Truffa al campanile di Giotto, milioni di euro rubati online: “Soldi agganciati via mail”
dal nostro inviato Paolo BerizziUna veduta di Firenze con il campanile di Giotto e la cupola del Brunelleschi
(reuters)BRESCIA – Da una piccola filiale di banca di Lumezzane in Val Trompia al campanile di Giotto, e ritorno. Dalle terre bresciane del tondino al Duomo e al Battistero della città di Dante passando da una ragnatela di società cartiere, montagne di cash, spalloni, conti all’estero, banditi italiani e banditi cinesi. Al centro del sistema, i fratelli Luca e Daniele Bertoli, bergamaschi di Telgate, 59 e 65 anni. Erano loro la mente del sofisticato meccanismo alla base della maxitruffa ai danni della onlus Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze: 2 milioni di euro. La punta di un iceberg da 30 milioni, a tanto ammonta il giro movimentato in soli sei mesi lungo l’asse Toscana, Lombardia e Veneto. Lo ha scoperto la polizia in un’inchiesta della Procura di Brescia che ha portato all’arresto di nove persone, a una quindicina di indagati e al sequestro di 500 milioni in una notte.
BRESCIA – Da una piccola filiale di banca di Lumezzane in Val Trompia al campanile di Giotto, e ritorno. Dalle terre bresciane del tondino al Duomo e al Battistero della città di Dante passando da una ragnatela di società cartiere, montagne di cash, spalloni, conti all’estero, banditi italiani e banditi cinesi. Al centro del sistema, i fratelli Luca e Daniele Bertoli, bergamaschi di Telgate, 59 e 65 anni. Erano loro la mente del sofisticato meccanismo alla base della maxitruffa ai danni della onlus Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze: 2 milioni di euro. La punta di un iceberg da 30 milioni, a tanto ammonta il giro movimentato in soli sei mesi lungo l’asse Toscana, Lombardia e Veneto. Lo ha scoperto la polizia in un’inchiesta della Procura di Brescia che ha portato all’arresto di nove persone, a una quindicina di indagati e al sequestro di 500 milioni in una notte.
L’architettura della frode
L’architettura della frode si fondava sul classico meccanismo di fatture false e riciclaggio per operazioni mai avvenute. In sostanza: i lavori venivano fatturati, ma non eseguiti. Il cuore del raggiro sono alcune opere di ristrutturazione commissionate (e pagate) dall’Opera Santa Maria del Fiore a un’impresa privata per il Complesso Eugeniano: opere per 1 milione e 750 mila euro. «Chi ha versato i soldi (dalla onlus fiorentina) era convinto di pagare il fornitore di un’opera di restauro ma in realtà stava accreditando il denaro su un conto corrente bancario che fa capo all’organizzazione criminale», ha spiegato il procuratore capo di Brescia, Francesco Prete. L’Iban era appoggiato su una banca di Lumezzane. Ma il «riciclatore professionista» Luca Bertoli aveva la disponibilità di conti esteri di comodo, soprattutto in Polonia. Una delle mete delle trasferte del fratello Massimo. «Sto aspettando il 13 di pagarvi poi scappo, me ne vado», dice in una telefonata.
La banda
Il tribunale di sorveglianza di Venezia gli aveva imposto il divieto di allontanamento dalla provincia di residenza, ma l’imprenditore faceva avanti e indietro tra il Veneto e Milano per la «restituzione di denaro corrente». Secondo i pm Jacopo Berardi e Flavio Mastrototaro intorno ai due fratelli bergamaschi ruotava una banda composta, tra gli altri, da quattro cinesi, un altro bergamasco (Iacopo Antonioli, 34 anni), il monzese Antonino De Salvo, un albanese e un nigeriano. Poi c’è “il miliardario”: così era soprannominato un 55enne bresciano (indagato).
L’aggancio via mail
I fratelli Bertoli, per riciclare, oltre ai cinesi utilizzavano anche lui. Gestore di una società intestata alla moglie con sede a Brescia a borgo Whurer e collegato a una delle società cartiera emerse nelle indagini. «Il miliardario contatta Luca Bertoli assicurando a lui e al fratello servizi e stipendi, Bertoli ne è entusiasta», si legge nelle carte. Per conto di chi agisce il “miliardario”? Per una società alla quale, in concorso con una donna cinese, «consentiva di evadere emettendo fatture relative a operazioni inesistenti per oltre 165 mila euro». Una goccia in un mare. La mossa-chiave dei truffatori-ricicloni, il bingo, è “l’aggancio” delle email tra l’Opera e i soggetti “economici”. Ecco dunque il bonifico da un milione e 750 mila euro. La somma è dirottata su una società rappresentata da un bresciano di Lumezzane con numerosi precedenti. La polizia ferma l’uomo il 27 agosto 2025 in una filiale bancaria di Sarezzo. «I soldi sul mio conto? Tutte operazioni gestite da De Salvo!». I due sono vecchi amici. «Mi offrì 50mila euro come compenso per ricevere sul conto della mia società importi di denaro da una società di Firenze per trasferirli su conti correnti terzi».
La coppia di cinesi
Tirando i fili di sei mesi la polizia scopre la filiera di società fantasma e fatture farlocche. Tutto era iniziato a agosto 2024: Fabrizio Lucchetti, direttore dell’opera Santa Maria del Fiore di Firenze, nella denuncia racconta del contratto galeotto con una società edile per il restauro del Complesso Eugeniano. È quello delle email nelle quali si infilano i maneggioni italo-cinesi. Passano i mesi: la polizia pedina, intercetta, scopre le scatole a incastro, le fatture false, le valigie piene di soldi. A settembre gli agenti della Stradale fermano una coppia di cinesi: stanno trasportando in auto da Vicenza a Brescia 200mila euro in buste termosaldate. «Fanno il bonifico, vengo a ritirare, consegno, punto, basta», dice Bertoli in una telefonata. Appuntamenti dopo i caselli autostradali o ai benzinai, «fai la fattura di 30mila tondo», «vai, dopo glieli portiamo all’albanese», «ci vediamo al Farina00» (locale di Bergamo). Tutto via WhatsApp. A Firenze all’ombra del campanile di Giotto all’inizio nessuno sospettava di nulla. Finché la casa di carta è crollata.