Aveva iniziato nel 1997, ormai quasi trent’anni fa. Come il mestiere pretendeva, era andata a bottega per interiorizzare le movenze e i procedimenti corretti, l’unica strada percorribile se il desiderio è quello di tramutarsi in un’artigiana del vetro. Dapprima a Torino, la sua città natale – custode Liberty di una lunga tradizione - poi un anno in Puglia, per destreggiarsi con l’antica tecnica della vetrofusione (che consiste nel fondere insieme pezzi di vetro). Oggi Chiara Ferraris, cinquantatré anni, è una riconosciuta maestra vetraia con un atelier – torinese – all’interno del quale si consuma un sapere in via d’estinzione: “Siamo rimasti in pochissimi – spiega – anche perché manca un ricambio generazionale autentico”.
Le diramazioni del suo lavoro quotidiano sono quindi due. Da un lato, il restauro delle vetrate artistiche – disseminate di motivi decorativi – che campeggiano spesso negli atri e nei sontuosi salotti…
Aveva iniziato nel 1997, ormai quasi trent’anni fa. Come il mestiere pretendeva, era andata a bottega per interiorizzare le movenze e i procedimenti corretti, l’unica strada percorribile se il desiderio è quello di tramutarsi in un’artigiana del vetro. Dapprima a Torino, la sua città natale – custode Liberty di una lunga tradizione - poi un anno in Puglia, per destreggiarsi con l’antica tecnica della vetrofusione (che consiste nel fondere insieme pezzi di vetro). Oggi Chiara Ferraris, cinquantatré anni, è una riconosciuta maestra vetraia con un atelier – torinese – all’interno del quale si consuma un sapere in via d’estinzione: “Siamo rimasti in pochissimi – spiega – anche perché manca un ricambio generazionale autentico”.
Le diramazioni del suo lavoro quotidiano sono quindi due. Da un lato, il restauro delle vetrate artistiche – disseminate di motivi decorativi – che campeggiano spesso negli atri e nei sontuosi salotti delle dimore storiche, nel segmento dell’hôtellerie di lusso, oppure in quello della ristorazione più patinata; dall’altro, il processo demiurgico che si innesca quando si tratta di creare da zero, modellando il vetro, servendosi del forno per ottenere la fusione ambita. “Ho iniziato – spiega Ferraris – formandomi come tecnico della vetrata artistica. Dopodiché ho frequentato la Scuola per artigiani e restauratori di Torino, dove oggi sono una docente del corso di vetrate artistiche”.
Andare a bottega, per sperimentare in modo tattile e visivo quel che aveva appreso teoricamente, è stato fondamentale per comporre il resto della sua formazione. “Questo è un mestiere che appaga una dimensione sia artigianale che artistica. Penso alla tridimensionalità che noi maestri di bottega riusciamo ad imprimere ai manufatti, ad esempio. Lo trovo un lavoro entusiasmante, poliedrico e costantemente sfidante”. Fino a qualche anno fa, tra i committenti figurava anche l’ecosistema legato alla moda, all’interior design. Da un pezzo non è più così.
“Questa dinamica, unita alla crisi economica che ha attanagliato molte aziende che producono il vetro, ha generato degli inevitabili riflessi negativi per il settore. Ancora oggi, quando mi approccio ad un nuovo lavoro di restauro, non posso essere certa da subito di avere tutti i materiali a disposizione. È una circostanza che allontana i giovani, che invece sarebbero molto affascinati dal mestiere. In generale, in Italia, manca una cultura reale di questo ambito professionale, largamente apprezzato in altre parti del continente”.
I clienti di Ferraris - che lavora sulle vetrate da restaurare nel suo Atelier, spesso affiancata da allievi e apprendisti, alcuni dei quali inviati dalla Fondazione Cecilia Gilardi tramite il progetto “Master Mësté - sono quindi per la maggior parte privati, oppure strutture, che necessitano di una terapia per giunture vitree messe alla prova dall’impietoso scorrere del tempo. Quello della maestra vetraia torinese è sempre un lavoro su misura. Per questo diventa difficilmente quantificabile, in termini di ore che scorrono. “Di sicuro ne servono moltissime, ma dare un numero è impossibile, perché ogni intervento è diverso dall’altro”.
Quel che ricorre è il procedimento, interamente eseguito a mano. “Le vetrate da restaurare possono avere bisogno di una sostituzione dei piombi, di una tessera vitrea, oppure di una parte dipinta. Ogni volta è necessario valutare l’infisso e il telaio che contengono il vetro”. Quindi il fragile paziente viene rimosso e trasportato nell’atelier.
L’altra parte del lavoro di Ferraris, per quanto fondata su una tecnica antica, è anche quella che le consente di differenziare e, in ultima analisi, di mantenere agilmente in vita la sua attività, pur all’interno di un contesto economico intricato. “La tecnica della vetrofusione, che insegno ai miei allievi, è sempre meno diffusa nel nostro paese. Richiede conoscenze matematiche e chimiche, così come la capacità di padroneggiare la fasi di cottura, stratificazione e decorazione. Naturalmente utilizzo un forno e tutto viene fatto a mano”.
Quel che ne emerge, ogni volta unico e incandescente, può essere un piatto, una specchiera, un gioiello, un quadro, una piastrella. Le chance rimesse alla creatività sono potenzialmente inarrestabili e i clienti, in questo caso, sono per lo piuù privati. “Lavoro anche per fondazioni e società sportive – aggiunge Ferraris – che spesso mi chiedono peculiari trofei o medaglie. Inoltre, ho anche sviluppato una tecnica per riprodurre, attraverso la pittura a caldo, ritratti fotografici nel vetro”.
Il futuro prossimo ha la facciata di una vetreria e di un laboratorio da aprire nelle incontaminate Valli di Lanzo: “Ci riuscirò grazie ad un bando della regione Piemonte. Ho in programma di sviluppare nuovi corsi lì, e credo che sarà anche un modo per restituire centralitaà a questo territorio, oltre a generare nuova attrattiva per i più giovani”.