Valentino, il rivale Armani, il polo opposto: la differenza tra fiaba e sobrietà
di Daniela HamauiLa realtà è sempre beffarda. Mentre a Milano si accendevano le luci sulla prima sfilata di Armani senza Giorgio Armani, a Roma si spegnevano quelle sulla vita di Valentino Garavani. Proprio quando il mondo della moda si esercitava a scoprire le differenze tra le creazioni di Leo Dell’Orco e quelle del suo maestro, l’attenzione si spostava sulla scomparsa dell’ultimo “Imperatore”, lo stilista che aveva trasformato la sua vita in un racconto di Truman Capote. Valentino e Armani, così diversi e apparentemente agli antipodi, sono essenziali per capire cos’è stato il made in Italy e perché quella tempesta di creatività ha cambiato le regole e gli equilibri della moda.
Provinciali nel senso migliore del termine, venivano uno da Voghera e l’altro da Piacen…
La realtà è sempre beffarda. Mentre a Milano si accendevano le luci sulla prima sfilata di Armani senza Giorgio Armani, a Roma si spegnevano quelle sulla vita di Valentino Garavani. Proprio quando il mondo della moda si esercitava a scoprire le differenze tra le creazioni di Leo Dell’Orco e quelle del suo maestro, l’attenzione si spostava sulla scomparsa dell’ultimo “Imperatore”, lo stilista che aveva trasformato la sua vita in un racconto di Truman Capote. Valentino e Armani, così diversi e apparentemente agli antipodi, sono essenziali per capire cos’è stato il made in Italy e perché quella tempesta di creatività ha cambiato le regole e gli equilibri della moda.
Provinciali nel senso migliore del termine, venivano uno da Voghera e l’altro da Piacenza. Un giorno Arbasino, anche lui di Voghera, disse: “Per essere Arbasino bisogna vivere nella capitale o almeno a Milano” e così è stato anche per loro che scelsero Roma e Milano, i due luoghi che meglio rappresentavano la loro estetica e il loro modo di concepire la moda. Minimalista, sobria, discreta e brumosa quella di Armani; decorativa, romantica e teatrale quella di Valentino. L’elenco delle differenze tra i due sono infinite e non sono solo visive. Se Valentino amava i colori, i cani — in particolare i suoi carlini — il jet set, il club 54, le feste sibaritiche e le dame nobili o perlomeno inarrivabili, Armani sceglieva i grigi, adorava Angel, il suo gatto nero, le ragazze in carriera e alle feste preferiva i cinema d’essai.
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Anche l’estetica era agli antipodi: silhouette importanti, ricche, colorate, intrise di riferimenti classici, di rimandi a una romanità grandiosa dove la bellezza è fiabesca e l’eleganza è ornamentale facevano di Valentino lo stilista dell’apparire. Le sue donne inseguivano un’eleganza fuori dal tempo, celebravano il corpo, e trasformavano l’abito in evento. Armani di suo invece destrutturava, ripuliva, arrivava all’essenziale, interiorizzava e trasformava la semplicità in un gesto di potere. La sua era un’etica dell’essere contro l’estetica dell’apparire. Ma spesso gli opposti si attraggono o perlomeno si rispettano. Non c’era rivalità tra i due per molti motivi. Il primo è che, oltre alle differenze, avevano molti punti in comune: l’etica del lavoro, la dedizione totale, la passione, la consapevolezza di amare la moda più di ogni altra cosa perché, come disse più volte Valentino, “creo abiti, per il resto sono un disastro”. E poi la capacità di capire quanto fosse importante il brand, il primo con l’aquila, l’altro con la V e la fortuna di avere accanto due soci, Giorgio Galeotti e Giancarlo Giammetti, che sono stati compagni di vita e soprattutto sponsor determinati a sostenerli prima che chiunque altro ne intuisse le potenzialità. E ancora l’amore per l’arte, le case dove rifugiarsi, le barche dove fare le vacanze e gli amici che sono diventati famiglia. E se Armani prima di andarsene aveva programmato tutto, dai lasciti alla cerimonia di addio, per Valentino, più imprevedibile e ieratico, vedremo come andrà.
Il motivo principale della non belligeranza ma anzi della stima reciproca nasce e si sviluppa proprio in quei magici anni tra la fine degli 80 e l’inizio dei 90 quando le luci della moda all’improvviso non si accesero più solo a Parigi ma approdarono in Italia creando quel fenomeno che poi è proseguito fino a oggi e trasformando l’Italia nel regno della creatività. Allora c’era spazio per la diversità, nessuno dei protagonisti si somigliava e le maison, che avevano il nome degli stilisti, erano a immagine di chi le aveva create. Attori, registi, celebrities attingevano a quell’immaginario: Sharon Stone e Lady Diana erano radiose nei loro Valentino mentre Richard Gere diventava il simbolo del nuovo maschio con i completi Armani. Gli attriti tra stilisti c’erano, il più famoso e chiacchierato è stato quello tra Armani e Versace, ma il successo era alle stelle, le differenze erano un valore e quando arrivava la settimana della moda, l’insieme era fortissimo, vario e irresistibile. E se Armani destrutturava le giacche, Ferrè costruiva le camicie bianche; se Versace rendeva sexy le top model, Missoni disegnava la maglieria moderna; se Krizia guardava a oriente, le sorelle Fendi rendevano le pellicce leggere come piume. E Valentino, che da sempre sfilava a Parigi, rivendicava la sua appartenenza a quel gruppo di folli innovatori che avevano sfidato le regole del fashion inventando il prêt-à-porter. Era la vittoria dello stile di vita italiano, quel modo di intendere la bellezza e la qualità della vita, quel puzzle vario e geniale che tutti volevano provare.