La scienza di Adrian Fartade: “Mostro frammenti di Luna, nello Spazio ci sono storie incredibili”
di Giulia BoeroUno dei suoi consigli ricorrenti è quello di “Guardare in alto”. Non uno slogan pubblicitario, ma un invito costante allo sguardo lungo, alla curiosità e all’aggiustamento del punto di vista.
Adrian Fartade, 38 anni, vive a Milano, è uno dei divulgatori scientifici più conosciuti e seguiti nel mondo digitale, ma non solo. Specializzato in scienza, astronomia ed esplorazione spaziale, è stato in grado negli anni di far appassionare anche i più restii. Con più di mezzo milione di iscritti al canale YouTube @Link4Universe e una carriera teatrale e di spettacoli dal vivo in tutta Italia, ha unito giovani, giovanissimi e anche anziani. «Quello che mi emozionerebbe di più sarebbe vedere nuove generazioni di divulgatrici e divulgatori esplorare ambienti completamente abbandonati, fuori dal digitale, e fare molto più di quello che noi avremmo mai sognato di fare».
Se dovesse spiegare perché lo spazio riguarda la vita quotidiana di tutti, da dove partirebbe?
«L’unico modo in cui possiamo saper…
Uno dei suoi consigli ricorrenti è quello di “Guardare in alto”. Non uno slogan pubblicitario, ma un invito costante allo sguardo lungo, alla curiosità e all’aggiustamento del punto di vista.
Adrian Fartade, 38 anni, vive a Milano, è uno dei divulgatori scientifici più conosciuti e seguiti nel mondo digitale, ma non solo. Specializzato in scienza, astronomia ed esplorazione spaziale, è stato in grado negli anni di far appassionare anche i più restii. Con più di mezzo milione di iscritti al canale YouTube @Link4Universe e una carriera teatrale e di spettacoli dal vivo in tutta Italia, ha unito giovani, giovanissimi e anche anziani. «Quello che mi emozionerebbe di più sarebbe vedere nuove generazioni di divulgatrici e divulgatori esplorare ambienti completamente abbandonati, fuori dal digitale, e fare molto più di quello che noi avremmo mai sognato di fare».
Se dovesse spiegare perché lo spazio riguarda la vita quotidiana di tutti, da dove partirebbe?
«L’unico modo in cui possiamo sapere chi siamo, come esseri umani, è attraverso lo sguardo degli altri. Siamo sempre alla ricerca di relazioni, di contatti. In questo senso l’universo riesce a darci un contesto, a toglierci di dosso quella responsabilità cosmica, quel peso gigantesco che spesso ci attribuiamo. Se fossimo molto più piccoli non avremmo un sistema nervoso. Se fossimo molto più grandi saremmo alberi o montagne. Invece siamo esattamente della giusta dimensione per poter pensare, emozionarci, riflettere e percepire quel senso di appartenenza che andiamo sempre cercando. Il punto è che siamo fatti di storie, ne abbiamo bisogno tanto quanto abbiamo bisogno di cibo e acqua. Non c’è storia che ci lega di più di quella che racconta la vita, la terra, il sistema solare e l’universo. È il modo in cui tutto quanto può unirci e, allo stesso tempo, dividerci». Il suo progetto @Link4Universe nasce ormai più di dieci anni fa. Com’è cambiata la divulgazione scientifica online da allora a oggi? «Ho iniziato a fare divulgazione senza saperlo. All’epoca gli unici esempi erano legati a figure come Piero e Alberto Angela in televisione o Margherita Hack. C’erano pochissime persone che raccontavano la scienza online. Ho iniziato semplicemente perché amavo molto questo campo. Stavo già facendo teatro e mi è venuto naturale unire le cose. Ho aperto un blog nel 2009, poi i primi video su MySpace e Netlog. YouTube stava nascendo e noi, come prima generazione di creator, stavamo vivendo insieme questa creazione. Mi entusiasmava l’idea di avere per la prima volta gli strumenti per creare video direttamente in casa. Un po’ come è stato se vogliamo il movimento punk per la musica negli anni ’60, quando i ragazzi prendevano strumenti a basso costo e suonavano nei loro garage. C’era la sensazione di avere una relazione con il proprio pubblico, quello che piaceva era l’autenticità. Non fingevamo, non c’era produzione, non c’era script. Ho capito che era divulgazione quando hanno iniziato a volerci vedere dal vivo. All’inizio non è stata presa bene dalle istituzioni tradizionali, pensavano che la nostra non fosse vera divulgazione. Credo che la chiave sia la trasparenza e l’affidabilità, esplicitare sempre le fonti da cui prendi le informazioni. Io, per esempio, mostro sempre i paper nei video». Oggi la scienza è molto più presente sui social, ma anche molto più esposta a semplificazioni e a fraintendimenti. Qual è il confine tra accessibilità e banalizzazione?
«Non ci sarà mai una risposta definitiva. Viviamo un tempo in divenire, prima dell’arrivo di ChatGPT avrei risposto in maniera diversa rispetto a ora. Credo che l’importante sia intanto continuare a porsela questa domanda. La semplificazione può essere utile per orientare la comprensione di un argomento. Il problema nasce quando spiego qualcosa di semplificato e viene preso come se non lo fosse. Ma penso anche che si possano spiegare molte cose in maniera completa senza farle risultare noiose o difficili. Veniamo da una scuola di pensiero, retaggio di un pregiudizio tramandato dalle classi intellettuali precedenti, per cui se una cosa è divertente è da sminuire. Invece essere divertenti è uno dei modi in cui puoi facilitare la trasmissione di informazioni. Così come è utile esplorare tutto lo spettro delle emozioni umane, compresa la tristezza. In tutti i miei spettacoli ci sono interi momenti mirati a far commuovere, a trasmettere la meraviglia e la complessità dell’universo». È questione di prospettiva. «In fondo siamo abbastanza vicini all’origine dell’universo da poter guardare indietro e vedere letteralmente alcune delle prime stelle mai nate, le prime galassie. Tutta l’evoluzione dell’universo è durata poco, solo 14 miliardi di anni. Generazioni future, di altre stelle o pianeti, vivranno in un universo così diverso che guarderanno indietro e quella luce sarà ormai affievolita. Noi potremmo essere quelli che avranno messo da parte i dati, le memorie di un mondo che nessun altro vedrà dopo. È una delle cose più belle che potremo consegnare a specie lontane e future. Immagino un mondo in cui facciamo viaggiare per la galassia un archivio enorme con tutto quello che abbiamo accumulato come specie: le cose che abbiamo saputo, che ci hanno emozionato, per cui abbiamo riso e che ci hanno commosso. In qualche modo l’abbiamo già fatto, abbiamo lanciato per esempio sonde fuori dal sistema solare. Una di queste è chiamata New Horizons, è stata la prima a visitare Plutone e Caronte. Abbiamo lasciato lì anche una moneta, come si faceva in antichità per poter essere traghettati dall’altra parte». C’è il rischio che l’esplorazione spaziale diventi una questione per pochi, anziché un patrimonio collettivo? «Lo spazio a cui noi abbiamo accesso al momento è legato alla parte interna del sistema solare. Ora, per la prima volta, è diventato un mercato enorme di espansione commerciale e militare. Quello che ci dovremmo chiedere è se sia giusto gestire queste risorse a livello privato. Molte saranno fondamentali per le nazioni future tanto quanto la rete elettrica o l’accesso all’acqua. L’epoca in cui viviamo somiglia per molti aspetti alla seconda metà dell’Ottocento. Siamo dentro a una rivoluzione digitale e robotica, ma assomiglia molto all’atteggiamento predatorio che vedeva all’epoca ricchi esploratori voler essere i primi in cima alle montagne. Penso a tutte le spedizioni nell’Artico, al Polo sud. Persone che volevano associare il proprio nome alla scoperta di “nuovi” pezzi di terra. È un po’ il pensiero anche di gente come Elon Musk. Un atteggiamento peraltro molto maschile, c’è molto testosterone di mezzo».
«La luna occupa uno spazio unico nel nostro immaginario. Fin dalla notte dei tempi l’abbiamo guardata come qualcosa di sempre presente ma – per definizione – irraggiungibile. Quel frammento ci ricorda che questi posti esistono davvero. È importante per me far capire che quelli là fuori sono luoghi tangibili, con storie incredibili. Un giorno quei crateri verranno riconosciuti perché lì avremo vissuto avventure, conosceremo i loro nomi. Esplorare nuovi mondi, andare a cercare qualcosa altrove è parte della vita stessa. Esattamente come milioni di anni fa gli organismi hanno trovato il modo di uscire dagli oceani e trasformare la terra per viverci». Che tipo di reazione vede negli occhi delle persone quando mostra il frammento? «Cambiano subito espressione. Di solito prima lo mostro e lo faccio toccare, poi dico cos’è. Racconto loro che, toccandolo, alcuni atomi della luna rimangono sulle loro mani. Spesso lo porto in giro e lo faccio vedere anche alle persone per strada, quando mi fermano per una foto. I momenti che più preferisco sono quelli in cui i genitori tengono in braccio bambini neonati. Mi piace fargli fare una foto con il piedino sul frammento, così quando saranno grandi la potranno riguardare e dire di aver camminato sulla luna». In un’epoca dominata dal digitale, crede che la fisicità di un simile oggetto abbia ancora un potere speciale? «Grazie a questi frammenti – ne ho anche di Marte e di una stella cadente – cerco di far sì che il mio racconto sia tangibile, qualcosa che le persone possono sentire. Alcuni dicono che a forza di toccarli si sciupano. Dal mio punto di vista, più che sciuparsi sono utili per condividere un senso di meraviglia. Vorrei usarli per far avvicinare e appassionare quante più persone possibili, non che diventino oggetti da collezione da tenere in un armadio, come i francobolli. Per questo quando non ci sarò più vorrei donarli a un museo, la mia volontà è che rimangano in mano pubblica e non a collezionisti privati». Perciò quel che conta è il modo in cui queste storie vengono raccontate. «Molte cose che i ragazzi scoprono nei libri di scuola poi li trovano anche nei miei video, ma in un contesto più ampio. Prendiamo i numeri primi: a scuola vengono spiegati in forma astratta, io lo faccio costruendoci attorno una narrazione, dicendo come questi numeri potrebbero essere, per esempio, usati per comunicare con gli alieni. Ultimamente mi sto occupando anche di come comunicare e parlare con persone della terza età. È un argomento molto trascurato in Italia. C’è l’idea che dopo una certa età non serva più imparare cose nuove. Interpretiamo l’educazione come qualcosa legato all’industria: è utile se serve per produrre valore, e basta. Invece imparare è un diritto di tutti ed è importante che tutti possano sentirsi coinvolti nella società, partecipi nelle scoperte».