“Rubik in sei secondi così mi alleno per essere un campione al cubo”
di Giulia D'AleoLo fa sembrare semplice come bere un bicchier d’acqua. E gli richiede persino meno tempo. Perché a Valerio Locatelli, diciannovenne romano, appassionato di scacchi e matematica, sono bastati 6,49 secondi per diventare per la quinta volta consecutiva campione nazionale 2025 del cubo di Rubik nella categoria 3x3x3. Ai meno avvezzi può sembrare quasi magia: «Ma è tutta logica», ci riporta lui con i piedi per terra.
E cos’altro?
«Si lavora su due livelli: prima sequenze intuitive, poi schemi mentali fissi, dei veri e propri algoritmi. È un mix di memoria muscolare e scelte rapide, un po’ come guidare l’auto: all’inizio pensi a tutto, poi diventa automatico».
E 6,49 secondi è il suo tempo migliore?
«Il mio record personale è di 5,68. Ma la gara prevede cinque risoluzioni: si scartano la migliore e la peggiore e si calcola la media delle rimanenti».
Come si diventa così veloci?
«Allenamento e costanza. Soprattutto quando i progressi diventano sempre più piccoli: all’inizio bastano poc…
Lo fa sembrare semplice come bere un bicchier d’acqua. E gli richiede persino meno tempo. Perché a Valerio Locatelli, diciannovenne romano, appassionato di scacchi e matematica, sono bastati 6,49 secondi per diventare per la quinta volta consecutiva campione nazionale 2025 del cubo di Rubik nella categoria 3x3x3. Ai meno avvezzi può sembrare quasi magia: «Ma è tutta logica», ci riporta lui con i piedi per terra.
E cos’altro?
«Si lavora su due livelli: prima sequenze intuitive, poi schemi mentali fissi, dei veri e propri algoritmi. È un mix di memoria muscolare e scelte rapide, un po’ come guidare l’auto: all’inizio pensi a tutto, poi diventa automatico».
E 6,49 secondi è il suo tempo migliore?
«Il mio record personale è di 5,68. Ma la gara prevede cinque risoluzioni: si scartano la migliore e la peggiore e si calcola la media delle rimanenti».
Come si diventa così veloci?
«Allenamento e costanza. Soprattutto quando i progressi diventano sempre più piccoli: all’inizio bastano pochi mesi per scendere di 5 secondi, ma ora per ridurre la media di solo mezzo secondo serve tantissimo lavoro».
Quindi porta il cubo sempre con sé?
«Lo vivo come uno sport, con sessioni di allenamento pianificate. Una o due ore al giorno in tempi normali, fino a tre prima delle gare importanti».
E il resto del tempo?
«Studio matematica all’università di Pisa, gioco a scacchi, faccio atletica. Le mie giornate sono organizzate in slot: allenamento, lezioni, hobby. Serve disciplina, se vuoi risultati».
Così non si perde la passione?
«Mi piace sfidare me stesso. Capita di dovermi allenare quando non ho voglia, ma ogni passo avanti è un motivo per continuare. E in gara basta un errore minuscolo per compromettere la vittoria».
E con l’ansia da prestazione come si fa?
«È uno scoglio enorme, perché devi rendere tanto in pochissimo tempo. L’esperienza aiuta: con 80 gare alle spalle, circa quindici l’anno, so gestirla meglio. Esistono anche delle tecniche».
Del tipo?
«Visualizzare l’ambiente di gara: spettatori, tavolo, timer, combinazioni. Se immagino tutti gli scenari possibili, è un po’ come eliminare gli imprevisti».
E perché ha scelto proprio il cubo di Rubik?
«Ne sentii parlare la prima volta a 11 anni. Era un oggetto misterioso, volevo capirne i segreti».
Come ci è riuscito?
«Con i video su YouTube, poi con l’esperienza sul campo e le competizioni. La prima gara fu nel 2018, un open a Rovigo: avevo dei tempi di 16-17 secondi, ero emozionatissimo. Lì capii che volevo farne altre e da allora ho partecipato a tutti i nazionali, a due europei e a un mondiale».
Ha un suo idolo?
«Felix Zemdeks, speedcuber australiano, considerato il migliore di sempre. Ho imparato tutto dai suoi video, quest’anno l’ho incontrato ai mondiali a Seattle. Mi ha detto di continuare così».
I suoi coetanei che ne pensano?
«Prima era più una cosa da adulti, ma in poco tempo l’età media è scesa da 20 a 14 anni. Hanno aiutato i social, dove ragazzi delle nuove generazioni si sfidano in challenge e mostrano i trucchi».
Tutt’altro che un hobby da nerd, quindi?
«Io sono sempre stato preso sul serio, forse perché ho ottenuto molto presto dei buoni risultati. Anche se a livello nazionale non è ancora riconosciuto come sport, in tanti hanno imparato a vederlo come un’attività agonistica vera e propria».