✕

“Atif è stato mio alunno. Amava la poesia e lo studio, ma aveva l’abisso dentro”

Ascolta l'audio

La Spezia, intervista alla professoressa Elena Bertelli: “Aveva delle posizioni estremiste, ma sapeva anche essere generoso difendendo chi era più debole”
2 minuti di lettura

È un ragazzo straordinario, un grande talento, impegnato, bravo, intelligente: ogni mattina arrivava prima di tutti i compagni, era sempre pronto a parlare. In sei mesi aveva imparato l’italiano, e lo sapeva bene, senza inciampi. Solo che dava molto anche da pensare, se non ci si fermava alla superficie».

Elena Bertelli ha insegnato per un anno, nel 2024, all’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia per conto della cooperativa Mondo Aperto, tenendo un corso di italiano. In classe, tra gli altri alunni, aveva anche Zouhair Atif, ora accusato dell’omicidio di un compagno. Ogni tanto insieme a lui e ad altri ragazzi e ragazze dello stesso istituto la docente chiacchierava, passeggiava o beveva un caffè.

Professoressa Bertelli, …

È un ragazzo straordinario, un grande talento, impegnato, bravo, intelligente: ogni mattina arrivava prima di tutti i compagni, era sempre pronto a parlare. In sei mesi aveva imparato l’italiano, e lo sapeva bene, senza inciampi. Solo che dava molto anche da pensare, se non ci si fermava alla superficie».

Elena Bertelli ha insegnato per un anno, nel 2024, all’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia per conto della cooperativa Mondo Aperto, tenendo un corso di italiano. In classe, tra gli altri alunni, aveva anche Zouhair Atif, ora accusato dell’omicidio di un compagno. Ogni tanto insieme a lui e ad altri ragazzi e ragazze dello stesso istituto la docente chiacchierava, passeggiava o beveva un caffè.

Professoressa Bertelli, perché Zouhair dava da pensare?

«Mi raccontava che una parte di sé gli parlava, sentiva voci che gli suggerivano cosa fare, diceva “quando parlo con lui”. Credo che questo stato di — non saprei come chiamarlo — sdoppiamento, gli derivasse da un passato traumatico e dal fatto di essere stato lasciato solo da bambino, di essere cresciuto senza madre e padre: quando era piccolo i genitori dal Marocco si erano trasferiti in Italia, lasciandolo con dei parenti».

Elena Bertelli (foto di Francesca Remorini) 

Succede a molte persone migranti.

«Sì, ma a lui era capitato qualcosa di doloroso: non saprei dire cosa, non me l’ha mai raccontato. Forse l’ambiente era molto religioso, forse c’erano violenze, magari in strada, forse droghe. In un momento di sconforto mi confidò alcune cose pesanti, poi però non volle più tornarci sopra. Quando gli spiegai che io c’ero, che potevamo affrontare quel doloroso capitolo, mi disse: prof non ne voglio parlare, preferisco non pensarci più».

Era religioso?

«Sì, e devo dire che il rapporto con l’Imam della sua moschea lo aiutava moltissimo, lo calmava, lo indirizzava. Ma spesso citava versetti del Corano e dopo il 7 ottobre aveva espresso idee radicali che mi avevano spaventato, nutriva odio contro gli ebrei (che per lui erano filistei), sapeva diventare violento. Ne avevamo anche parlato in classe, i ragazzi avevano portato la canzone di Ghali Casa mia per discuterne. Si erano soffermati su quel: “Siamo tutti zombie col telefono in mano”, e cioè siamo distratti da cose stupide mentre in luoghi non troppo lontani si combattono guerre. Cercavo di parlargli, perché la scuola è un luogo di ascolto e di educazione socio-affettiva. Ma era difficile. Era come se nessuno vedesse davvero la sua parte oscura. Ma solo il fatto che era bravo, era il migliore in tutto».

I rapporti con i compagni?

«Lui aveva sempre questa aria da agitatore, da leader, intemperante, monopolizzava la classe parlando di Allah, citando versetti, mi aveva anche detto che voleva entrare in politica. Lanciava sfide da radicalista. Ma dopo il fidanzamento con una ragazza marocchina (precedente a quella attuale) si era molto calmato, come se ad agire fosse venuta in superficie, cacciando la parte oscura, la sua natura più gentile, solare, amorevole, generosa. Aveva anche un’amica che era diventata oggetto di scherno: lei portava il velo e in molti la dileggiavano per questo, avevano anche tentato di strapparglielo: lui l’aveva difesa».

Scriveva poesie.

«Sì, me ne aveva anche mandata qualcuna. Poi mi ero accorta che si trattava dei testi di un poeta iracheno, Muhannad Hassan Al-Shawi. Mi aveva detto che stava partecipando a un concorso di poesia. Ancora non riesco a capire il perché di quella bugia, dato che aveva davvero talento, né se abbia veramente partecipato a un premio».

Cercherà di incontrarlo?

«Vorrei tanto parlarci, vorrei capire, vorrei chiedergli perché, se davvero aveva premeditato quello che è successo. Quando si era lasciato con la ragazza marocchina era tornato nel suo guscio, forse più incattivito di prima, più oscuro e buio. È un ragazzo che vive una sofferenza estrema e che sia andata a finire così mi ha devastata».

Leggi i commenti