro cita Cruciani, attribuendogli questo virgolettato che sarebbe stato pronunciato in una sua trasmissione: «Per farti una s… senza rischi, invece, devi far firmare ogni singola mossa e portare registratore, avvocato, altrimenti ti fanno un cul* così. Rischi la pelle».

È un dettaglio cruciale, se inserito appunto nel quadro della competizione tra leader di governo. Meloni ha messo la faccia sulla legge, ma vorrebbe evitare che il “no” leghista la schiacci troppo su Schlein, lasciando libero Salvini di cavalcare il fastidio dell’area sovranista. Ecco perché a caldo commenta il via libera al ddl sui femminicidi alla Camera (con un video che però non viene subito postato sui social) e la telefonata dei volenterosi, ma evita di intervenire fino a sera sulla frenata della maggioranza al Senato.

E adesso? Parlando con Schlein, la presidente del Consiglio sostiene che la partita non è chiusa. Una frenata soltanto tattica, in modo da permettere l’approvazione di qualche modifica e ottenere il via libera alla nuova norma. «Noi vogliamo arrivare in fondo — spiega a sera il capogruppo meloniano al Senato Lucio Malan — Ricordo che la presidente Bongiorno è sempre stata sensibile a questi temi e non farà cadere la legge. I tempi? Prevedo saranno brevi». In realtà, neanche Meloni può essere certa delle intenzioni della Lega. Salvini, così trapela a sera, pensa di proporre modifiche talmente radicali da far naufragare il provvedimento. O da costringere la premier ad approvarlo senza il Carroccio. E con le opposizioni. Rischia di essere troppo, per Meloni.

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