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Interrail, quel biglietto magico per la libertà

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Il racconto della scrittrice messinese Nadia Terranova, due volte finalista al premio Strega: nel 2019 e lo scorso anno
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La prima volta che ho sentito parlare di interrail non avevo neanche l’età anagrafica minima per poter prendere un treno da sola e attraversare la frontiera: frequentavo le medie, le parole dei ragazzi più grandi avevano sempre un suono diverso, più forte, rilucevano. Quest’estate faccio l’interrail, disse F., e sono abbastanza certa che mi guardò di sbieco per spiare la mia reazione, avrei dovuto fingere di sapere e invece chiesi curiosissima, mi si aprirono miraggi di confini francesi, spagnoli, portoghesi – la tratta più classica dell’interrail degli anni Novanta, dalla Sicilia in su, su, e poi a sinistra, e poi di nuovo giù. Per noi isolani poi si trattava di partire con quel primo treno che faceva mille manovre, si smontava nella pancia del traghetto e si rimontava come un Lego dopo la traversata, solo allora cominciava l’Italia, e l’Europa a seguire, ma con quel biglietto magico comprato nella nostra stazioncina di periferia si aprivano tutte le possibilità, paesi che sembravano…

La prima volta che ho sentito parlare di interrail non avevo neanche l’età anagrafica minima per poter prendere un treno da sola e attraversare la frontiera: frequentavo le medie, le parole dei ragazzi più grandi avevano sempre un suono diverso, più forte, rilucevano. Quest’estate faccio l’interrail, disse F., e sono abbastanza certa che mi guardò di sbieco per spiare la mia reazione, avrei dovuto fingere di sapere e invece chiesi curiosissima, mi si aprirono miraggi di confini francesi, spagnoli, portoghesi – la tratta più classica dell’interrail degli anni Novanta, dalla Sicilia in su, su, e poi a sinistra, e poi di nuovo giù. Per noi isolani poi si trattava di partire con quel primo treno che faceva mille manovre, si smontava nella pancia del traghetto e si rimontava come un Lego dopo la traversata, solo allora cominciava l’Italia, e l’Europa a seguire, ma con quel biglietto magico comprato nella nostra stazioncina di periferia si aprivano tutte le possibilità, paesi che sembravano costosi e lontani venivano a portata di mano, a patto certo di dormire in sacco a pelo in un vagone, di essere disposti a improvvisare e predisposti agli incontri. Al futuro. Quanto all’Europa, a scuola ci avevano insegnato che sarebbe stata il regno senza frontiere della pace e della fratellanza, disegnavamo pupazzetti che si tenevano per mano, colorati e pieni di bandiere, e per un po’ avevamo persino creduto all’esperanto. La mia generazione è diventata grande dentro questi sogni e oggi si ritrova in mezzo alle guerre, c’è stato un problema di fondo con le bugie degli adulti, ma l’interrail è stata la nostra pazzesca libertà: io non desideravo altro che diventare maggiorenne per saltare su quei treni senza controllo, con uno zaino enorme e un paio di cartine spiegazzate, incrociare i coetanei degli altri paesi e spiare come vivevano fuori dalla provincia, fuori dall’isola, fuori dalla penisola, in quel continente che, ci avevano detto, era sì straniero ma anche tutto nostro.

Le parole nascono, muoiono per finta, risorgono. Da un’epoca all’altra, si risemantizzano e tornano a combaciare: oggi bisognerà aggiungere un telefonino, un selfie, una geolocalizzazione, un social – il ricordo è troppo netto e mi limita, non so immaginare un interrail così, senza il desiderio di far perdere le tracce, senza quel telefonare spiantati a casa da una cabina telefonica in un paesino imprevisto dal nome impossibile, ma tant’è: sarà epico e credo bello in un modo diverso, sono curiosa e mi metterò a spiare i racconti di viaggio come avevo fatto con F., tanti anni fa.

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