Un modello di vita sostenibile e comunitario. È questo il principio base degli ecovillaggi. "In Italia se ne contano molti, una trentina fanno parte della nostra associazione", spiega Tatiana Rommelli, presidente e legale della Rive, Rete italiana villaggi ecologici. "Ci incontriamo di persona almeno quattro volte l'anno per discutere delle varie attività. C'è poi una rete europea, il Gen, Global ecovillage network, che mette in connessione le realtà esistenti a livello europeo".
Ideati concettualmente negli anni '60 e '70, gli ecovillaggi nacquero negli Stati Uniti e in nord Europa sulla base di movimenti ambientalisti e comunità hippie, con lo scopo di ritrovare una nuova armonia con la natura, lontana dalle logiche del capitalismo. Nel tempo, abbandonato lo spirito di contestazione di quelli anni, si sono trasformati sempre di più in laboratori collettivi di cultura ambientale.
Ogni comunità ha la sua impostazione ma bioedilizia, utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, e la part…
Un modello di vita sostenibile e comunitario. È questo il principio base degli ecovillaggi. "In Italia se ne contano molti, una trentina fanno parte della nostra associazione", spiega Tatiana Rommelli, presidente e legale della Rive, Rete italiana villaggi ecologici. "Ci incontriamo di persona almeno quattro volte l'anno per discutere delle varie attività. C'è poi una rete europea, il Gen, Global ecovillage network, che mette in connessione le realtà esistenti a livello europeo".
Ideati concettualmente negli anni '60 e '70, gli ecovillaggi nacquero negli Stati Uniti e in nord Europa sulla base di movimenti ambientalisti e comunità hippie, con lo scopo di ritrovare una nuova armonia con la natura, lontana dalle logiche del capitalismo. Nel tempo, abbandonato lo spirito di contestazione di quelli anni, si sono trasformati sempre di più in laboratori collettivi di cultura ambientale.
Ogni comunità ha la sua impostazione ma bioedilizia, utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, e la partecipazione attiva alla comunità sono principi condivisi. "La crisi climatica ha avvicinato tante piccole realtà - racconta Rommelli - Anche il Covid è stato un grande acceleratore perché ci ha mostrato cos'è l'isolamento e quanto abbiamo bisogno di vivere più a contatto con la natura. Ma alla base c'è soprattutto la voglia di relazione con gli altri". Ed è proprio il gruppo uno dei cardini della vita comunitaria, oltre all'altro, imprescindibile, quello dell'intenzionalità.
"Se non c'è un gruppo non si può creare un ecovilaggio - spiega Riccardo De Amici, 34 anni, ex presidente della Rete - e se alla base non c'è una scelta non possiamo definirlo tale". Originario di Milano, una laurea in Inghilterra in Sviluppo rurale, De Amici ha vissuto in tante comunità in giro per il mondo. Tre anni in quella di Auroville, in India "la madre di tutte quante", spiega. "Oggi frequento "Etica vivente", in Umbria, ma non vivo all'interno del villaggio. Svolgo il mio lavoro di "facilitatore" in città. Perché questo è il bello, ci sono tante forme ibride di vita comunitaria".
Nella maggior parte degli insediamenti ci sono acqua calda e corrente elettrica. "La parola giusta per definire il nostro modello di sostentamento è "prosumer",che mette insieme l'essere un po' produttori e un po' consumatori - spiega De Amici - non c'è un'autarchia al 100%. La strategia di approvvigionamento energetico si decide in base alle risorse locali”.
Tra i più conosciuti d’Italia ci sono Torri Superiore, in Liguria, nato nel 1989 grazie al recupero di un piccolo borgo abbandonato, restaurato con l'utilizzo di pietre locali. I residenti fissi sono circa 25, italiani e stranieri. In Toscana, dove si trovano diversi esperimenti, c’è la Comune di Bagnaia nata nel 1979, a 12 km da Siena. “È una comunità storica – spiega Rommelli - ed è stata a lungo fulcro della nostra rete. Oggi sono alla ricerca di persone giovani che possano integrare la popolazione residente”. Più a nord, in provincia di Piacenza, troviamo Lumen, San Pietro in Cerro. Ma non mancano comunità con una vocazione più spirituale come quella di Damanhur, in Piemonte, basata sullo studio dell'interazione tra uomo e natura.
"Uno degli aspetti più interessanti degli ecovillaggi è lo scambio intergenerazionale - continua Rommelli - ci sono comunità formate principalmente da persone oggi anziane, e quelle dove ci sono più famiglie, bambini. I ragazzi hanno la possibilità di responsabilizzarsi di più e più precocemente rispetto ai coetanei cresciuti in altri contesti. E l'obiettivo non è quello di isolarli o tenerli per tutta la vita accanto agli adulti, ma fargli vedere il mondo. Perché solo così saranno liberi di scegliere quello che vogliono. Non puoi scegliere qualcosa se non conosci quello hai intorno. I miei figli, per esempio, hanno scelto la vita in città".
Immaginati spesso come luoghi chiusi e difficile accesso, gli ecovillaggi offrono corsi, seminari, percorsi di volontariato. "Torri Superiore, in Liguria, ha case vacanze per l'estate", spiega De Amici. "Aprirsi vuol dire farsi conoscere e richiamare persone esterne. Chi sceglie di andare a vivere in un luogo del genere va incontro a un cambiamento di vita radicale. Spesso ci sono delle difficoltà ma c'è sempre il gruppo a sostenerti nei momenti di crisi. Non ci insegnano a vivere insieme e a cogestire delle risorse comuni, ma si impara proprio stando insieme. Ogni giorno ti chiedi "resto?". E quando rispondi di sì stai nutrendo la collettività".
Sulla vicenda della famiglia anglo australiana che vive in una casa nel bosco in Abruzzo, i cui figli sono stati portati in una struttura protetta, commentano: "Non ce la sentiamo di dare un'opinione. Certamente apprezziamo il fatto che hanno fatto una scelta e l'abbiano portata avanti ma noi, nelle nostre comunità, cerchiamo sempre relazioni con il territorio, con gli enti pubblici. Il valore per noi sta nelle relazioni, mai nell'isolamento".