I giochi, la messa e i ravioli di nonna: è più bello il 25
A dire la verità non so se sia meglio il pranzo di Natale o la cena della vigilia. La tradizione settentrionale, quella a cui appartengo per nascita, privilegia il primo. Ma da festa dei bambini il Natale è ormai diventata festa dei nonni, ed è allora aritmetico che un solo slot conviviale non basti alla moltiplicazione delle famiglie di riferimento. Pranzo, cena, vale tutto. Quindi mi rifarò ai miei Natali più remoti, passati nella mia casa appunto natale, dove ci raggiungevano i nonni paterni, quelli al momento presenti su piazza. La sessione mattutina di gioco di noi fratelli con i doni appena arrivati (a noi li recava Gesùbambino, per me da scrivere in una parola) era già stata interrotta dalla vestizione per la messa del mattino: solenni entrambe. Al rientro si tornava ai giochi ma brevemente, poiché i preparativi della tavola già fervevano. Due i pezzi forti: i ravioli fatti dalla nonna, che aveva l’abitudine contabile d…
I giochi, la messa e i ravioli di nonna: è più bello il 25
A dire la verità non so se sia meglio il pranzo di Natale o la cena della vigilia. La tradizione settentrionale, quella a cui appartengo per nascita, privilegia il primo. Ma da festa dei bambini il Natale è ormai diventata festa dei nonni, ed è allora aritmetico che un solo slot conviviale non basti alla moltiplicazione delle famiglie di riferimento. Pranzo, cena, vale tutto. Quindi mi rifarò ai miei Natali più remoti, passati nella mia casa appunto natale, dove ci raggiungevano i nonni paterni, quelli al momento presenti su piazza. La sessione mattutina di gioco di noi fratelli con i doni appena arrivati (a noi li recava Gesùbambino, per me da scrivere in una parola) era già stata interrotta dalla vestizione per la messa del mattino: solenni entrambe. Al rientro si tornava ai giochi ma brevemente, poiché i preparativi della tavola già fervevano. Due i pezzi forti: i ravioli fatti dalla nonna, che aveva l’abitudine contabile di dichiarare quanti ne aveva confezionati pro capite, e il cappone. Non partecipavo agli entusiasmi degli adulti (ma anche dei miei fratelli) per la pletora di antipasti, con conserve, paté, affettati, mostarde...
Certi prodotti e certe scatolette che si vedevano soltanto a Natale, come del resto il cappone e il panettone, e soprattutto come i ravioli che la nonna confezionava soltanto a Natale, rigorosamente, lungo un’odissea di cotture, ricotture, stesure, frazionamenti, assemblaggi che era già cominciata giorni prima. In quanto al panettone, la prima volta che se ne vide uno in monoporzione in classe, elementare, all’ora della merenda si pensò a una forma dolciaria di eresia. Mangiare panettone prima della notte del 24 era infrangere un precetto della potenza del venerdì di magro. Trattandosi di preparazioni uniche, semel in anno!, di cose che a tavola si rivedevano soltanto il giorno dopo, in forma di ghiotti avanzi, e fidando in un giorno dopo che non era uno squallido lunedì bensì un ulteriore giorno di festa, l’andamento del desinare comune era invariabilmente gaio. Si chiudeva con caffè, dolciumi, carte da gioco e, da una certa ora, visite di parenti. Non riesco proprio a immaginare come sarebbe stato un eventuale cenone. Ero un bambino, e per un bambino il bello di festeggiare il Natale in ore diurne è che si può giocare sia prima che dopo pranzo. Il fasto gastronomico avrei cominciato ad apprezzarlo in età meno tenera. (Stefano Bartezzaghi)
Meglio la sera perché nell’attesa c’è il vero piacere
E, per finire, una bella insalata di rinforzo. Ma in realtà non si finisce affatto, perché mancano ancora mandarini, dolci, frutta secca, caffè per chi lo vuole e un liquore fatto in casa e a mezzanotte panettone, ancora struffoli, spumante. Se alla Vigilia non si finisce mai, si comincia però per tempo. Giorni prima. Si comincia con gli acquisti dei regali e con la spesa, con gli auguri e con il sette e mezzo insieme a parenti e amici. E deve essere la Vigilia, non il pranzo di Natale, per le migliori ragioni del mondo. Perché a carte e a tombola si gioca la sera, aspettando la mezzanotte. Perché c’è da mettere il bambinello nel presepe, e pure questo si può fare solo a mezzanotte. E perché c’è chi non aspetta Capodanno per sparare i fuochi d’artificio. Natale è prima di Natale non certo perché l’attesa del piacere è essa stessa piacere, ma semmai perché l’attesa — come la visitazione, come l’annunciazione, come ogni veglia e ogni preparazione — è tutto ciò che l’uomo religioso può vivere, sperando nell’avvento di Dio. È vero però che attorno alla tavola imbandita, alla frittura di paranza e al capitone, ai mostaccioli e ai roccocò, di religiosità ormai ne rimane pochina. Ma la tradizione rimane tradizione, anche se l’unica cosa che resta da trasmettere è proprio (e solo) il fatto che c’è una tradizione. Il presepe — piaccia o no in casa Cupiello — resiste, certo, coi pastori, la capanna e tutto quanto (più gli ultimi arrivati, Trump e papa Leone, venduti a San Gregorio Armeno), ma poco altro. Rimane, invece, per i padroni di casa che aspettano i parenti, l’ansia da prestazione di cui parlava già Raffaele La Capria, anni fa: regali e regalini, biglietti e bigliettini, addobbi e stelle di Natale. E tavola allungata per farci stare tutti, il fidanzato della figlia e i consuoceri, la nonna, la cognata, i nipotini. Tutti obbligati a prendere la cartella coi numeri della tombola, qualcuno aiutato dal bicarbonato per digerire, qualcun altro mezzo addormentato davanti alla tv. Non vorrei guastarvi la festa, concludeva La Capria: vorrei solo che non fosse una forma ormai priva di contenuto. Un rito, nel tempo della scomparsa dei riti, per dirla con Byung-chul Han. Preoccupazione legittima, mille volte ripetuta e però mille altre volte ignorata. Facciamo la Vigilia, dunque. E allunghiamoci, con le feste e le mangiate, almeno fino a Santo Stefano. Poi si vedrà. (Massimo Adinolfi)