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La mamma di Alberto Trentini, la prima videochiamata: “La notizia che aspettavamo da 423 giorni”

(ansa)
Se Alberto oggi è libero è anche grazie a lei, sua madre, che in questi tredici mesi non ha mai perso determinazione e ostinazione
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«Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione. Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!».

La prima chiamata tra Alberto e la madre

Armanda Trentini ha appena chiuso la videochiamata con suo figlio Alberto: una maglietta rossa della Nike, i capelli rasati, finalmente un sorriso. Si sono visti per la prima volta dopo 423 giorni e, presto, molto presto, si abbracceranno. Se Alberto oggi è libero è anche grazie a lei, sua madre, che in questi tredici mesi non ha mai pe…

«Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione. Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!».

La prima chiamata tra Alberto e la madre

Armanda Trentini ha appena chiuso la videochiamata con suo figlio Alberto: una maglietta rossa della Nike, i capelli rasati, finalmente un sorriso. Si sono visti per la prima volta dopo 423 giorni e, presto, molto presto, si abbracceranno. Se Alberto oggi è libero è anche grazie a lei, sua madre, che in questi tredici mesi non ha mai perso determinazione e ostinazione. Non ha mai dismesso l’abito della fiducia e del rispetto delle istituzioni.

E, nello stesso tempo, ha sempre avuto la forza e la lucidità di capire quanto fosse importante non restare in silenzio. Accanto a lei la sua avvocata, Alessandra Ballerini, la stessa della famiglia Regeni: una che nelle storie sceglie sempre le sedie più scomode e più giuste per sedersi. Intorno alle 12.15 è uscita di casa ed è salita a bordo di un'auto che l'aspettava fuori dal portone, direzione Roma.

La battaglia della famiglia

La signora Armanda, all’inizio, quando le è stato comunicato l’arresto di Alberto, ha accettato il silenzio. Poi, quando ha capito che quel silenzio rischiava di diventare rimozione, ha deciso di esporsi. È stata una battaglia combattuta sul filo più difficile: quello tra la necessità di non irritare Caracas e l’urgenza di non lasciare che suo figlio sparisse nell’indifferenza.

Per mesi ha seguito le indicazioni ricevute: profilo basso, nessuna uscita pubblica, fiducia nella diplomazia. Alberto era rinchiuso a El Rodeo senza accuse, senza processo, senza contatti. In quella fase parlare poteva essere un rischio. «Mi è stato chiesto di aspettare. E io ho aspettato», aveva raccontato. Ma con il passare del tempo, l’attesa ha iniziato a pesare come una resa.

È allora che Armanda Trentini ha deciso di scrivere. Lettere formali, dirette, mai polemiche. Una alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per chiedere un impegno pieno e continuo. Un’altra a Papa Francesco, affidata al Vaticano, nella speranza che anche una voce morale potesse aiutare a smuovere una situazione bloccata. «Non le chiedo un gesto politico», scriveva, «ma un’attenzione umana per un figlio che è diventato invisibile».

Con il passare dei mesi, Armanda ha scelto anche la strada più difficile: metterci la faccia. Lo ha fatto con parole dure, senza però perdere mai la fiducia nel lavoro delle istituzioni.

Accanto a lei, l’avvocata Alessandra Ballerini, con cui ha costruito una strategia fatta di pressione costante e attenzione estrema. Mai uno scontro frontale con il Venezuela, mai una richiesta di scambio. Solo una domanda ripetuta con ostinazione: perché Alberto è ancora in carcere? E fino a quando?

Nei momenti più complicati, Armanda Trentini è tornata di nuovo al silenzio, quando le trattative lo richiedevano. «Se stare zitta serve a farlo tornare a casa, io sto zitta», aveva detto. Ma ogni pausa era seguita da un nuovo passo, una nuova lettera, un nuovo appello.

I mesi di prigionia

«Questi 13 mesi di prigionia per Alberto sono stati una crudeltà quotidiana, per lui e anche per noi. Non oso immaginare i pensieri e le riflessioni di mio figlio quando inizia un nuovo giorno: “In che Paese sono nato, se permettono che io resti in cella senza colpa alcuna?” si chiederà», aveva detto a Repubblica meno di un mese fa. «Quando sarà liberato, vorrò soltanto guardarlo negli occhi e dal suo sguardo e dal suo abbraccio capirò quanto dolore ha vissuto in quel carcere e quanta pazienza e amore serviranno per buttarci alle spalle quel dolore. Mi fa male soltanto pensare al dolore e alla delusione che hanno segnato tutti questi mesi di prigionia e di isolamento. Sofferenze così forti minano il fisico e l’animo per sempre. Noi genitori ci sentiamo svuotati. Viviamo un’agonia che non si può descrivere. Al mattino esco in terrazza ad accarezzare lo striscione di Alberto, per salutarlo, perché all’aperto non ci sono barriere che possano trattenere i miei pensieri, che vogliono infondergli coraggio. Ogni giorno esco a prendere pane e giornale: cammino guardando per terra, perché non voglio incontrare lo sguardo felice della gente che mi passa vicino. Le nostre attese sono nel pomeriggio e nella sera, a causa del fuso orario, perché speriamo sempre in una telefonata di Alberto che poi non arriva».

Aveva chiesto all’opinione pubblica di non smettere di pronunciare il nome di Alberto. Sempre con lo stesso obiettivo: impedire che «il caso Trentini» diventasse uno dei tanti, archiviato come troppo difficile.

Non lo è stato. E se tra qualche ora Alberto potrà tornare a casa, è stato anche merito suo. Di sua madre.

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