Cronaca

Cannabis light, Marola: “In FdI c’è chi si è pentito, ma è difficile rinunciare alla propaganda”

Cannabis light, Marola: “In FdI c’è chi si è pentito, ma è difficile rinunciare alla propaganda”

Per il padre della cannabis light, pioniere del settore in Italia, “sia l’Ue, sia i giudici riconoscono la non nocuità. Destra talebana continua la caccia alle streghe”

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“Il balletto sull’emendamento di Fratelli d’Italia è l’unico effetto stupefacente della cannabis light”. Quarantotto anni, padre della cannabis light in Italia, settore che valeva 10 mila posti di lavoro, mille negozi e 150 milioni di euro potenziali e l’ultimo decreto sicurezza ha messo in ginocchio, Luca Marola non sembra più di tanto stupito dal testacoda avvenuto ieri al Senato. Nel giro di poche ore FdI ha prima proposto un emendamento, a firma di Matteo Gelmetti, per rilegalizzare la cannabis light, cioè infiorescenze essiccate di piante con quantità estremamente basse di Thc (responsabile dell’effetto psicoattivo) e ricche di Cbd (dall’effetto rilassante simile alla camomilla), seppur gravata da una maxitassa, poi ne ha annunciato il ritiro.

Come legge quello che è successo?

“Dimostra che persino dentro Fratelli d’Italia non c’è unanimità e c’è chi pensa che con questa caccia alle streghe sulla cannabis light si sia andati veramente troppo oltre. L’emendamento che poi è stato ritirato non è un’iniziativa personale di un singolo senatore, è passato attraverso il gruppo del partito al Senato ed è stato ritenuto meritevole di essere discusso. Questo significa che anche l’estrema destra non crede davvero nella pericolosità della cannabis light”.

Però alla fine è stato effettivamente ritirato.

“Anche chi si rende conto della realtà, cioè dell’impossibilità anche tecnico scientifica di annoverare la cannabis light fra gli stupefacenti, deve fare i conti con la macchina della propaganda. C’è un investimento politico e elettorale della destra lungo sette anni sulle tesi ‘le droghe sono tutte uguali’, ci sono persone, come l’ex procuratore di Macerata Pignataro, diventato consulente sulle droghe del sottosegretario Mantovano, che sulla tesi della pericolosità della cannabis light e del proibizionismo totale, ha fatto carriera. Adesso non è certo facile cambiare passo”.

Il sottosegretario, a suo parere, potrebbe aver avuto un ruolo nella decisione di ritirare l’emendamento?

“Ha la delega sulle droghe, quindi sicuramente ha avuto un peso. Ma in tutta la destra italiana - sia nella Lega, sia in FdI, persino in Forza Italia, mi riferisco alla corrente di Gasparri confluita dalla vecchia An – c’è una componente che ha questa visione talebana. Sono quelli che convintamente sostengono che dalla canna si passa all’eroina, anzi adesso dalla cannabis light, perché troppo vicina alla marijuana. Una tesi che sentiamo dagli anni Settanta ed è assolutamente priva di fondamento”.

Cosa dice la comunità scientifica?

“Sostanzialmente, è ormai unanime nell’affermare la non nocuità della cannabis light. E lo stesso fa l’Europa, se è vero che esiste in finanziamento Ue all’agricoltura per la produzione di cannabis con Thc inferiore allo 0,3%. Ma gli stessi giudici in Italia alla fine non possono che prendere atto della realtà, anche di fronte ai sequestri che poi vengono regolarmente annullati di fronte all’impossibilità di dimostrare la nocuità della sostanza”

Adesso sarà la Corte Costituzionale a doversi pronunciare sull’articolo del decreto sicurezza che criminalizza la cannabis light.

“Dire ‘adesso’ significa essere ottimisti. Purtroppo i tempi si prospettano lunghi. Di certo, nei prossimi mesi arriveranno – speriamo – altri ricorsi. In tutti i giudizi ancora pendenti – e nessuno è approdato al dibattimento – verranno presentate eccezioni di costituzionalità”.

Il suo invece, dopo l’assoluzione in primo grado, procede anche in appello.

“A fine gennaio ci dovrebbe essere la fissazione dell’udienza, che dovrebbe avvenire entro due anni. Da quando le indagini sono cominciate ne sono passati sei. E in mezzo ci sono stati la chiusura amministrativa della prima attività che abbia portato la cannabis light in Italia, il sequestro e la distruzione, ancor prima della conclusione del processo, di 670 chili di infiorescenze per un valore di 5,8 milioni, e di tutti i nostri risparmi. La procura ha persino suggerito alla Camera di commercio di cancellare l’oggetto sociale della mia attività e anche se vincessi in appello, come già fatto in primo grado, non potrei riaprirla. E il sistema in Italia non prevede neanche indennizzi adeguati in casi del genere”.

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