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La sorpresa dei gesuiti, svolta all’ateneo gregoriano: “Io, prima donna ai vertici”

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Paola Mollo, 41 anni, è diventata preside della facoltà di Studi Orientali: “Ero l’unica studentessa in una classe di 60 ragazzi. Spero che sia solo l’inizio, di non rimanere sola a lungo”
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Un saggio che hanno appena pubblicato, per dire, ha richiesto 32 anni di studio comparato delle diverse versioni linguistiche del libro di Giobbe, «il lavoro di una vita», nota Paola Mollo. Dietro questo portone il tempo ha un’altra velocità, il passo lento di storie antichissime, poi accelera all’improvviso.

E così una giovane donna diventa la prima preside di facoltà della Pontificia università Gregoriana, il glorioso ateneo dei gesuiti a Roma che affonda le radici nel Collegio romano aperto da Sant’Ignazio di Loyola nel 1551. Storia plurisecolare e autorevolissima che solo negli ultimissimi tempi ha però infranto il soffitto di vetro che riservava ai soli gesuiti (per secoli) e poi a soli uomini consacrati (per altri anni) di accedere al ruolo di decano. Ora grazie a una recente modifica dello statuto la decana — con la finale orgogliosamente al femminile — di Studi dell’Oriente Antico è Paola Mollo, studiosa pavese di 41 anni.

Competentissima, questo è scontato: conosce latino, …

Un saggio che hanno appena pubblicato, per dire, ha richiesto 32 anni di studio comparato delle diverse versioni linguistiche del libro di Giobbe, «il lavoro di una vita», nota Paola Mollo. Dietro questo portone il tempo ha un’altra velocità, il passo lento di storie antichissime, poi accelera all’improvviso.

E così una giovane donna diventa la prima preside di facoltà della Pontificia università Gregoriana, il glorioso ateneo dei gesuiti a Roma che affonda le radici nel Collegio romano aperto da Sant’Ignazio di Loyola nel 1551. Storia plurisecolare e autorevolissima che solo negli ultimissimi tempi ha però infranto il soffitto di vetro che riservava ai soli gesuiti (per secoli) e poi a soli uomini consacrati (per altri anni) di accedere al ruolo di decano. Ora grazie a una recente modifica dello statuto la decana — con la finale orgogliosamente al femminile — di Studi dell’Oriente Antico è Paola Mollo, studiosa pavese di 41 anni.

Competentissima, questo è scontato: conosce latino, greco, ebraico, aramaico, siriaco, «avevo fatto anche basi di accadico, ossia babilonese assiro, ma non le pratico più da un po’», si rammarica, e poi parla inglese, francese, spagnolo e tedesco, ovviamente.

La facoltà è la gemella di quella biblica nel Pontificio Istituto Biblico, uno dei centri di ricerca sulle Sacre scritture più rinomati al mondo, affacciato sulla romanissima piazza della Pilotta, a pochi passi dalla fontana di Trevi. Le due facoltà — l’una più focalizzata sull’esegesi biblica, l’altra, presieduta da Mollo, sullo studio e la storia delle lingue antiche — condividono la stessa biblioteca, una miniera di codici, papiri, volumi antichi rarissimi, dove passano le loro giornate preti, suore, ma anche studiosi provenienti da tutto il mondo.

«Ci sono edizioni degli anni ‘50 e ‘60 che non hanno neanche a Harvard», dice en passant Paola Mollo, e a studiarle vengono professori di altre università, a volte trascorrono qui il loro periodo sabbatico, egittologi, archeologi, esperti delle lingue dell’antica Mesopotamia o dell’ugaritico e fenicio, «lingue sorelle maggiori dell’ebraico provenienti dalla zona che oggi corrisponde sostanzialmente alla fascia del Libano», spiega con acribia la studiosa.

Quando iniziò a studiare qui, Mollo era l’unica ragazza in una classe di 60 studenti. «È vero che saltavo all’occhio, mi sorprendevo che il professore si ricordasse di me ma mi guardavo intorno e il motivo era ovvio… però non mi sono mai sentita diversa, neanche per mezz’ora». E ora che è salita al grado di decana la prende con naturalezza, «va bene», si limita a dire, «molti si sono rallegrati per la scelta di una donna e per la giovane età, è un ambiente che già conosco da tempo, ci apprezziamo a vicenda, per cui da un lato penso sia molto normale». Però, aggiunge, «spero che non sia solo l’inizio, questo sì, spero cioè di non rimanere sola a lungo».

Dietro le mura spesse e le vetrate maestose, del resto, tra il silenzio delle sale lettura interrotto solo dal fruscio delle pagine, le novità del tempo hanno fatto spesso irruzione in questi luoghi. Il cardinale Carlo Maria Martini, che del Biblico è stato indimenticato rettore, raccontò che nei primi anni Sessanta l’istituto fu teatro di uno scontro felpato ma feroce tra due anime della Chiesa, quella rivoluzionaria — portata poi avanti dal giovane gesuita — che voleva introdurre il metodo storico-critico e quella che temeva che una interpretazione scientifica della Bibbia danneggiasse la pietà popolare e mettesse a repentaglio la stessa fede.

L’istituto romano rischiò di chiudere, due padri gesuiti tacciati di modernismo vennero sospesi dall’insegnamento, solo la ventata riformista del Concilio vaticano II chiarì le cose. Ancora oggi scoprire che un testo sacro è stato rimaneggiato tante volte, o che lo si può interpretare in modo radicalmente diverso, può creare qualche soprassalto.

«Il primo anno sei concentrato a imparare la lingua, ma dal secondo, iniziano le domande e in alcuni studenti c’è un attimo di sorpresa», ammette Mollo, «però poi questo non crea problemi, e approfondire un testo non mette in discussione la fede, anzi magari le persone trovano argomenti ulteriori alla propria fede o guardano le cose da un’altra ottica».

La storia, anzi l’attualità, fa poi irruzione nelle aule della facoltà di Studi dell’Oriente Antico attraverso gli studenti che vi si avvicendano. Gli italiani ormai sono solo il 20 per cento, ci sono studenti dal resto d’Europa, dall’Africa, dal Sud e dal Nord America, sempre di più dall’Asia, «in particolare dall’India e dalla Corea», sono destinati a diventare professori, esegeti, traduttori. E portano alla Gregoriana le loro vite. «Qui c’è un’umanità variegata», dice Mollo, «ci sono storie che magari a Roma, in Italia, ti toccano meno, ma qui le senti vicine». Sono storie a volte curiose: «Quando sono arrivata il primo anno», racconta la decana, «i miei due vicini di banco erano due iracheni che parlavano il neoaramaico, un dialetto usato ormai solo da 200mila persone tra Iraq e la zona del Kurdistan, una cosa estremamente affascinante». Altre volte sono storie intellettualmente avventurose. «C’è una giovane studentessa spagnola che di tutto il mondo solo qui ha trovato il ventaglio di lingue antiche che voleva studiare». Altre volte ancora storie drammatiche: ci sono gli studenti del Biblico che si sono trovati in Israele durante il 7 ottobre, c’era la studentessa siriana che aveva lasciato la famiglia a casa durante le violenze della grande guerra civile, c’è la ragazza brasiliana che non riusciva a studiare perché pensava all’alluvione che aveva colpito il suo paese.

La prima decana donna della Pontificia università Gregoriana spera di essere motivo di incoraggiamento anche per loro. «Può essere di sollievo per le giovani donne che vengano a studiare qui e si sentano così rappresentate», dice, «e sentano che c’è spazio anche per loro».

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