Venezia in festa per la liberazione di Trentini: “Splendida notizia, ma ora vogliamo la verità”
dal nostro inviato Paolo BerizziLIDO DI VENEZIA – toventitré giorni dopo, ed è un’alba bellissima che pare un’epifania. Quando nel quartiere Città Giardino le campane della chiesa di Sant’Antonio suonano a festa - il parroco don Renato Mazzuia lo aveva promesso, «a qualsiasi ora!» - al Lido è ancora buio. Poi il bagliore colora il cielo di rosa sfuocato. «Che risveglio magnifico, ci siamo liberati da un peso enorme», dice il sacerdote amico e dirimpettaio dei Trentini. Dalla canonica e dal campetto da calcio dell’oratorio dove Alberto giocava da piccolo si vede la finestra della sua camera. Le tapparelle dell’appartamento - anche quelle sulla facciata di fronte alla darsena - si alzano. Insieme al rintocco delle campane è il primo segnale tangibile del semaforo verde venezuelano.
«Una gioia immensa», commenta la mamma, Armanda Colusso, prima di partire dal Lido in direzione Roma con l’avvocata Alessandra Ballerini. «Non ho mai smesso di sperare. Finalmente possiamo riabbracciarlo. Ringraziamo chi ci è stato vicino e…
LIDO DI VENEZIA – toventitré giorni dopo, ed è un’alba bellissima che pare un’epifania. Quando nel quartiere Città Giardino le campane della chiesa di Sant’Antonio suonano a festa - il parroco don Renato Mazzuia lo aveva promesso, «a qualsiasi ora!» - al Lido è ancora buio. Poi il bagliore colora il cielo di rosa sfuocato. «Che risveglio magnifico, ci siamo liberati da un peso enorme», dice il sacerdote amico e dirimpettaio dei Trentini. Dalla canonica e dal campetto da calcio dell’oratorio dove Alberto giocava da piccolo si vede la finestra della sua camera. Le tapparelle dell’appartamento - anche quelle sulla facciata di fronte alla darsena - si alzano. Insieme al rintocco delle campane è il primo segnale tangibile del semaforo verde venezuelano.
«Una gioia immensa», commenta la mamma, Armanda Colusso, prima di partire dal Lido in direzione Roma con l’avvocata Alessandra Ballerini. «Non ho mai smesso di sperare. Finalmente possiamo riabbracciarlo. Ringraziamo chi ci è stato vicino e tutti quelli che hanno reso possibile la liberazione, anche lavorando nell’invisibilità. Ci sarà tempo per raccontare fatti e accertare responsabilità».
È il giorno della gioia. «El toso xè libaro», il ragazzo è libero, sorride Mario, capotreno in pensione, ai tavolini della pasticceria Caldara, al Lido di Venezia. Il titolare Andrea Caldara e gli altri commercianti di via Gallo per festeggiare hanno tappezzato le vetrine di palloncini tricolori. «Non lo conosco, Alberto, ma quando arriva lo aspettiamo qui!». L’incubo è finito. Arriverà il tempo delle risposte alle domande, ma intanto è festa. Ottavia Piccolo fa un ragionamento dritto: «È una gioia indescrivibile, il risveglio dall’angoscia. Però adesso vogliamo la verità, la pretendiamo. Da italiani, da cittadini, da pacifisti». L’attrice e doppiatrice vive a Venezia. È il volto pubblico che in questi quattordici mesi è stato più vicino ai familiari di Alberto Trentini. Una presenza costante, una voce civile che, fino alla svolta dell’altra notte, ha sempre cercato di bucare il silenzio e l’incertezza che avvolgevano la storia del 40enne cooperante veneziano. «Alberto doveva essere liberato molto prima, insieme ad altri detenuti di altri Paesi… Mi sono spiegato?», chiosa Beppe Giulietti, portavoce nazionale di Articolo21 mentre Ottavia Piccolo è la presidente del presidio di Venezia. L’associazione non ha smesso mai di battersi per la liberazione.
Dopo la prima telefonata della Farnesina e la videochiamata da Caracas con Alberto, al Lido tutto ha galleggiato sull’onda delle emozioni. Alle 6.15 i veneziani più mattinieri si fermano davanti alla chiesa e a casa Trentini: il naso all’insù, rivolto allo striscione appeso da mesi e diventato realtà (“Alberto Trentini Libero”). «Ci abbiamo creduto fino all’ultimo – gioisce don Mazzuia – la nostra comunità religiosa e civile ha pregato ogni giorno». Con Trentini non si conoscono. «Io sono qui da dieci anni, lui è lontano dall’Italia da venti per la sua attività di cooperante: è un uomo al servizio degli altri, dei più fragili, della pace». Road map del ringraziamento per chi crede in Dio e per i devoti di Sant’Antonio: venerdì ci sarà una preghiera collettiva. “Albi” – come lo chiamano gli amici storici della Ca’ Foscari - sarà già sbarcato al Lido? «Gli prepariamo un pranzetto veneziano di quelli giusti». Però, dicono alla trattoria “da Tiziano”, «vogliamo sapere perché l’hanno tenuto in carcere da innocente».
In questa striscia sottile di terra stretta tra la Laguna e il mare Adriatico, Trentini è più che altro un volto sugli striscioni. Quanti ne hanno appesi al Lido. Sulla facciata della municipalità, al parco, sui terrazzi. Sul palazzo del Comune di Venezia, zero. La tesi, curiosa, del sindaco Luigi Brugnaro è che il clamore mediatico avrebbe potuto ostacolare la liberazione. Vedesse la gente qualunque che arriva sotto casa di Alberto, che si mischia ai cronisti e ai cameramen. Davanti alla chiesa di mattoncini rossi ricavata con il riutilizzo di vecchie baracche militari. Dice il patriarca di Venezia, monsignor Alberto Muraglia: «Alberto ci ha insegnato a essere comunità». Ha telefonato a mamma Armanda, al rientro da Roma si incontreranno tutti insieme. Quindici minuti dopo mezzogiorno: la laguna è una tavola, il sole alto e gentile. Armanda Trentini esce di casa, si infila su un’auto bianca guidata da un parente. Traversata in traghetto e via verso la capitale, il figlio è ancora in volo. Agli imbarchi c’è Luca, 21 anni, studente di Ca’ Foscari. «E quindi uno va in Venezuela a aiutare i ragazzi disabili e come premio lo sbattono in carcere per più di un anno!». Ci sarà tempo per capire, forse. Oggi è l’alba, oggi è un altro giorno.