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Meme, reel e video virali, il dialetto re dei social: “È una sfida culturale”

Alice Guerra, Giacomo Moceri, Carlotta Berti, Roberto Serra 
Sempre più gli influencer che usano parole tipiche regionali per raccontare la quotidianità: “Vogliamo abbattere gli stereotipi”
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Il dialetto si fa social. Imitato, evocato, ricreato per diventare protagonista di reel, meme e video virali. Un patrimonio rinnovato, celebrato soprattutto oggi in occasione della Giornata nazionale dei dialetti e delle lingue locali. Gli influencer e divulgatori dei dialetti, molti dei quali poco più che ventenni, sono ironici e immediati. Parlano la lingua dei nonni, la attualizzano. Usano sottotitoli, per assicurarsi la comprensione di tutti, o quasi.

C’è chi come Alice Guerra — i cui contenuti superano regolarmente il milione di visualizzazioni — “diffonde il verbo veneto” raccontando gioie e dolori quotidiani. Chi, come Carlotta Berti, insegna parole tipiche e mostra scorci di vita veneziana. Altri, come il rapper e cantautore Michele Ferroni (in arte Mike FC), usano il Genovese giocand…

Il dialetto si fa social. Imitato, evocato, ricreato per diventare protagonista di reel, meme e video virali. Un patrimonio rinnovato, celebrato soprattutto oggi in occasione della Giornata nazionale dei dialetti e delle lingue locali. Gli influencer e divulgatori dei dialetti, molti dei quali poco più che ventenni, sono ironici e immediati. Parlano la lingua dei nonni, la attualizzano. Usano sottotitoli, per assicurarsi la comprensione di tutti, o quasi.

C’è chi come Alice Guerra — i cui contenuti superano regolarmente il milione di visualizzazioni — “diffonde il verbo veneto” raccontando gioie e dolori quotidiani. Chi, come Carlotta Berti, insegna parole tipiche e mostra scorci di vita veneziana. Altri, come il rapper e cantautore Michele Ferroni (in arte Mike FC), usano il Genovese giocando con stereotipi e umorismi locali fino a far entrare espressioni liguri nel lessico di chi, di Genova, non ha mai nemmeno sentito l’odore del porto o visto i caruggi. E chi invece, come Giacomo Moceri (autore di Siciliansays), ha creato uno spazio per raccontare l’immaginario siciliano attraverso parole, espressioni e modi di dire con la complicità e l’incrocio di dialetto e cultura pop.

«Ho iniziato a fare corsi di dialetto più di vent’anni fa, ma creo reel solo da un paio d’anni» racconta Roberto Serra, avvocato e professore (profesåur) — per passione — di lingua e cultura bolognese. Social, spettacoli teatrali, corsi di grammatica e sintassi: «Oggi il 50 per cento dei miei follower ha fra i 15 e i 35 anni. Molte delle persone a cui insegno viene da altre regioni d’Italia, molti altri sono stranieri. C’è curiosità, capiscono che la lingua locale è il profumo della città, il profumo della terra in cui sono andati ad abitare. È un modo per conoscere Bologna, per farla intima». Nessun sentimento malinconico, il suo; nessun rimpianto per un tempo passato. Solo uno strumento per «comunicare il modo di intendere la vita della gente che poi in quel luogo ha sempre vissuto».

Se la “risorgenza dialettale” ricompare anche nei fumetti, nelle canzoni e nelle pubblicità (basti guardare il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana saltellare dietro al pulpito delle conferenze stampa per le Olimpiadi di Milano-Cortina all’insegna di un urlato Ghe sem), sono proprio Instagram e TikTok i palcoscenici scelti per divertire e divertirsi, pur attingendo a un serbatoio linguistico capace di far apprezzare la cultura di cui quel dialetto fa parte.

«Gli spazi digitali possono essere potentissimi. Legano tra loro persone senza continuità territoriale. E possono diventare dei semi» spiega Andrea Martocchi, dottorando in Glottologia e Linguistica all’Università degli Studi di Milano. «Credo che a tutti gli effetti si possa parlare di un’operazione culturale. Sono un modo per arrivare a un pubblico più ampio, per abbattere gli stereotipi ancora oggi legati all’uso delle lingue locali». Non sembra, quindi, la morte della lingua annunciata da Pasolini. E non è neanche più un retaggio del passato. Ma una voce del presente capace di divertire, di far risuonare modi di dire e inflessioni che, fino a qualche anno fa, non sarebbero state altro che destinate a restare chiuse nel perimetro di un territorio, di una comunità. Al contrario, ora i pubblici attenti a suoni ed espressioni antiche si moltiplicano. I confini si abbattono. Le influenze culturali si incrociano.

Serra deve andare. E da buon bolognese saluta: «Stà mò bän: a se vdrän, magâra dnanz a un piât ed tajadèl! (A presto: arrivederci, magari davanti a un piatto di tagliatelle!)».

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