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Sicurezza, Spataro: “Lo scudo penale è inaccettabile, viola il principio di eguaglianza”

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L’ex procuratore di Torino fortemente critico sulla norma che esclude l’automatismo dell’iscrizione nel registro degli indagati degli appartenenti alle forze di polizia quando appare che “il fatto” - loro addebitabile - è compiuto per “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi e stato di necessità”
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Armando Spataro, ex procuratore di Torino, il governo ha inserito nel nuovo pacchetto sicurezza le tanto attese norme a tutela delle forze dell’ordine. Come le giudica?

«Siamo ancora una volta di fronte a provvedimenti legislativi “in gestazione” – un decreto legge ed un disegno di legge - che rimandano nei rispettivi testi al termine “sicurezza”. Non è una novità, sia ben chiaro, se solo pensiamo alla produzioni legislativa degli ultimi due decenni, come i tanti “pacchetti” e “decreti sicurezza” ispirati ad un pan-penalismo di matrice populistica per cui “tutto diventa reato in nome dell’ordine”. Il governo in carica, in particolare, è intervenuto a pioggia con una quantità di provvedimenti di questo tipo che non ha eguali nella nostra storia recente e che rischia di far vacillare le basi del nostro ordinamento giuridico, senza risolvere i veri problemi della giustizia».

Armando Spataro, ex procuratore di Torino, il governo ha inserito nel nuovo pacchetto sicurezza le tanto attese norme a tutela delle forze dell’ordine. Come le giudica?

«Siamo ancora una volta di fronte a provvedimenti legislativi “in gestazione” – un decreto legge ed un disegno di legge - che rimandano nei rispettivi testi al termine “sicurezza”. Non è una novità, sia ben chiaro, se solo pensiamo alla produzioni legislativa degli ultimi due decenni, come i tanti “pacchetti” e “decreti sicurezza” ispirati ad un pan-penalismo di matrice populistica per cui “tutto diventa reato in nome dell’ordine”. Il governo in carica, in particolare, è intervenuto a pioggia con una quantità di provvedimenti di questo tipo che non ha eguali nella nostra storia recente e che rischia di far vacillare le basi del nostro ordinamento giuridico, senza risolvere i veri problemi della giustizia».

Qui trova spazio il cosiddetto scudo penale.

«Alcuni di questi provvedimenti, oltre a moltiplicare reati a dismisura con sforzi di fantasia (ed a cancellarne alcuni di quelli che riguardano i colletti bianchi), sono caratterizzati anche dalla scelta di voler assicurare agli appartenenti alle forze di polizia quello che è stato definito nel dibattito anche politico “scudo penale”, cioè un regime particolare relativo al loro trattamento qualora siano coinvolti a vario titolo in indagini giudiziarie e procedimenti penali. L’articolo 11 dell’ultimo disegno di legge vieta al pm che indaga di iscrivere i nomi degli appartenenti alle forze di polizia nel registro delle notizie di reato quando appare che “il fatto” - loro addebitabile - “è compiuto in presenza di una causa di giustificazione come legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi e stato di necessità”. Ed eguale previsione “per incrementare le tutele” è previsto per tutti i cittadini che abbiano agito in presenza di tali cause di giustificazione».

Ha delle perplessità su questo tipo di norma?

«Si tratta di una scelta non solo del tutto inaccettabile perché all’evidenza viola il principio di eguaglianza di tutti i cittadini (pubblici ufficiali inclusi) di fronte alla legge, ma anche illogica in quanto molte indagini penali hanno proprio per oggetto la sussistenza o meno delle predette cause di giustificazione, sicchè non si può affatto ipotizzare che il pm possa subito decidere che una di tali cause sussista, anticipando l’eventuale futura scelta propria o la decisione del giudice. Questo al di là del fatto che l’iscrizione nel registro delle notizie di reato costituisce garanzia difensiva non solo per l’indagato, ma anche per le parti offese del reato, che ne verrebbero private».

In realtà le forze dell’ordine hanno sempre rifiutato un trattamento di privilegio, chiedevano solo tutele maggiori.

«Si può essere anche certi che anche la grande maggioranza degli appartenenti alla polizia giudiziaria ed ai corpi citati nell’art. 11 del disegno di legge preferirebbero evitare simili privilegi idonei a ledere il loro onore e la loro dignità. Ma forse a qualcuno piacerebbe che in Italia fosse possibile ciò che è avvenuto in questi giorni in Minnesota, dove sei procuratori si sono dimessi per il divieto loro imposto dal Dipartimento di giustizia di indagare sull’agente dell’ICE Jonathan Ross che ha sparato ed ucciso la poetessa Renee Good, invocando poi una o più cause di giustificazione».

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