Da Boromir del Signore degli Anelli alla bambina che guarda in camera mentre dietro la sua casa va in fiamme, il meme è diventato negli ultimi anni una delle forme espressive più efficaci e pervasive della cultura occidentale contemporanea. Custode di meccanismi sociali e culturali complessi, è destinato a reinventarsi, ma non a scomparire. O almeno così è come la pensa Giulio Armeni, scrittore, comico e memer, autore del progetto @filosofiacoatta, tra le pagine satiriche più seguite del mondo digitale.
«Qualcosa che c’è sempre stato: una manifestazione della creatività umana. Il memer lavora con l’immaginario collettivo, crea fotomontaggi di immagini e parole, non per forza comici. È come un collage digitale. Io per esempio parto da screenshot di attualità - qualcosa legato alla figura di Donald Trump o a un video virale – e cerco con i testi di creare delle storie a partire dalle immagini: lo ch…
Da Boromir del Signore degli Anelli alla bambina che guarda in camera mentre dietro la sua casa va in fiamme, il meme è diventato negli ultimi anni una delle forme espressive più efficaci e pervasive della cultura occidentale contemporanea. Custode di meccanismi sociali e culturali complessi, è destinato a reinventarsi, ma non a scomparire. O almeno così è come la pensa Giulio Armeni, scrittore, comico e memer, autore del progetto @filosofiacoatta, tra le pagine satiriche più seguite del mondo digitale.
«Qualcosa che c’è sempre stato: una manifestazione della creatività umana. Il memer lavora con l’immaginario collettivo, crea fotomontaggi di immagini e parole, non per forza comici. È come un collage digitale. Io per esempio parto da screenshot di attualità - qualcosa legato alla figura di Donald Trump o a un video virale – e cerco con i testi di creare delle storie a partire dalle immagini: lo chiamo “meme romanzo”. È una corrente artistica, ognuno ha il suo stile».
Se dovesse spiegare cos’è un meme a un filosofo come Platone lo spiegherebbe così? «Così forse lo direi più a Hegel, mi sembra proprio la sua filosofia messa in atto: il meme come manifestazione dello spirito della creatività umana. I greci avevano una grande forma di meme che erano i poemi omerici, nati dall’unione di più storie, miti, di formule ricorrenti tramandate oralmente di bocca in bocca fino ad assumere dimensioni sempre maggiori e diventare – oggi diremmo – virali. Perciò sì, con Platone partirei dall’Iliade e gli direi: “So che ti sembrerà assurdo, ma in futuro tutti quanti potranno fabbricare immagini a loro piacimento nell’arco di un secondo. Voi sta’ cosa non ce l’avete, ma la fate già con la parola”».
Qual è la forza di questo linguaggio? «Fa leva su riferimenti condivisi dell’immaginario collettivo, ribaltandoli. Io lavoro con figure che abbiamo tutti ben presente: da Giorgia Meloni a Fabrizio Corona, da Umberto Eco (quando voglio parlare a delle nicchie) a Battiato».
Com’è nato il progetto @filosofiacoatta e com’è cambiato nel tempo? «Ho iniziato su Facebook nel 2010. Ero al liceo e facevo una parodia in romanesco della filosofia. Sono passati 15 anni, ora è qualcosa di completamente diverso. Un progetto comico-satirico, presente non solo su internet ma anche con spettacoli live. Ma lo spirito iniziale è ancora lo stesso».
Ha cominciato molto prima che il meme fosse un registro riconosciuto. «Sì, la prima vera esplosione del meme c’è stata nel 2016. Poi con la pandemia ci siamo abituati a riconoscere l’autorialità dietro a certe creazioni».
Perché proprio il 2016? «Mi piace pensare che sia stato l’anno della post-verità. Sono successe varie cose: dalla prima amministrazione Trump all’esplosione della musica trap che ha mandato in cortocircuito molte basi del linguaggio, anche giovanile. Siamo entrati in una sorta di realtà parallela, che è quella assurda che ci sembra di vivere oggi al suo culmine con l’intelligenza artificiale».
Cosa può un meme che una notizia seria non può fare? «Intanto ha potere di sintesi. E poi è iconico: incarna un’idea come farebbe un corpo, non si limita a esporla. Siamo in un’epoca in cui adoriamo sempre di più le persone carismatiche, e sempre meno le idee. La sintesi però richiede responsabilità, perché chi legge si deve fidare dell’onestà di chi ha fatto un distillato di un intero ragionamento».
C’è stato un personaggio che avrebbe tanto voluto utilizzare? «Totò, l’ho usato una sola volta. È una maschera potente, mi piacerebbe usarlo molto di più per fargli fare dei discorsi anacronistici che generino un effetto comico. Come faccio con Pasolini… Recentemente sono andato ad Atreju, per curiosità; in quel contesto la sua figura puoi reinterpretarla, risemantizzarla. Mi rendo conto di cercare sempre più degli unicorni, figure che parlino a pubblici trasversali. Meloni passa il test. Battiato passa il test: ha molto successo su TikTok. Anche Nicola Gratteri passa il test: il meme che ho scritto su IA e 'ndrangheta è uno dei miei preferiti».
C’è anche chi non capisce l’ironia? «È uno spettro: da un lato c’è quello che non si rende conto che il personaggio non ha veramente detto quella cosa e di solito finisce con l’insultare il protagonista del contenuto come se l’avesse postato lui. Dall’altro, c’è chi non capisce la satira e accusa me di dire cose negative o violente, prendendo la cosa per vera. È interessante osservare quando il meme è così riuscito da rendere più labile il confine con la realtà».
Ha mai subìto una censura da parte dell’algoritmo? «Una volta feci un meme sullo sciopero della fame di Cospito. In quel periodo pubblicare qualcosa in solidarietà a Cospito (non politica ma umana) veniva segnalato dall’algoritmo come associazione e organizzazione pericolosa. In pratica ti davano del terrorista. Avevo adottato tutte le precauzioni possibili; avevo fatto parlare Meloni che a un certo punto diceva: “Alfreduccio, mangia! Sai che ha detto una volta mia nonna? O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”. Era un riferimento all’anarchico Pinelli. Il meme è andato virale ed è stato bannato. Pensavo fosse per Pinelli, invece era per la finestra: istigazione al suicidio. Non si capisce mai dove inizia la censura e dove comincia invece l’automatismo algoritmico. È un mix che sa di futuro».
Pensa che quella del memer sarà una professione anche nel futuro? «Secondo me può cambiare nella materia, ma non nello spirito. Ormai è dentro di noi, nella nostra comunicazione politica, nel nostro modo di pensare. Come il virus di Maga Magò de La Spada nella Roccia: destinato a trovare modi per trasformarsi ed espandersi».
Chi è il filosofo coatto per eccellenza? «Foucault, basta vedere le sue foto con la giacca di pelle. Se invece parliamo di dottrina, di pensiero, direi Gramsci. Ti faceva riflettere su come tutti abbiamo la nostra filosofia: non solo professori o filosofi, ma anche la gente di strada. Diversa, non sistematizzata, ma pur sempre filosofia. È lo stesso motivo per cui vado ad Atreju».
Sta già lavorando a un nuovo contenuto? «Non posso spoilerare troppo, ma sarà su Fabrizio Corona che svela i misteri della fisica quantistica».