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L’ultimo saluto a Valentino, l’abbraccio dei cinquemila nella camera ardente bianca

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Nuvole leggere di fiori e la scelta del colore non colore per la sala, lo stesso usato per la sua prima collezione. Le lacrime di Giammetti, il volto teso di Hoeksema e l’omaggio di stilisti, amici, muse e politici. “Con un pezzo di stoffa creava meraviglie”
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ROMA – Sala bianca, come nella sua prima collezione. Quel bianco che ha incantato in passerella a Firenze nel 1962, il bianco che l’ha consacrato a Roma nel 1968, e ora di nuovo il bianco, il colore-non colore che Valentino ha scelto per l’ultimo saluto.

Sono le 10 di mattina quando il feretro del couturier arriva in piazza Mignanelli, a Roma, nel palazzo che ospita la sua Fondazione. Le vetrine della sua boutique vestono il nero elegante del lutto e la frase-motto di Garavani: “I love beauty, it’s not my fault”. Il resto è bianco. Papaveri, anemoni, camelie, rose, dalie, delphinium, bouganville: un pergolato di fiori stabilizzati e di stoffa accarezza la bara di Valentino. Ranuncoli, ancora rose e violaciocche per i giardini poggiati in terra. E poi corone di fiori bianchi donate da Donatella Ver…

ROMA – Sala bianca, come nella sua prima collezione. Quel bianco che ha incantato in passerella a Firenze nel 1962, il bianco che l’ha consacrato a Roma nel 1968, e ora di nuovo il bianco, il colore-non colore che Valentino ha scelto per l’ultimo saluto.

Sono le 10 di mattina quando il feretro del couturier arriva in piazza Mignanelli, a Roma, nel palazzo che ospita la sua Fondazione. Le vetrine della sua boutique vestono il nero elegante del lutto e la frase-motto di Garavani: “I love beauty, it’s not my fault”. Il resto è bianco. Papaveri, anemoni, camelie, rose, dalie, delphinium, bouganville: un pergolato di fiori stabilizzati e di stoffa accarezza la bara di Valentino. Ranuncoli, ancora rose e violaciocche per i giardini poggiati in terra. E poi corone di fiori bianchi donate da Donatella Versace, dall’equipaggio del suo yatch, dal Teatro dell’Opera, dall’ospedale Gemelli. Anche il ritratto sorridente di Valentino è bianco e nero. E così le pareti, i pavimenti, i tappeti, le sedute dove si raccolgono in silenzio il compagno Bruce Hoeksema, «43 anni accanto, è la mia vita, sono devastato», dirà, i due figliocci Sean e Anthony Sax, il collaboratore eterno, socio, antico amore Giancarlo Giammetti, persino i suoi carlini. «Non m’interessa la collezione, i miei cani sono più importanti», diceva lo stilista. Aveva pensato a tutto Valentino Garavani. Alle musiche e ai fiori. Un saluto etereo sulle note di Mozart e Bach, di Schubert e Fauré.

«Mitologia pura, un padre fondatore, un essere magico», racconta Alessandro Michele, direttore creativo della maison. «Ci siamo conosciuti in eventi mondani, non mi arrogo diritti, però tocco le sue cose, a volte attraverso le stanze in cui ha disegnato ed è bellissimo». Creava, Valentino, quel «senso di comunità e di famiglia» di cui parla la stilista Maria Grazia Chiuri, per oltre quindici anni nella storica maison romana, fino a diventarne co-direttrice creativa dal 2007 al 2016.

Un artista di strada suona My way di Frank Sinatra e intanto da qui, dove tutto è iniziato, passa chi lo ha conosciuto, chi l’ha indossato, chi l’ha desiderato. «Abbiamo cominciato in questo palazzo, un nido dove siamo cresciuti, poi abbiamo spiccato il volo, ma tornavamo sempre», racconta Giammetti . «Valentino era un sognatore puntiglioso, voleva fare otto disegni in un’ora e voleva che tutti fossero come lui».

Valentino e la moda, Valentino e Roma. Dice il sindaco Roberto Gualtieri: «Ha incarnato questa città, ha preso la sua bellezza e l’ha trasformata in creazioni d’alta moda». Arriva il ministro della Cultura Alessandro Giuli: «È stato un artista, resta nella storia dello stile, della creatività, dell’eccellenza italiana». In blu luccicante c’è la ministra Daniela Santanché: «Abbiamo perso un grande italiano». E poi Georgina Brandolini D’Adda, musa e collaboratrice, Micaela Calabresi Marconi, imprenditrice e grande amica di “Vavà”, la contessa Marisela Federici, l’assessore romano Alessandro Onorato, l’étoile Eleonora Abbagnato, la showgirl Valeria Marini.

«Rigore, perfezione, educazione, rispetto. Questo era Valentino che arrivava per il tocco finale, magari un fiocco, e tutto doveva essere impeccabile», ricorda la mannequin Veronica Pecoraro. Anche Fernanda Marabitti, ricamatrice, ha avuto «l’onore e la fortuna» di lavorarci assieme: «Io ero nulla, lui tutto ma al primo incontro venne ad accogliermi, elegante e umile». Per 14 anni, e per il look di Jackie Kennedy, gli fu accanto l’acconciatrice Alba Armillei: «Un altro Valentino non ci sarà più: con un pezzo di stoffa creava meraviglia».

Ma tra i cinquemila in fila al primo giorno di camera ardente ci sono soprattutto persone qualunque. I libri delle condoglianze si riempiono di firme dal Giappone, dalla Francia, dagli Stati Uniti, dal Messico.

Roma scrive la sua gratitudine: «Ha avuto rispetto per il corpo delle donne», «ha cambiato lo sguardo nella moda», «i suoi abiti emozioni di una vita», «genio», «maestro», «icona». Arrivano altri fiori, lettere, biglietti, uno recita: «Hai vestito i nostri sogni di grazia e di luce». Una luce bianca.

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