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Castrataro, il sindaco d’Isernia che dorme in tenda: “Le mie notti al freddo per salvare l’ospedale”

Il sindaco Piero Castrataro in tenda all'ingresso dell'ospedale Veneziale ANSA / ANTONIO NARDELLI

 

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L’intervista al primo cittadino: “Servono medici per le cure essenziali, non posso accettare siano lasciate sole ottantamila persone. Ho ricevuto tanta solidarietà e resterò qui a oltranza ”
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«Avrò dormito tre o quattro ore, con il naso gelato, ma ne vale la pena». Piero Castrataro, cinquant’anni compiuti a novembre, civico eletto con il centrosinistra a sindaco di Isernia, non è un professionista delle barricate. Laureato a Pisa in ingegneria nucleare, allievo della Normale, un dottorato alla Sant’Anna, si è poi dedicato alle energie rinnovabili. Da due notti, però, dorme in tenda - un grado sopra lo zero e vento gelido che sferza la faccia - davanti all’ospedale Veneziale di Isernia. Alle otto di sera di Santo Stefano ha montato il suo igloo, lo ha ancorato a blocchi di cemento e si è infilato nel sacco a pelo.

Sindaco, perché dorme in tenda?

«Perché le battaglie non si combattono solo negli uffici o alla scrivania; a volte bisogna portarle dove il bisogno è reale».

Come davanti a un ospedale.

«Soprattutto qui. La mia non è una tenda di protesta, è un atto di presenza, una luce accesa per tenere accese le luci dell’ospedale. Non posso accettare che il Veneziale si s…

«Avrò dormito tre o quattro ore, con il naso gelato, ma ne vale la pena». Piero Castrataro, cinquant’anni compiuti a novembre, civico eletto con il centrosinistra a sindaco di Isernia, non è un professionista delle barricate. Laureato a Pisa in ingegneria nucleare, allievo della Normale, un dottorato alla Sant’Anna, si è poi dedicato alle energie rinnovabili. Da due notti, però, dorme in tenda - un grado sopra lo zero e vento gelido che sferza la faccia - davanti all’ospedale Veneziale di Isernia. Alle otto di sera di Santo Stefano ha montato il suo igloo, lo ha ancorato a blocchi di cemento e si è infilato nel sacco a pelo.

Sindaco, perché dorme in tenda?

«Perché le battaglie non si combattono solo negli uffici o alla scrivania; a volte bisogna portarle dove il bisogno è reale».

Come davanti a un ospedale.

«Soprattutto qui. La mia non è una tenda di protesta, è un atto di presenza, una luce accesa per tenere accese le luci dell’ospedale. Non posso accettare che il Veneziale si spenga: va fatto vivere per questa comunità di 80mila persone, in prevalenza anziani, che in tutta la provincia di Isernia merita cure, dignità e certezze. La sanità pubblica non è un optional, è un baluardo costituzionale».

E invece qual è la situazione del Veneziale e della sanità molisana?

«È commissariata da sedici anni, quasi un ventennio di tagli che non hanno portato efficienza, ma solo riduzione dei servizi. Nel quadro di un sistema sanitario nazionale già disastrato e definanziato, con una carenza strutturale di medici, la realtà molisana è ancor più grave. Il personale nei reparti salvavita è ridotto alla metà: al pronto soccorso ci sono 4 medici su 13; in radiologia, per chi arriva in urgenza, sono 3 su 12. Siamo ai minimi termini».

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Perché mancano i medici?

«I concorsi vanno spesso deserti, alcuni pensionati non sono stati sostituiti e manca una programmazione per il turn over, i giovani non vedono prospettive di carriera, vanno via e non tornano. Adesso cominciano ad andar via anche i loro genitori: se si sentono male, dove vanno a curarsi?».

Con la sua tenda cosa chiede?

«Nel breve termine va fatto il possibile per salvare i reparti salvavita: il pronto soccorso, la rianimazione, l’ortopedia, la radiodiagnostica, il punto nascita, l’oncologia, l’emodinamica cruciale per i pazienti infartuati».

E come?

«Redistribuendo, ad esempio, il personale sanitario tra i tre ospedali pubblici molisani; trasformando i reparti in Unità operative complesse con a capo i primari per renderli più attrattivi; coinvolgendo maggiormente l’università del Molise dove c’è Medicina e le scuole di specializzazione. Ma ora, per tamponare l’emergenza, vanno bene anche i medici dall’estero, dal Venezuela e da Cuba».

Per i commissari è solo “uno scontro politico”, l’azienda sanitaria regionale ha scritto che invece di protestare dovrebbe rendere lei Isernia più attrattiva.

«Non è tempo di polemiche per me, ma di fatti. E la mia non è una battaglia di partito ma di tutti perché la salute non guarda i colori politici. Alla tenda sono venuti a trovarmi sindaci di centrodestra e il direttore generale dell’Asrem mi ha chiamato: nei prossimi giorni ci incontreremo, le soluzioni dobbiamo trovarle insieme».

Come è andata la notte?

«Ho persino dormito qualche ora. All’alba gli infermieri mi hanno portato il caffè, al bar mi hanno offerto la colazione e poi ho parlato con tanti medici e decine di cittadini che hanno scaldato la notte gelida con il loro sostegno».

Cosa le dicono?

«M’imbarazza raccontarlo ma mi ringraziano perché ci ho messo il corpo e la faccia, mi esprimono vicinanza e solidarietà. Questa condivisione mi dà forza. Volevo fare un gesto che vincesse anche l’apatia e il senso di rassegnazione dei miei concittadini».

E lei quando tornerà a casa?

«Non lo so. Dormirò in tenda finché non vedrò una qualche soluzione concreta».

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