Andrea Pennacchi: “Da piccolo non parlavo dialetto, ora diffido dell’italiano”
di Giulia BoeroDa piccolo parlavo come Lord Fauntleroy, in una scuola in cui quasi tutti comunicavano esclusivamente in dialetto». Dal personaggio del Pojana a Le città di Pianura, fino a romanzi come Una foresta di scimmie (Marsilio), Andrea Pennacchi è l’incarnazione dell’attore-artigiano in cui il dialetto diventa lingua viva, nata dai corpi di una comunità aspra e da un Nordest per nulla nostalgico.
Che valore ha il dialetto per lei?
«Ci sono cresciuto in mezzo. Mio padre era un operaio, mia madre una di quelle casalinghe degli anni ’20 che faceva mille lavori. Con me si sforzavano però di parlare in italiano. C’era la convinzione diffusa che il Veneto limitasse le speranze di un futuro migliore. Poi sono andato a Dublino, in Scozia. Lì ho cominciato ad apprezzare la mia lingua leggendo testi di scrittori e poeti veneti come Meneghello. Ho capito quanto l’espressione attraverso il dialetto potesse essere potenzialmente profonda».
Una volta ha detto: “Il dialetto forma cicatrici che restano a…
Da piccolo parlavo come Lord Fauntleroy, in una scuola in cui quasi tutti comunicavano esclusivamente in dialetto». Dal personaggio del Pojana a Le città di Pianura, fino a romanzi come Una foresta di scimmie (Marsilio), Andrea Pennacchi è l’incarnazione dell’attore-artigiano in cui il dialetto diventa lingua viva, nata dai corpi di una comunità aspra e da un Nordest per nulla nostalgico.
Che valore ha il dialetto per lei?
«Ci sono cresciuto in mezzo. Mio padre era un operaio, mia madre una di quelle casalinghe degli anni ’20 che faceva mille lavori. Con me si sforzavano però di parlare in italiano. C’era la convinzione diffusa che il Veneto limitasse le speranze di un futuro migliore. Poi sono andato a Dublino, in Scozia. Lì ho cominciato ad apprezzare la mia lingua leggendo testi di scrittori e poeti veneti come Meneghello. Ho capito quanto l’espressione attraverso il dialetto potesse essere potenzialmente profonda».
Una volta ha detto: “Il dialetto forma cicatrici che restano addosso e apre una porta sul mondo, perché quei caratteri umani che rappresenti sono così, ovunque”. Lo pensa ancora?
«Di più. Beckett diffidava dell’inglese letterario. Io dell’italiano. Mi fa pensare per frasi fatte, usare parole di altri. Il Veneto mi costringe ad andare in fondo, scavare dentro di me. Tira fuori robe roventi, che fanno male quando escono. Come dei sussulti acidi. Ma può anche diventare un’armatura, una Lorica».
Le sue storie spesso mischiano riflessioni morali complesse, comicità e ironia.
«Nonostante i tentativi per eliminarlo, il dialetto in ambito artistico è rimasto. Anche nell’Italia unita. Io sfrutto quella base. Ma è una spina dorsale utile anche per quei giovani che hanno riscoperto il piacere della propria lingua. Il dialetto è da far vivere, respirare. Bisogna esplorarne tutte le potenzialità».
E per un pubblico che non viene dalla stessa regione?
«Diventa vagamente esotico, buffo. Non è necessario capire tutto. A volte la lingua è poetica anche solo per i suoi suoni, le espressioni gergali, i tempi, le cadute. In più, l’Italia è fatta di molte province. Ci possono essere cambi di cadenza dialettale, ma alla fine tutti capiscono che quella a essere descritta è casa tua».