Un libro e la serie tv: perché il caso di Enzo Tortora è ancora al centro della questione giustizia
di Lucio LucaUna serie tv con la regia di Marco Bellocchio e Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista. E un libro, già pubblicato la prima volta nel 2013, in uscita dal 10 dicembre per Compagnia editoriale Aliberti in una edizione aggiornata con nuove testimonianze per offrire una lettura aggiornata della vicenda che coinvolse uno dei personaggi più noti della televisione italiana. Enzo Tortora fa ancora discutere, anche se sono ormai quasi 38 anni che il conduttore televisivo, protagonista di uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana, ha salutato per l’ultima volta il suo pubblico stroncato da un tumore ai polmoni e dall’amarezza accumulata dalle accuse di falsi pentiti della camorra e da una gogna mediatica senza precedenti.
Alla Mostra del cinema di Venezia è approdato nei mesi scorsi il caso di Tortora con la s…
Una serie tv con la regia di Marco Bellocchio e Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista. E un libro, già pubblicato la prima volta nel 2013, in uscita dal 10 dicembre per Compagnia editoriale Aliberti in una edizione aggiornata con nuove testimonianze per offrire una lettura aggiornata della vicenda che coinvolse uno dei personaggi più noti della televisione italiana. Enzo Tortora fa ancora discutere, anche se sono ormai quasi 38 anni che il conduttore televisivo, protagonista di uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana, ha salutato per l’ultima volta il suo pubblico stroncato da un tumore ai polmoni e dall’amarezza accumulata dalle accuse di falsi pentiti della camorra e da una gogna mediatica senza precedenti.
Alla Mostra del cinema di Venezia è approdato nei mesi scorsi il caso di Tortora con la serie tv “Portobello” – dal titolo di uno dei suoi programmi di successo – che sarà distribuita sulla nuova piattaforma streeming HBO Max all’inizio del prossimo anno. Aliberti, invece, ripubblica Enzo Tortora – Dalla luce del successo al buio del labirinto di Daniele Biacchessi, con la postfazione di Silvia Tortora, la figlia del giornalista scomparsa nel 2022 a 59 anni, la stessa età in cui morì il padre.
Biacchessi ricostruisce con rigore la notte del 17 giugno 1983, quella dell’arresto di Tortora, e tutto il percorso processuale che seguì. L’indagine, basata su accuse poi ritenute infondate dai tribunali, costituisce un caso emblematico nel rapporto tra informazione, giustizia e opinione pubblica. L’autore, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, fu fin dall’inizio della vicenda una delle voci più schierate per l’innocenza del collega: “Il caso Tortora non è concluso – spiega - non è un capitolo declassato perché continua a condizionare ancora oggi le dinamiche della giustizia. I problemi del passato non sono stati risolti e probabilmente non lo saranno mai. Per noi giornalisti è una lezione: non abbiamo fatto bene il nostro mestiere. Siamo stati troppo accondiscendenti verso il potere, verso fonti che si sono rivelate false, come le testimonianze dei pentiti. Questa è un’occasione per esercitare una seria autocritica da parte della nostra categoria”.
La carriera di Enzo Tortora comincia nel lontano 1953 – la tv non esisteva nemmeno in Italia - quando venne assunto dalla Rai. Tre anni dopo apparve per la prima volta in una trasmissione televisiva. Tra i suoi programmi di maggior successo, a parte “Portobello”, una serie di indimenticabili edizioni della “Domenica Sportiva”, “Canzonissima” e “Campanile Sera”. Personaggio scomodo e senza peli sulla lingua, venne allontanato dalla Rai in ben due occasioni: la prima volta nel 1962, dopo aver ospitato nella trasmissione "Telefortuna" il comico Alighiero Noschese che aveva imitato Amintore Fanfani, all’epoca tra i leader della Democrazia cristiana. Ritornato tre anni dopo alla guida della "Domenica Sportiva", venne allontanato nuovamente nel 1969 dopo un'intervista al settimanale Oggi dove criticava duramente i dirigenti della tv di Stato: “Un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi”, disse senza troppi giri di parole.
Nella primavera del ’77 con “Portobello” il grande ritorno di uno dei conduttori più amati dagli italiani. Il programma, pensato inizialmente per la fascia della seconda serata, venne spostato alle 20.30 – subito dopo il tg – raggiungendo picchi di ascolto di oltre 26 milioni di spettatori. Quella notte di giugno del 1983, però, tutto franò con l’arresto, le manette e le farneticanti accuse di essere un trafficante di droga per conto della camorra. Nel corso del maxi-blitz furono arrestate oltre 800 persone, ma sui giornali del giorno dopo capeggiava solo la foto di Tortora portato in carcere da due poliziotti. A tirare in ballo il giornalista furono tre pregiudicati napoletani, Giovanni Pandico, Giovanni Melluso detto “Gianni il Bello” e Pasquale Barra, legato al boss della camorra Raffaele Cutolo.
Tortora restò in cella sette mesi, poi fu spedito ai domiciliari malgrado contro di lui non si fosse mai trovata una prova. Al processo di primo grado, però, fu condannato a 10 anni di reclusione, in appello venne assolto. La Cassazione confermò l’assoluzione il 17 giugno 1987, esattamente quattro anni dopo l’inizio del suo calvario.
Tortora ritorna in tv, riprende in mano le redini di “Portobello”, passeranno alla storia le sue parole d’esordio, visibilmente emozionato: “Dunque, dove eravamo rimasti?”. Non ebbe comunque il successo degli anni precedenti, la trasmissione fu sospesa a fine stagione. Condusse ancora per qualche mese la sua ultima creazione, “Giallo”, poi la malattia e la morte avvenuta il 18 maggio del 1988.
“Mio padre non è stato solo un presentatore radiotelevisivo come molti lo ricordano ancora oggi – scrive Silvia Tortora nella postfazione del libro di Biacchessi - È stato molte cose. Prima di tutto un giornalista, un inviato e uno scrittore. Era uno che non amava i salotti della politica, i circolini degli intellettuali. Quindi non era certo un “uomo Rai”, uno, con tutto rispetto, con il suo bel camice bianco con sopra lo stemma dell’azienda che passa la sua vita aspettando il 27 del mese per ritirare il suo stipendio. Alcuni non lo sopportavano per invidia, altri lo contrastavano perché uomo troppo libero".
“Il calvario giudiziario lo ha distrutto – continua la figlia di Tortora - ma di lui conservo alcuni insegnamenti: non fermarsi mai alle apparenze, avere un giudizio autonomo, andare avanti fino in fondo, non farsi piegare, soprattutto non lasciarsi scippare la libertà personale. Mi ha insegnato a essere rigorosi e a non giudicare mai gli altri da quello che si sente dire di loro, a non dare dei giudizi affrettati, a non lanciarsi contro una persona perché ci può essere antipatica, sostanzialmente a conservare la propria dignità. Anche se gli altri vorrebbero che tu fossi diverso da quello che sei”.