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Valentino, Tyrnauer: “Accettò che il film svelasse la sua vita di coppia”

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“Il set non fu semplice ma oggi ricordo quel calore italiano, l’atmosfera familiare, la grande magia di un circo felliniano”
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NEW YORK – Per il regista Matt Tyrnauer, che ha trascorso anni a documentare Valentino in L’ultimo imperatore (2008), la notizia della scomparsa è arrivata con “un senso di presagio”, ci dice al telefono da Los Angeles. A lungo corrispondente per Vanity Fair, ha trasformato il ritratto del couturier per la rivista (So very Valentino, agosto 2004) nel suo primo documentario. È stato Valentino a lanciare la carriera di Tyrnauer, lasciandosi catturare in un momento decisivo: mentre si preparava al ritiro in un’industria ormai dominata da numeri e trend. Il film non incontrò subito il favore dei protagonisti. Ribaltò le carte la standing ovation alla Mostra di Venezia, con lo stilista in lacrime in Sala Grande.

È stato davvero l’ultimo imperatore?

«All’epoc…

NEW YORK – Per il regista Matt Tyrnauer, che ha trascorso anni a documentare Valentino in L’ultimo imperatore (2008), la notizia della scomparsa è arrivata con “un senso di presagio”, ci dice al telefono da Los Angeles. A lungo corrispondente per Vanity Fair, ha trasformato il ritratto del couturier per la rivista (So very Valentino, agosto 2004) nel suo primo documentario. È stato Valentino a lanciare la carriera di Tyrnauer, lasciandosi catturare in un momento decisivo: mentre si preparava al ritiro in un’industria ormai dominata da numeri e trend. Il film non incontrò subito il favore dei protagonisti. Ribaltò le carte la standing ovation alla Mostra di Venezia, con lo stilista in lacrime in Sala Grande.

È stato davvero l’ultimo imperatore?

«All’epoca sembrò una iperbole, ma ha dato prova di essere davvero l’ultimo. Armani, Versace o Dolce & Gabbana, pur talentuosi, non hanno iniziato come praticanti dell’haute couture. Per Valentino la distinzione era netta: vedeva Dior, Balenciaga e Lagerfeld come veri sarti».

Ha girato il film tra il 2007 e il 2008. È così cambiato quel mondo?

«La moda di metà anni 2000 è morta con l’avvento dei social. Mentre giravo esisteva solo Facebook; la parola influencer non aveva l’accezione attuale, non parliamo di “content”. Oggi l’aggregazione sotto i grandi conglomerati è completa. Valentino era uomo di straordinaria creatività capace di farsi marchio globale con le proprie forze».

Ha descritto la relazione con Giammetti come un matrimonio tra un sognatore e uno scudo.

«Mi ha stupito quanto si completassero. Non esisterebbe il marchio senza Giammetti. Valentino non era tagliato per il business spietato della moda. Giammetti è un genio del marketing: sensibile, ma imbattibile».

Il suo documentario li ha svelati come coppia alla luce del sole.

«Quando scrissi per Vanity Fair, un giornale italiano titolò: “Valentino fa outing”. Sembra incredibile oggi, ma lui è nato nel 1932 e viveva secondo le vecchie regole del segreto aperto, e a Roma, capitale del cattolicesimo. Lavorare in un edificio di proprietà del Vaticano, Palazzo Mignanelli, come uomo gay insieme al compagno e socio, aveva un fascino unico. Giammetti capì che raccontare Valentino nella sua interezza era la chiave per modernizzare il partner».

Sembrava vivere in un esilio estetico: la Hollywood anni 40, i carlini... Una passione o un muro difensivo?

«Entrambe le cose. La sua era un’ossessione totale per la bellezza. Era un nostalgico, nella sua mente era scolpita l’immagine di un telefono bianco con accanto una donna dai capelli ondulati in vestaglia di seta e marabù. Aveva una passione per tutto ciò che è popolare, poteva passare da Liz Taylor all’Isola dei famosi. Vestì di rosso Simona Ventura».

Cosa le confidò a Venezia?

«Disse con eleganza: “Ci sono cose in questo film che preferirei non ci fossero, ma devo accettare il ritratto di me come lo vedete”. Poi, il nostro lungo abbraccio. Non tutto è stato semplice. La prima settimana di lavoro dicevo: “Se avessi fatto un film su Saint Laurent e Bergé avrei abbandonato già al primo giorno”. Oggi, ricordo quel calore italiano, l’atmosfera familiare. Il mondo di Valentino è la magia di un circo felliniano tenuta in vita per decenni».

“L’ultimo imperatore” culmina con i tre giorni di celebrazioni romane, dall’Ara Pacis al Tempio di Venere. Come pensa che vorrebbe essere ricordato?

«Sceglierebbe la parola “artista” più che la fama di sovrano. Anche se, segretamente, vorrebbe che la gente non dimenticasse mai che è stato un re».

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