✕

Questori rimossi, il prefetto Della Cioppa: “Dietro c’è un sistema politico”

Mario Della Cioppa 

Ascolta l'audio

L’intervista dopo il trasferimento da Torino a Reggio di Sirna: “Non è l’unico caso, c’è una pressione che lascia soli i dirigenti”
2 minuti di lettura

Questori spostati da una sede all’altra dopo tempi non del tutto fisiologici. Mario Della Cioppa, prefetto ed ex questore di Roma, cosa accade?

“Accade che il questore finisce spesso per vivere una solitudine operativa che lo espone oltre misura e lo trasforma nel bersaglio più facile quando qualcosa va storto. Anche se le cause sono più ampie e coinvolgono responsabilità e scelte di sistema”.

Ci spiega questo sistema?

“C’è, sempre più spesso, un coinvolgimento della politica. Un tempo una certa incidenza politica era fisiologica e circoscritta. Oggi è più frequente e invasiva, al punto che non sempre vengono scelti i migliori ma quelli ritenuti più “utili” in un determinato contesto, sia negli avvicendamenti che nelle promozioni. È un concetto che abbiamo espresso con l’ex dirigente generale Maurizio Ficarra nel nostro libro C’era una volta il questore”.

Un esempio pratico?

“Proprio Ficarra mi raccontò che un ex capo della polizia gli aveva spiegato che, in alcune sedi di grande rili…

Questori spostati da una sede all’altra dopo tempi non del tutto fisiologici. Mario Della Cioppa, prefetto ed ex questore di Roma, cosa accade?

“Accade che il questore finisce spesso per vivere una solitudine operativa che lo espone oltre misura e lo trasforma nel bersaglio più facile quando qualcosa va storto. Anche se le cause sono più ampie e coinvolgono responsabilità e scelte di sistema”.

Ci spiega questo sistema?

“C’è, sempre più spesso, un coinvolgimento della politica. Un tempo una certa incidenza politica era fisiologica e circoscritta. Oggi è più frequente e invasiva, al punto che non sempre vengono scelti i migliori ma quelli ritenuti più “utili” in un determinato contesto, sia negli avvicendamenti che nelle promozioni. È un concetto che abbiamo espresso con l’ex dirigente generale Maurizio Ficarra nel nostro libro C’era una volta il questore”.

Un esempio pratico?

“Proprio Ficarra mi raccontò che un ex capo della polizia gli aveva spiegato che, in alcune sedi di grande rilievo, si è arrivati anche a verificare preventivamente il gradimento della politica locale, specie se espressione della maggioranza di governo, per evitare nomine non accettate. Non è la regola, ma accade. Ed è qui che la scelta tecnica si piega all’opportunità politica”.

Il questore di Torino rimosso dopo l’assalto alla Stampa, quello di Bologna dopo una stagione di critiche da parte del centrodestra sulla gestione dell’ordine pubblico. Altri spostamenti sospetti?

“Colpisce anche il passaggio del questore di Reggio Calabria destinato a Messina, due realtà territorialmente e funzionalmente molto vicine. È un movimento che, a mio avviso, va letto nel contesto più ampio degli avvicendamenti di Torino e che, senza entrare nel merito del singolo caso, non appare sorretto da una logica chiara e congrua di valutazione. Non affermo certezze, ma non mi sorprende che possa essere percepito come un trasferimento di natura compensativa. Ed è proprio questo il punto critico: quando manca una motivazione leggibile, il messaggio che passa è quello di una soluzione tampone più che di una scelta fondata sul merito”.

E a livello locale cosa succede? Per esempio, nel caso del questore di Bologna, come è andata?

“Il questore opera sul territorio ma non può diventare ostaggio delle dinamiche politiche locali. Quando il confronto politico si trasforma in pressione indiretta sull’ordine pubblico, la valutazione del questore rischia di perdere oggettività e di diventare funzionale a equilibri esterni all’amministrazione. Non passa inosservata anche l’incoerenza della narrazione, proprio nel caso del questore Sbordone a Bologna: una parte della stessa politica che prima critica, poi si dice rammaricata per il trasferimento. È il segno di una politicizzazione che produce confusione e scarica sul questore tensioni che non gli appartengono”.

I sindacati di polizia come si collocano in questa dialettica?

“Salta all’occhio che la gran parte delle organizzazioni sindacali sia rimasta silente, mentre il poco che si è espresso lo ha fatto in modo non particolarmente incisivo. In altri ordinamenti dello Stato, penso alla magistratura, le associazioni sono tempestive e visibili nel difendere ruolo e prerogative dei colleghi. Qui, al contrario, la dirigenza appare spesso sola proprio nei momenti più delicati”. Nel vostro libro c’è una chiara critica al sistema".

Dopo l’uscita del vostro libro, lei e Ficarra, come spesso accade per alti dirigenti dello Stato in pensione, avete avuto incarichi dal ministero?

“Per quanto mi riguarda, no. Non ho ricevuto alcun incarico. E, per quanto mi risulti, neppure Maurizio Ficarra”.

Leggi i commenti