Da occhi spaccanti a vannaccizzare: così parlò il 2025
di Paolo Di PaoloE adesso guarda, se puoi, amore mio, a questo anno che muore con occhi spaccanti. Aprili, sgranali sul mondo: perché sono belli, e restano lucidi mentre irrimediabilmente l’opinione pubblica si vannaccizza. Non cedere all’angoscia di fronte alla broligarchia che detta legge, che governa più dei governi. Scrolla le spalle davanti al bullismo economico sempre più prepotente. La vita non è un romantasy. La vita, ecco qua, è fatta di parole, paroloni, parolacce. Parole nuove che sembrano generate da intelligenze non umane, o un po’ meno che umane: d’altra parte, si riferiscono a una sfuggente realtà irreale-surreale, non tutta generata da Sapiens in carne e ossa. Perfino l’IA ha le allucinazioni. Figurati noi, assediati da neologismi che — nelle intenzioni di chi li ha selezionati per il Libro dell’Anno Treccani 2025 — dovrebbero fotografare il presente. Vorticoso, incerto. Ingiocabile, verrebbe da dire, pescando l’aggettivo che meglio definisce il trionfale Jannik Sinner. Detto di atleta…
E adesso guarda, se puoi, amore mio, a questo anno che muore con occhi spaccanti. Aprili, sgranali sul mondo: perché sono belli, e restano lucidi mentre irrimediabilmente l’opinione pubblica si vannaccizza. Non cedere all’angoscia di fronte alla broligarchia che detta legge, che governa più dei governi. Scrolla le spalle davanti al bullismo economico sempre più prepotente. La vita non è un romantasy. La vita, ecco qua, è fatta di parole, paroloni, parolacce. Parole nuove che sembrano generate da intelligenze non umane, o un po’ meno che umane: d’altra parte, si riferiscono a una sfuggente realtà irreale-surreale, non tutta generata da Sapiens in carne e ossa. Perfino l’IA ha le allucinazioni. Figurati noi, assediati da neologismi che — nelle intenzioni di chi li ha selezionati per il Libro dell’Anno Treccani 2025 — dovrebbero fotografare il presente. Vorticoso, incerto. Ingiocabile, verrebbe da dire, pescando l’aggettivo che meglio definisce il trionfale Jannik Sinner. Detto di atleta o di squadra così forte da risultare imbattibile.
Più che imbattibile, il presente è impraticabile. Il futuro, peggio. Così le parole si caricano delle tossine che inaliamo. Prendono il peso di una scena finanziaria incupita e vulnerabilissima anche nella sua impalpabilità: controdazio (il dazio che colpisce come strumento di ritorsione), cryptogate (lo scandalo legato all’emissione di criptovalute). Si caricano di scorie del paesaggio politico, delle sue derive retrograde e reazionarie: vannacciano è un aggettivo discutibile, come il personaggio a cui si rifà. Definizione? Facile. Ciò che rinvia a Roberto Vannacci, opere e opinioni. Vannaccizzare è peggio: «ricondurre qualcuno nell’alveo della linea politica e dell’ideologia» del generale di cui sopra.
Richiede uno spirito resiliente (parola ormai abusatissima e dunque logora) ogni alternativa di carattere civile e morale: un tocco, volendo, di “sumud” — parola araba illuminata dagli eventi drammatici dell’anno che si chiude, un lemma che esprime «resistenza, speranza nel futuro, solidarietà». La flottiglia a suo tempo in navigazione verso Gaza — irrisa, osteggiata — ha dato prova di maestosa “sumud” e l’ha incamerata nel nome, Global Sumud Flottilla. La terribile vicenda di quelle terre, il massacro genocida, ha rigenerato una partecipazione pubblica che non si vedeva da anni: forse l’inderogabile urgenza di rimodellare uno spirito comune, un noi, intorno a una linea inviolabile e tuttavia violata della dignità umana. Spesso con una sprezzatura ostile vengono definiti pro-Pal — altro neologismo incluso nel Libro dell’Anno Treccani — i sostenitori, da lontano, della causa palestinese. Ma forse ha qualcosa di oggettivamente riduttivo. Il fatto è che nemmeno le parole dicono tutto, non sempre il lessico illumina la complessità del reale: potremmo dire che la insegue, prova a stanarla e comunque arranca.
Talvolta gli scrittori, esperti creativi di vocabolari, si incaricano di dare profondità ai singoli termini; mentre altri agenti della comunicazione — tanto più se “social” — vanno in direzione contraria. Semplificare, depauperare, piallare. Così zombie e maranza non dicono tutto degli umani su cui cadono tali etichette (da un lato chi assume Fentanyl, oppiaceo analgesico; dall’altro i giovani che prendono parte a ghenghe urbane rissose e violente).
E, per dire, una parola come “kiss cam” dice poco, pochissimo, della vicenda più rilevante a cui è legata: quella di una coppia — li chiameremo così, per l’appunto semplificando — di fedifraghi inquadrati durante un concerto dei Coldplay. Tradimento, lo chiameremo così, messo in piazza e stra-commentato dai passanti del web. Perlopiù a sproposito, e senza nessuna accortezza per quella delicatissima cristalleria che è la vita privata di chiunque. Le storie sono spesso più sfaccettate delle parole e della loro definizione, danno profondità, calore emotivo. Una kiss cam è una kiss cam. Il tracollo emotivo di due esseri umani ingigantiti da quel riflettore ludico-morboso non si può ridurre a un anglicismo spettacolar-tecnologico. E così gli occhi spaccanti su cui ironizziamo (coniatore Raoul Bova, rivolgendosi a una ragazza di cui si era evidentemente innamorato) sono meno divertenti se ricondotti all’intimità a cui sono stati strappati. Le chat di ciascuno di noi debordano di frasi che, pubblicate, risulterebbero ridicole e grottesche. Come quelle sussurrate in camera da letto.
Perciò, tra tutti i neologismi e le locuzioni che raccontano il tremendo anno che muore, forse la parola più bella è l’unica davvero poetica. Inutilizzabile se non in contesti vagamente letterari. “Tornanza”. L’azione, il fatto di tornare nel luogo d’origine. Un luogo, reale o simbolico, che ci faccia sentire al riparo. Dalla turbolenza del mondo presente e futuro. E dalle parole: quando sono un rumore di fondo, triste, sguaiato, e invecchiano in fretta.