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Come siamo diventati una società senza società

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Negli anni Settanta ai corpi intermedi si affiancarono nuove strutture e nuove relazioni basate su interessi comuni. Un tessuto che ha prodotto le più radicali riforme dell’Italia. E che poi si è disarticolato, affermando solo solidarietà corte. Così è nata l’epoca degli individui
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A cinquant’anni esatti dalla seconda metà degli anni 70 del secolo scorso, i segni particolari dell’attuale società italiana appaiono singolarmente diversi. In estrema sintesi si registra il passaggio pressoché compiuto da una organizzazione sociale “piena di società” a una “senza società”.?

L’affermazione di Margaret Thatcher (“non esiste la società, esistono gli individui e le famiglie”) sarebbe stata pronunciata un decennio dopo, ma quel grande processo di disgregazione prese le mosse proprio allora: quando, nel corso del triennio 1976-1978, giunsero a maturazione e, poi, cominciarono a esaurirsi tutte le tendenze che sarebbero implose nei decenni successivi.

Già dalla fine degli anni ’60, la società italiana si era schiusa e, qua e là, profondamente aperta, e si era “riempita” di movimenti e mutamenti. L’articolazione dell’organizzazione sociale, prima immobile e fin congelata, si era data forme di autorganizzazione e di autotutela su basi nuove, ispirate ai principi della rappr…

A cinquant’anni esatti dalla seconda metà degli anni 70 del secolo scorso, i segni particolari dell’attuale società italiana appaiono singolarmente diversi. In estrema sintesi si registra il passaggio pressoché compiuto da una organizzazione sociale “piena di società” a una “senza società”.?

L’affermazione di Margaret Thatcher (“non esiste la società, esistono gli individui e le famiglie”) sarebbe stata pronunciata un decennio dopo, ma quel grande processo di disgregazione prese le mosse proprio allora: quando, nel corso del triennio 1976-1978, giunsero a maturazione e, poi, cominciarono a esaurirsi tutte le tendenze che sarebbero implose nei decenni successivi.

Già dalla fine degli anni ’60, la società italiana si era schiusa e, qua e là, profondamente aperta, e si era “riempita” di movimenti e mutamenti. L’articolazione dell’organizzazione sociale, prima immobile e fin congelata, si era data forme di autorganizzazione e di autotutela su basi nuove, ispirate ai principi della rappresentanza di base.

Ha origine da qui l’esteso arcipelago di associazioni e comitati che, tutti, rimandano sin dal nome ai fondamenti e alle regole della democrazia: da Magistratura democratica a Psichiatria democratica e, via via, fino ai Sagrestani democratici (c’erano anche quelli!), passando per Polizia democratica e Finanzieri democratici.

È una esplosione di vitalità, mobilitazione, sperimentazione e mutualità. Ai tradizionali “corpi intermedi” (partiti, sindacati, federazioni, patronati, cooperative…) si affiancano nuove strutture e nuove reti di relazioni, basate su valori e interessi comuni. L’associazionismo si diffonde irresistibilmente innervando l’intera società, seguendone i mille fili e incrociando i molti nodi dove quegli stessi fili si intrecciano.

È questo il fertilissimo terreno di coltura in cui nasce e si afferma, nel 1976, il quotidiano la Repubblica. Tutto ciò si palesa come forza creativa, ma presto - tragicamente presto - tenderà a esaurirsi e a regredire, sino a farsi azione distruttrice in quel triennio culminato nell’assassinio di Aldo Moro.

Il decennio, definito con una sciocca sineddoche “gli anni di piombo”, è stato anche, in realtà, quello dei più importanti cambiamenti nel campo dei diritti sociali e collettivi e in quello dei diritti individuali e soggettivi. Un elenco: lo statuto dei lavoratori, il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’obiezione di coscienza, il voto ai diciottenni, gli asili nido pubblici, la tutela delle lavoratrici madri, i consultori, la riforma penitenziaria, l’equo canone; e – appena dopo e nonostante l’assassinio di Moro – l’abolizione dei manicomi e la depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza; fino, nel 1981, alla cancellazione dal codice penale del “delitto d’onore”.

Ecco, quel “pieno di società” ha prodotto le più radicali riforme dell’Italia contemporanea. Ma tutto questo, per una serie di ragioni qui impossibili da analizzare, non si è tradotto in un corrispettivo e stabile mutamento sul piano politico-istituzionale; e, parallelamente a quanto avveniva nella dimensione internazionale, iniziava il lungo declino di cui oggi osserviamo l’inveramento. A causa dell’ulteriore fattore di disgregazione, rappresentato dalla crisi acuta dei partiti politici e dei sindacati confederali, la società si è ancor più disarticolata e i corpi intermedi si sono ancor più indeboliti. In luogo delle solidarietà ampie e delle prospettive lunghe si sono affermate le solidarietà corte, di breve respiro e di breve durata.

La società senza società è, appunto, quella preconizzata da Margaret Thatcher: fatta di “individui e famiglie”. Di conseguenza, non è un paradosso che – a cinquantacinque anni dalla pubblicazione di La morte della famiglia di David Cooper – il nucleo familiare primario abbia conservato, o ritrovato, una sua centralità.

Un ruolo tutto difensivo, ma comunque essenziale. Rifugio in un mondo senza cuore (Cristopher Lasch, 1977) e sede di investimento affettivo ed economico, la famiglia svolge una funzione residuale eppure resistente, fino a diventare il deposito e il distillato di tutte le emozioni e le regressioni.

Resta ancora, certamente, per milioni di italiani il luogo del sentimento e della cura, del vincolo e della tutela, ma può tradursi in altro: in una idea proprietaria delle relazioni, quelle tra genitore e genitore e tra genitori e figli.

Nelle pieghe oscure di queste relazioni possono trovare origine vicende ambigue come quella della “famiglia nel bosco” (che pure meriterebbe una più attenta analisi). Ma anche la tendenza, deforme e patologica, al femminicidio può trovare incentivo in quella concezione proprietaria e patriarcale della relazione familiare. Rispetto a questo la società senza società lascia tutti ancora più vulnerabili.

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