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A quattro mesi dall’attacco dei libici, Ocean Viking in rotta verso Sud: “La violenza non ci ferma”

Ocean Viking (afp)

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La nave sta tornando nel Mediterraneo centrale. A fine agosto, per oltre venti minuti è stata attaccata con raffiche di mitra dalla Guardia costiera libica. “Speravamo qualcosa cambiasse, ma gli accordi sono stati rinnovati, adesso è ancora più importante essere in mare”
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Non ci sono più le venature provocate dai proiettili, i vetri nuovi del ponte di comando brillano alla luce di un improbabile sole invernale, una mano di pittura fresca ha coperto i segni delle raffiche sui muri. Ma basta toccare le pareti esterne, scendere le scale verso i ponti inferiori dove dondolano i Rhib, i gommoni di soccorso, pronti a essere lanciati in mare, per sentire sotto le dita gli avvallamenti provocati dalle raffiche di mitra dei libici. Prua a Sud, Ocean Viking, la nave di soccorso di Sos Méditerranée, si dirige lenta verso il Mediterraneo centrale, la cosiddetta area operativa.

Ocean Viking verso il Mediterraneo centrale

È la prima missione dopo il pesantissimo attacco subito il 24 agosto scorso portato avanti da una…

Non ci sono più le venature provocate dai proiettili, i vetri nuovi del ponte di comando brillano alla luce di un improbabile sole invernale, una mano di pittura fresca ha coperto i segni delle raffiche sui muri. Ma basta toccare le pareti esterne, scendere le scale verso i ponti inferiori dove dondolano i Rhib, i gommoni di soccorso, pronti a essere lanciati in mare, per sentire sotto le dita gli avvallamenti provocati dalle raffiche di mitra dei libici. Prua a Sud, Ocean Viking, la nave di soccorso di Sos Méditerranée, si dirige lenta verso il Mediterraneo centrale, la cosiddetta area operativa.

Ocean Viking verso il Mediterraneo centrale

È la prima missione dopo il pesantissimo attacco subito il 24 agosto scorso portato avanti da una motovedetta della Guardia costiera di Tripoli, una delle tante donate dall’Italia, che in acque internazionali per oltre venti minuti ha attaccato la nave con raffiche sparate ad altezza uomo. Nessun annuncio ufficiale: non si fa, non si può, anche quello può diventare minaccia e motivo di contestazione in un’Italia in cui monitorare e soccorrere significa rischiare multe e fermi.

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Ci è voluto tempo perché “la vecchia signora” fosse pronta a tornare in mare, soldi – quasi 400mila euro per le riparazioni – e settimane di preparazione. L’equipaggio è a bordo da prima di Natale, ma nuovi training ed esercitazioni hanno portato via giorni: oggi si sa che un attacco armato – tecnicamente un atto di pirateria – non è ipotesi di scuola, ma scenario concreto e tocca essere pronti per salvaguardare la vita dell’equipaggio e dei naufraghi. Che continuano a morire: il 20 dicembre un gommone malconcio si è inabissato insieme alle oltre cento persone che aveva a bordo.

La strage di Natale

Solo un uomo, sopravvissuto per giorni aggrappato a un pezzo del relitto, è stato recuperato dall’equipaggio di un peschereccio tunisino e ha potuto raccontare l’orrore. Alarm phone, la rete di attivisti che raccoglie e rilancia le richieste di aiuto che arrivano dal mare, aveva avvertito le autorità competenti – Italia, Tunisia e Libia – su quel gommone in avaria tra le onde, ma ogni segnalazione è caduta nel vuoto. Oggi chiede indagini e giustizia per quel naufragio causato dall’ennesima omissione di soccorso, ma anche quello è appello che cade nel vuoto. Come mute al momento sono le procure, italiane e non, che hanno aperto fascicoli sull’attacco subito da Ocean Viking.

"Speravamo cambiasse, ma hanno rinnovato gli accordi con la Libia”

“Dopo quello che è successo, ci si aspettava un ripensamento degli accordi con la Libia, che finalmente ci si rendesse conto di quello che noi denunciamo da anni, cioè che la Guardia costiera libica è una minaccia per umanitari e naufraghi, ma il memorandum è stato per l’ennesima volta rinnovato. L’unica risposta possibile è stare qui”. La dottoressa Caterina , capo del post rescue team, è una veterana, sulla Ocean Viking ha fatto decine di missioni. Ad agosto, quando nave ed equipaggio sono stati attaccati, era a Berlino, dove di norma vive e lavora, e – dice – “è stato come se avessero sparato a un’amica mia, a casa mia”.

Caterina, capo del medical team 

Avrebbe dovuto imbarcarsi qualche settimana dopo, ma le missioni sono saltate e quando l’occasione si è ripresentata non ha esitato un momento. “Di fronte al livello di orrore a cui stiamo assistendo, in mare, a Gaza, essere qui, provare almeno a fare qualcosa mi sembra l’unica risposta possibile, non solo come medico, ma in primo luogo come essere umano”. E la paura di un attacco, né pesa, né conta. “C’è consapevolezza del rischio perché non siamo degli sprovveduti, ma continua l’esigenza di essere nel Mediterraneo”. Per monitorare quello che succede, intervenire qualora necessario, denunciare pubblicamente e anche penalmente.

Coordinamento pasticciato, respingimenti e morti: nuovo esposto

Sos Méditerranée lo ha fatto anche di recente, mentre la nave era in cantiere. Con un formale esposto, ha chiesto alle autorità italiane di fare luce sul pasticciato e per nulla chiaro coordinamento dell’intervento di soccorso del 24 maggio scorso, conclusosi con almeno quattro dispersi e il respingimento di 35 persone in Libia. Erano a bordo di uno dei due mercantili che hanno risposto all’sos che Alarm phone ha lanciato e le autorità italiane hanno ignorato, sebbene nelle stesse ore avessero soccorso un gommone poco distante.

Il Sar Team (afp)

Sono caduti nel vuoto anche i ripetuti mayday lanciati da una delle due navi commerciali, che nonostante non avesse attrezzature o esperienza, ha comunque tentato di soccorrere quelle persone. Per tutta la notte il capitano ha chiesto istruzioni e l’autorizzazione a dirigersi verso la vicina Lampedusa per far sbarcare tutti, mentre Ocean Viking da lontano tentava di supportarlo, ma “sotto una catena di comando poco chiara” – si legge nell’esposto – i naufraghi sono stati alla fine consegnati a una motovedetta libica, che li ha riportati a Tripoli dove sono ripiombati nel girone infernale dei lager. Tutti gli altri, minori inclusi, sono stati soccorsi prima da un secondo mercantile, poi dalla nave di Sos Méditerranée, costretta per di più a raggiungere il lontano porto di Livorno prima di poterli sbarcare.

“Se non torniamo in mare, lasciamo il Mediterraneo alle armi”

“Se non torniamo in mare, lasciamo il Mediterraneo alle armi e all'oblio. Ogni partenza è una promessa: quella di non distogliere lo sguardo. La nostra presenza in mare, a bordo dell'Ocean Viking, è la prova che la solidarietà non è scomparsa.”, ragiona Caroline, infermiera e membro del post rescue team, la squadra che si occupa dei naufraghi dopo l’intervento di soccorso. Ad agosto, quando la nave è stata mitragliata dai libici, era a bordo.

Caroline, infermiera e membro del post rescue team 

“Ero già arrabbiata prima del 24 agosto e quell’attacco ha aggiunto una nuova rabbia a quella precedente”. Perché – spiega – “la violenza ha raggiunto anche i luoghi che dovrebbero essere sicuri. È assurdo persino parlare di proiettili su una nave di soccorso”. Eppure. “Ecco perché è fondamentale tornare in mare”.

“Qui per resistere alla violenza”

Lo ripete convinto anche Patrick, membro del rescue team, la squadra che scende in mare per soccorrere i naufraghi in difficoltà. Neanche lui è un novellino, “il prossimo – dice – sarà il mio centesimo salvataggio”. Eppure anche lui, ad attacco finito, quando l’urgenza di mettere e tenere tutti al sicuro viene meno, l’adrenalina scende e i pensieri corrono, si è reso conto di quanto grave fosse stato il pericolo affrontato.

Patrick, membro del rescue team 

“Vedere i Rhib danneggiati, il ponte di comando distrutto, è stato difficile. Ancora oggi, nonostante la vernice, si possono vedere i segni lasciati dai proiettili sul muro, il che dimostra quanto questo attacco avrebbe potuto essere fatale”. Una consapevolezza che non diventa freno, ma stimolo. “Credo sia fondamentale tornare in mare anche per resistere alla violenza che ci è stata inflitta, dimostrare che questo non è un modo efficace per fermare i soccorsi e far capire a tutti che continueremo. A prescindere da tutto”.

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