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Processo Mediterranea, il tribunale: “Via le intercettazioni illegali”. In aula anche Amnesty

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Luca Casarini: “Adesso si dica se agli atti sono finite conversazioni intercettate dai servizi”. Insieme agli altri due cofondatori dell’ong, Caccia e Metz, e tre membri dell’equipaggio, è a processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina
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Niente intercettazioni che coinvolgano parlamentari, legali o ministri di culto. Niente conversazioni che abbiano a che fare con la vita associativa di Mediterranea, con i rapporti con altre associazioni o singoli. Nessuna telefonata che non abbia a che fare con l’oggetto del processo: il soccorso di 27 persone bloccate da 38 giorni su un mercantile, che per l’ong è un salvataggio e la procura di Ragusa considera favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il presidente Elio Manenti prova a mettere ordine nella valanga di materiale istruttorio depositato agli atti dalla procura di Ragusa nel processo contro Mediterranea, che vede imputati i tre cofondatori dell’ong Luca Casarini, Beppe Caccia e Alessandro Metz, e tre membri dell’equipaggio a bordo nel settembre 2020, il comandante Pietro Marrone, la medica di bordo Agnese Colpani e il soccorritore Fabrizio Gatti. Dopo quattro anni di istruttoria, funestata da fughe di notizie che per mesi hanno fatto tracimare su diversi giornali a…

Niente intercettazioni che coinvolgano parlamentari, legali o ministri di culto. Niente conversazioni che abbiano a che fare con la vita associativa di Mediterranea, con i rapporti con altre associazioni o singoli. Nessuna telefonata che non abbia a che fare con l’oggetto del processo: il soccorso di 27 persone bloccate da 38 giorni su un mercantile, che per l’ong è un salvataggio e la procura di Ragusa considera favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il presidente Elio Manenti prova a mettere ordine nella valanga di materiale istruttorio depositato agli atti dalla procura di Ragusa nel processo contro Mediterranea, che vede imputati i tre cofondatori dell’ong Luca Casarini, Beppe Caccia e Alessandro Metz, e tre membri dell’equipaggio a bordo nel settembre 2020, il comandante Pietro Marrone, la medica di bordo Agnese Colpani e il soccorritore Fabrizio Gatti. Dopo quattro anni di istruttoria, funestata da fughe di notizie che per mesi hanno fatto tracimare su diversi giornali atti d’indagine e conversazioni che nulla avevano a che fare con l’oggetto dell’inchiesta e neanche gli avvocati conoscevano, il Tribunale, accogliendo in larga parte le eccezioni presentate dai legali di Mediterranea, ha dettato le “regole” per il prosieguo del dibattimento.

Primo: niente intercettazioni illegali. Quelle che coinvolgono parlamentari e legali devono essere identificate e distrutte. Pm e difese dovranno indicarle con precisione e per tempo. Secondo: niente conversazioni non pertinenti, anche queste – come impone il codice – da distruggere immediatamente. Una richiesta che da anni avanzano non solo gli imputati, ma anche parlamentari, giornalisti, vescovi, sacerdoti, operatori sociali e persino gli avvocati della difesa, ascoltati mentre discutevano con i propri assistiti della strategia difensiva. Risultato, una polemica tracimata in Parlamento, con tanto di interrogazione presentata al sottosegretario Ostellari, e in procura a Milano, dove con una formale querela Mediterranea ha chiesto di identificare la manina che ha fatto filtrare quegli atti di indagine. Lì tutto tace, a quasi un anno non si sa nulla di quell’indagine.

A Ragusa si prova a mettere ordine. L’oggetto del procedimento è molto semplice ha spiegato il Collegio: il salvataggio delle 27 persone rimaste per 38 giorni bloccate sulla Maersk Etienne, a cui è stato chiesto di soccorrerle, senza però mai indicare un porto di sbarco, è stato fatto “su commissione”? Così sostiene la procura, utilizzando a sostegno della propria tesi la pubblica donazione che la Maersk mesi dopo ha fatto all’ong. Tutte bugie, rispondono da Mediterranea, ricordando come la stessa ong abbia dato notizia della cosa.

Per il tribunale, determinate per valutare le due tesi è sciogliere tre nodi. Primo, lo sbarco dei naufraghi a Pozzallo era autorizzato? L’accordo con la Maersk quando sarebbe maturato? Le persone rimaste per 38 giorni sul ponte del mercantile in che condizioni psicofisiche erano? Prudenza vuole che non ci si sbilanci, ma dalle parti di Mediterranea c’è soddisfazione.

“Non abbiamo mai nascosto nulla su quell’operazione e dimostreremo la verità”, dicono dall’ong. “Dopo cinque anni di montatura politico-giudiziaria contro la solidarietà, crediamo dunque di essere sulla strada giusta per l’accertamento della verità su questa vicenda e la fine di una mirata persecuzione contro il soccorso civile in mare”. Strada lunga, commenta Casarini, che probabilmente va anche oltre il procedimento in corso a Ragusa. “Se si fa attenzione alle date, ci si rende conto che nel periodo in cui eravamo sotto indagine, eravamo ascoltati anche dai servizi segreti “per motivi di sicurezza nazionale”, fa notare il capomissione di Mediterranea. “Scoprire se quel materiale sia finito all’interno di questo procedimento e dopo sia stato filtrato sulla stampa sarebbe fondamentale, costituirebbe una gravissima violazione delle garanzie processuali e delle libertà democratiche che dovrebbe allarmare tutti”.

È un tema che probabilmente anche Amnesty ha valutato quando ha deciso di seguire il processo con i propri osservatori. “Già nel 2022, quando tutto è iniziato, ritenevano che questo procedimento rientrasse fra quelle tipologie di criminalizzazione della solidarietà, che da tempo ormai vengono denunciate da ong e comitati nazionali e internazionali”, spiegano da Mediterranea. “Sosteniamo il lavoro delle ong e dei difensori dei diritti umani impegnati in azioni di ricerca e soccorso in mare, a fronte dell’insufficienza di operazioni istituzionali a tutela dei diritti e della vita delle persone, e nel contesto di una continua criminalizzazione della solidarietà – ha fatto sapere Amnesty alla vigilia dell’udienza – Ricordiamo che, secondo il diritto internazionale, gli stati abbiano il dovere di proteggere i difensori dei diritti umani e assicurare che possano svolgere il proprio ruolo senza temere rappresaglie”.

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