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“Mio figlio vivo per miracolo. I ragazzi bombardati da scene violente hanno superato il limite”

Maria Luisa Iavarone con il figlio Arturo 

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Parla Maria Luisa Iavarone. Suo figlio Arturo fu aggredito a 17 anni da una baby gang e ridotto in fin di vita. “Vado nelle scuole a fare prevenzione. Non si può pensare di fermare la violenza tra gli adolescenti soltanto con i divieti. Se li lasciamo vegetare negli istituti minorili, cosa otteniamo?”.
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Che dolore, povero ragazzo». Maria Luisa Iavarone è affranta. Ogni giovane accoltellato, ferito, addirittura ucciso dalla lama di un coetaneo, è per lei un salto indietro nel tempo. Da quando, era il 2017, suo figlio Arturo, adolescente, fu ridotto in fin vita da una baby gang che lo massacrò con diciotto coltellate. Accadeva a Napoli, in via Foria, Arturo aveva “osato” reagire al branco che voleva rapinarlo. Arturo è sopravvissuto, sua madre Maria Luisa, docente di Pedagogia all’università “Parthenope”, ha trasformato quel dramma familiare in una battaglia di civiltà.

Professoressa Iavarone, un altro ragazzo ucciso a coltellate. Non è cambiato niente dal giorno in cui aggredirono Arturo? Lei ha raccontato il vostro dramma nel libro “Il coraggio delle cicatrici”.

«Purtroppo no. Mio figlio è sopravvissuto ma di quelle diciotto coltellate porterà le cicatrici a vita. A cominciare dal mezzo polmone che non ha più. Quando vado nelle scuole a fare prevenzione e parlo di quel giorno, della …

Che dolore, povero ragazzo». Maria Luisa Iavarone è affranta. Ogni giovane accoltellato, ferito, addirittura ucciso dalla lama di un coetaneo, è per lei un salto indietro nel tempo. Da quando, era il 2017, suo figlio Arturo, adolescente, fu ridotto in fin vita da una baby gang che lo massacrò con diciotto coltellate. Accadeva a Napoli, in via Foria, Arturo aveva “osato” reagire al branco che voleva rapinarlo. Arturo è sopravvissuto, sua madre Maria Luisa, docente di Pedagogia all’università “Parthenope”, ha trasformato quel dramma familiare in una battaglia di civiltà.

Professoressa Iavarone, un altro ragazzo ucciso a coltellate. Non è cambiato niente dal giorno in cui aggredirono Arturo? Lei ha raccontato il vostro dramma nel libro “Il coraggio delle cicatrici”.

«Purtroppo no. Mio figlio è sopravvissuto ma di quelle diciotto coltellate porterà le cicatrici a vita. A cominciare dal mezzo polmone che non ha più. Quando vado nelle scuole a fare prevenzione e parlo di quel giorno, della nostra lotta, vedo gli occhi dei ragazzi e delle ragazze attenti, lucidi, commossi. Ma non basta».

Perché le cose non cambiano. E’ così?

«E’ una sfida enorme. Passato il momento di emozione, nella noncuranza del mondo adulto, quei giovanissimi tornano poi a naufragare dentro i social, a imbottirsi di immagini violente, in una totale disregolazione emotiva che li porta, spesso, a neutralizzare nella testa le conseguenza dei loro gesti».

Siamo di fronte a un assassinio tra i banchi di scuola. Là dove si dovrebbe imparare a crescere.

«E’ per questo che parlo di noncuranza del mondo adulto, istituzioni, famiglia, scuola. Non si può pensare di risolvere soltanto con i divieti. Abbiamo abbassato con il decreto Caivano l’età della punibilità per i minorenni. Ne vengono arrestati di più, questo è indubbio. Se poi però li lasciamo a vegetare negli istituti minorili o nelle carceri, cosa abbiamo ottenuto? Come mai quel giovane è potuto entrare con un coltello in classe? E perché negli anni la scuola non ha funzionato come meccanismo di dissuasione alla violenza?».

Forse perché quello che c’è fuori, in strada, o dentro, nella rifrazione dei social, è ben più potente dell’impegno di un’istituzione?

« L’aumento della violenza tra i giovanissimi, il diffondersi delle armi bianche è il risultato di quello che sta accadendo nelle loro menti. Esposte, senza alcuna mediazione degli adulti, a un bombardamento di immagini cruente, video, social, serie televisive dove si uccide, si stupra, si tortura. Ma dove anche il gesto più efferato sembra però lecito e indolore. In una totale distorsione della realtà. Tanto da armare la mano di un diciottenne per assassinare un compagno di banco».

Sembra che dietro l’aggressione ci fosse una lite per una ragazza. Una foto postata sui social.

«Appunto. L’infosfera nella quale vivono. Ma la violenza, lo sappiamo bene, non è il raptus di un momento. Scava e scava nelle menti di questi ragazzini come un fiume carsico, fino a quando uno di loro passa all’azione. Su questo si innesta un grave pensiero regressivo rispetto alle relazioni sentimentali tra gli adolescenti. L’amore come possesso da difendere anche uccidendo. Ragazzini che usano l’intelligenza artificiale ma si comportano come in Cavalleria Rusticana».

Lei parlava del fallimento del mondo adulto. Però da anni incontra ragazzi, professori, famiglie, anche con la sua associazione, “Artur” per fare prevenzione e informazione.

«Il fallimento è non aver saputo trasmettere, fino in fondo, il disvalore del gesto violento. Che nell’incapacità dei giovanissimi di mettere a fuoco la realtà, diventa, tragicamente, un gesto come un altro. Ma bisogna continuare, non arrendersi. Bisogna avere fiducia nei giovani».

Iavarone, è in arrivo un’ulteriore stretta sui minorenni che delinquono.

«Senza misure che li aiutino a reinserirsi nella società serviranno a poco».

Come sta suo figlio Arturo, che oggi ha 25 anni?

«Si è laureato e ha un dottorato di ricerca in storia antica. Ce l’ha fatta, ma le sue cicatrici lo accompagneranno per tutta la vita».

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