Il primo mondo disponibile prima di questo mondo — non solo prima dell’intelligenza artificiale, ma anche prima della diffusione di internet e dei telefoni cellulari — è il mondo in cui gli Wham cantavano Wake Me Up, Madonna Material Girl, e Kate Bush Running Up That Hill. Che negli anni Ottanta raggiunse il terzo posto in classifica, ma a distanza di quasi quarant’anni, dopo l’uscita della quarta stagione di Stranger things, è arrivata addirittura al primo posto.
Ma perché i fratelli Matt e Ross Duffer hanno scelto per Stranger Things quella musica e quel mondo, il decennio dei walkman e delle videocassette, e naturalmente delle canzoni di Madonna, dei Wham e di Kate Bush? La spiegazione facile è: perché un po’ di cose che riempiono il loro immaginario risale a quegli anni: i film di Spielberg, La storia infinita di Michael Ende, certi romanzi di Stephen King.
Il primo mondo disponibile prima di questo mondo — non solo prima dell’intelligenza artificiale, ma anche prima della diffusione di internet e dei telefoni cellulari — è il mondo in cui gli Wham cantavano Wake Me Up, Madonna Material Girl, e Kate Bush Running Up That Hill. Che negli anni Ottanta raggiunse il terzo posto in classifica, ma a distanza di quasi quarant’anni, dopo l’uscita della quarta stagione di Stranger things, è arrivata addirittura al primo posto.
Ma perché i fratelli Matt e Ross Duffer hanno scelto per Stranger Things quella musica e quel mondo, il decennio dei walkman e delle videocassette, e naturalmente delle canzoni di Madonna, dei Wham e di Kate Bush? La spiegazione facile è: perché un po’ di cose che riempiono il loro immaginario risale a quegli anni: i film di Spielberg, La storia infinita di Michael Ende, certi romanzi di Stephen King.
Ma perché quell’immaginario funziona oggi? Qui una spiegazione facile non c’è. Direi così: se, nel decennio precedente, le dimensioni del privato e del pubblico, della politica e della cultura finivano con l’addossarsi l’una all’altra (tutto era politico, tutto era pubblico), negli Ottanta si tirava il fiato, si ripristinavano distinzioni e separazioni, e i campus universitari e i centri commerciali tornavano ad essere, con più leggerezza, campus e centri commerciali e nient’altro: ci sarebbe voluto forse un Demogorgone per metterli a soqquadro, per finire magari in un mondo Sottosopra.
La storia del genere fantascientifico può essere scandita dal modo in cui il mostro, o l’alieno, fa la sua comparsa nei libri o nei film: un essere che viene da un altro mondo (anni Venti e Trenta), un mostro che può essere ovunque in mezzo a noi (anni Quaranta e Cinquanta); una creatura che ha subito una mutazione (anni Sessanta), un cyborg, il creatore o l’abitante di realtà virtuali (anni Settanta e Ottanta). L’ho fatta un po’ approssimativa e dovrei continuarla (con le più recenti invenzioni transumane e postumane) ma se ne può ricavare una direzione, che va da realtà mostruose, totalmente altre, a realtà che ci somigliano sempre di più, pur essendo aliene. Stranger Things inverte la marcia e torna indietro: forse la paura contemporanea di non saper più distinguere l’umano dal non umano è, oggi, così reale, che per raccontare una storia in cui la fantascienza si mescola con l’horror c’è bisogno di prendere qualche distanza e tornare alle vecchie creature mostruose di una volta. Che vivono altrove e ci minacciano da fuori, e soprattutto possiamo respingere chiudendo una porta. Idea rassicurante, che però è più difficile fare vivere e rendere credibile in un mondo iper-connesso.
Così torniamo alla tecnologia anni Ottanta, al Commodore 64 usato da Will, nella serie, ai televisori a tubo catodico e alle stampanti ad aghi. Al mondo prima di questo mondo, più spensierato ma soprattutto meno affollato di funzioni, di connessioni, di comunicazioni. Mondo di biciclette e walkie-talkie, l’ultimo mondo la cui tecnologia, per differenza con l’oggi, può apparirci ancora amica, non così invasiva come un chip sottopelle o una invenzione indossabile. Non cosi mimetica e iperrealistica come quella che ci scorre davanti sugli schermi. L’ultimo mondo, insomma, in cui i mostri erano ancora soltanto mostri.