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Il coraggio della lotta

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Su donne, fragili, lgbtq+, lavoratori sono stati fatti passi avanti. Ma dov’è finita la spinta di un tempo? I successi ottenuti hanno un valore sociale inestimabile ma spesso la pratica quotidiana rischia di tradirli
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L’11 aprile 1976 su una Repubblica che aveva appena tre mesi di vita, Anna Maria Mori firmava un pezzo dal titolo: “Pene e vagina, si nasce così. Le lezioni di sesso vanno in tv”. Descriveva una rubrica del Tg2 – il “giornale dell’educazione sessuale” - in cui la dottoressa Maria Vittoria Antonaroli Liistro spiegava a una decina di bambini il mistero del loro venire al mondo. E no, nonostante si stia parlando di cinquant’anni fa e di un Paese in cui il partito più votato era la Democrazia cristiana, non usava la metafora delle api e dei fiori.

A immaginare che anno sarà, questo 2026, per i diritti, vien da chiedersi come abbiamo fatto a tornare così indietro. Quando Repubblica nacque la battaglia per il divorzio si era appena conclusa, cominciava quella per l’aborto – che Natalia Aspesi seguiva nelle piazze e Miriam Mafai nelle cronache parlamentari – la riforma del diritto di famiglia era appena stata acquisita, quella per una legge decente contro la violenza sessuale sarebbe durata …

L’11 aprile 1976 su una Repubblica che aveva appena tre mesi di vita, Anna Maria Mori firmava un pezzo dal titolo: “Pene e vagina, si nasce così. Le lezioni di sesso vanno in tv”. Descriveva una rubrica del Tg2 – il “giornale dell’educazione sessuale” - in cui la dottoressa Maria Vittoria Antonaroli Liistro spiegava a una decina di bambini il mistero del loro venire al mondo. E no, nonostante si stia parlando di cinquant’anni fa e di un Paese in cui il partito più votato era la Democrazia cristiana, non usava la metafora delle api e dei fiori.

A immaginare che anno sarà, questo 2026, per i diritti, vien da chiedersi come abbiamo fatto a tornare così indietro. Quando Repubblica nacque la battaglia per il divorzio si era appena conclusa, cominciava quella per l’aborto – che Natalia Aspesi seguiva nelle piazze e Miriam Mafai nelle cronache parlamentari – la riforma del diritto di famiglia era appena stata acquisita, quella per una legge decente contro la violenza sessuale sarebbe durata anni e avrebbe ottenuto solo nel 1996 il risultato più importante: definire lo stupro un reato contro la persona, non contro la morale. Eppure, c’era una spinta che portava avanti, non indietro. Un motore nell’opinione pubblica, nei movimenti extraparlamentari, dentro gli stessi partiti accusati di andare troppo lenti, di fare troppo poco. C’era la speranza di costruire un Paese con più diritti per tutti: per le donne, per i più fragili, per le persone omosessuali, per i lavoratori, per le famiglie non convenzionali.

A guardare l’anno che verrà, vien da chiedersi dove sia finita quella spinta. Perché è vero che le conquiste fatte in questi cinquant’anni sono inestimabili, ma è anche vero che la pratica finisce sovente per tradirle.

Che ne è della parità tra i sessi nei luoghi di lavoro, se in Italia le donne guadagnano fino al 40 per cento in meno degli uomini? Che ne è dei figli delle coppie arcobaleno, se di volta in volta è un tribunale a stabilire se possono avere due genitori o debbano averne uno solo? Che ne è delle persone trans, se non si riesce neanche più a sperare in una legge contro l’omotransfobia? Che ne è delle ragazze abusate, se perfino un accordo tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Partito democratico Elly Schlein viene fatto saltare dalla Lega, e non solo? Con l’idea che se si stabilisce che un rapporto sessuale debba avvenire con il consenso libero e attuale della donna, si arriverà a un eccesso di denunce e di vendette. In un Paese in cui il dramma degli stupri è che troppo spesso non vengono denunciati per paura di diventare doppiamente vittime – dei propri carnefici, degli avvocati e dei tribunali mediatici – la politica teme il contrario. Un eccesso di denunce oppure – così dicono – l’inversione dell’onere della prova: non sia mai che la testimonianza di una donna debba valere qualcosa di più di quanto non sia valsa finora.

C’è una regressione maschilista e patriarcale nel Paese che il fatto di avere donne ai vertici non riesce a nascondere. E c’è la paura di sciogliere nodi della contemporaneità che non possono più essere elusi, come il fine vita. Una sentenza della Consulta sul suicidio assistito ha fissato dei paletti oltre i quali l’accanimento terapeutico diventa tortura e il diritto di scegliere come andare via deve essere garantito. Ma il Parlamento fatica a tradurre in legge quei paletti per questioni ideologiche antiche, le stesse che portarono le Camere a tentare di fermare il padre di Eluana Englaro quando voleva lasciar andare la figlia, in coma vegetativo da anni; le stesse che le hanno condotte a scrivere una legge completamente irragionevole sulla fecondazione assistita, smontata poi da una serie innumerevole di sentenze; le stesse che vietano una riforma delle adozioni che risolva i problemi delle famiglie arcobaleno o che impediscono la realizzazione di una cosa semplicissima come l’educazione sessuale a scuola. Non è uno scontro tra valori differenti. Se lo fosse, in nome di un ideale supremo come quello democratico sarebbe possibile trovare punti di incontro per far avanzare il Paese. È un dialogo tra sordi, una disfida tra tifoserie, un tentativo di imporre solo la propria visione del mondo come fosse l’unica possibile, accettabile, legittima.

Ad attendere più diritti sono da anni quasi un milione di minori che frequentano le nostre scuole e le nostre vite senza avere la cittadinanza italiana perché la destra non può permettersi di definire uguale agli altri un bambino i cui genitori sono nati altrove. Ogni tanto, arriva una promessa di un partito in cerca di distinguo. Puntualmente, quella promessa viene tradita. Sarà un anno di lotta per i diritti, questo 2026. È questa, ormai da cinquant’anni, l’unica strada possibile.

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