Vite da spegnere e riaccendere
di Gabriele RomagnoliSomigliava più a una pianola meccanica che a un Mac Pro. D’altronde sono passati cinquant’anni, molte più generazioni di strumenti tecnologici (che abbiamo imparato a chiamare device e non aggeggi). Sono stati creati patrimoni, professionalità, bolle speculative, acchiappi sessuali a portata di clic. Si sono scoperte nuove funzioni, tradimenti matrimoniali, perfino delitti. Si sono sviluppate dipendenze, alterate percezioni. Abbiamo bambini con la protesi cellulare e nonni che navigano. Mezzo secolo vissuto tecnologicamente e del diman magari non vi fosse certezza.
In quel lontano 1976 fu presentato il primo computer prodotto dalla Apple. Wikipedia (nata a metà percorso, 25 anni dopo) annota che gli esemplari commercializzati furono circa 200 (di cui una trentina tuttora esistenti) e il costo 666,66 dollari. Che ci fosse del demoniaco nel nuovo che avanzava era di smaccata evidenza. La diffusione successiva provocò le solite reazioni.
Da un lato l’inevitabile conformismo, la lotta…
Somigliava più a una pianola meccanica che a un Mac Pro. D’altronde sono passati cinquant’anni, molte più generazioni di strumenti tecnologici (che abbiamo imparato a chiamare device e non aggeggi). Sono stati creati patrimoni, professionalità, bolle speculative, acchiappi sessuali a portata di clic. Si sono scoperte nuove funzioni, tradimenti matrimoniali, perfino delitti. Si sono sviluppate dipendenze, alterate percezioni. Abbiamo bambini con la protesi cellulare e nonni che navigano. Mezzo secolo vissuto tecnologicamente e del diman magari non vi fosse certezza.
In quel lontano 1976 fu presentato il primo computer prodotto dalla Apple. Wikipedia (nata a metà percorso, 25 anni dopo) annota che gli esemplari commercializzati furono circa 200 (di cui una trentina tuttora esistenti) e il costo 666,66 dollari. Che ci fosse del demoniaco nel nuovo che avanzava era di smaccata evidenza. La diffusione successiva provocò le solite reazioni.
Da un lato l’inevitabile conformismo, la lotta per aggiudicarsi il successivo modello con file notturne, i viaggi della speranza in località dove arrivava prima, le patetiche ostentazioni. Dall’altro un luddismo di ritorno, con professionisti della scrittura aggrappati a una Lettera 32, cantori del calcolo a mente, della biro, della penna e calamaio, giù fino alle pitture rupestri. E l’immortale profezia: “Internet è una moda, passerà”. L’avevano detto, anni prima, anche della televisione.
L’avvicinamento è stato dettato dalla curiosità, dalla necessità o dall’avidità. È stato fatto con qualche timore o con assoluta rapacità. Come sempre il mondo ha conosciuto due velocità: alla fine degli Anni Novanta quando nei quartieri popolari di Roma ancora si calava il cesto della spesa dalla finestra, a San Francisco il suono più diffuso era quello prodotto dal cavo ethernet che avviava la connessione e consentiva di acquistare su Amazon (fondata nel 1994). Che comodità. Che rovina per le librerie prima, poi per tutti i negozi di quartiere.
Il device si è preso lo spazio che ci circondava. Lo ha fatto in silenzio, ma con una manovra di avvicinamento inesorabile. Il collegamento è diventato immediato e impercettibile. Ha risucchiato tutta la musica che ci girava intorno, le immagini, le comunicazioni, le parole, gli approcci amorosi, le fantasie sessuali. Per ogni età. Chi pensa che i siti porno vadano resi irraggiungibili per i minorenni ha colto una sola metà del problema.
Come per tutte le cose anche per la tecnologia esiste una percezione generazionale. Chi è nato dal 1976 in avanti dà per scontato che non possa che essere così e ogni neonato da anni è anche un neo-nativo digitale, in attesa del post-digitale che si sta per concepire: da qualche parte in oriente due androidi stanno uscendo dal cinema e si domandano a casa di quale dei due recarsi. Siamo stati attratti, inglobati e ci siamo ritrovati spaventati. Quelli che parlano di “grande sostituzione” non dovrebbero preoccuparsi dell’immigrazione islamica, ma delle funzioni per le quali la presenza umana è stata resa superflua. Si è realizzata, con una parafrasi, la profezia nietzschiana: “Se guarderai a lungo il device, il device guarderà in te”. Siamo stati profilati, intercettati, seguiti. Sempre più persone, a casa loro, staccano Alexa; se ricevono amici e vogliono affrontare certi temi tolgono la batteria al cellulare e lo mettono in freezer; alla fine di ogni giornata cancellano la cronologia, ripuliscono l’hard disk. Ci si riduce, tutti, ad agenti del controspionaggio. Conosciamo di più, ma sappiamo meno: non tratteniamo, tanto la fonte è sempre disponibile. È come un giornale in cui abbiano licenziato tutti i fact checker e i controllori di bozze. Fatto? Appunto.
E domani? E i prossimi cinquant’anni? Un medico ultrasessantenne al termine di una visita mi ha detto: “Ringrazio il cielo di avere un’età. Non sarò costretto a imparare nuove tecnologie, non dovrò rischiare scegliendo se affidarmi all’intelligenza artificiale, che se poi fa danni è colpa mia, se l’azzecca è merito suo e se non la interpello sbaglio comunque”. Lo pensiamo in tanti, ma accadde anche nel 1976. L’impensabile è diventato normale, sta per diventarlo l’impossibile. Nel film francese I colori del tempo una donna manager dice di occuparsi della “discontinuità tecnologica”. Di un futuro non lineare. Però fatica ad affrontare la vita comune, che è da sempre discontinua e non lineare. Da cinquant’anni e per sempre la differenza rispetto a quella virtuale è e sarà che non funziona lo stesso rimedio: non puoi spegnere e riaccendere.