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Crans, Moretti scarcerato. “Non c’è più pericolo di fuga”. L’ira dei parenti delle vittime

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Il tribunale accetta duecentomila euro di cauzione e lo libera dopo due settimane. Via il passaporto. “Ogni imputato è presunto innocente”. Subito polemica
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Crans-Montana – Sta per fare buio quando l’auto grigia con due persone a bordo parcheggia davanti alla villa dei Moretti. Difficile riconoscere il passeggero perché nel frattempo l’uomo al volante scende e filma con il cellulare chi fa domande: «Via, è proprietà privata». Pochi minuti dopo arriva la polizia. Gli agenti avvertono i cronisti: sul marciapiede potete stare, lì davanti no.

La Porsche e il Mercedes in leasing dei proprietari del Constellation sono davanti a casa. Jacques Moretti, 49 anni, è un uomo libero. Era in carcere dal 9 gennaio, indagato con la moglie Jessica Maric per la strage nel bar: 40 morti e 116 feriti a Capodanno. Le accuse: omicidio, lesioni e incendio colposi. «In carcere non mangio e non dormo, sono stanco», aveva detto lui durante l’interrogatorio fiume di martedì. Il pericolo di fuga per il “Corso” c’è ancora ma per il tribunale bastano «misure ordinarie» per scongiurarlo. La prima: una cauzione di 200 mila franchi (215 mila euro) che un «caro amico» ha …

Crans-Montana – Sta per fare buio quando l’auto grigia con due persone a bordo parcheggia davanti alla villa dei Moretti. Difficile riconoscere il passeggero perché nel frattempo l’uomo al volante scende e filma con il cellulare chi fa domande: «Via, è proprietà privata». Pochi minuti dopo arriva la polizia. Gli agenti avvertono i cronisti: sul marciapiede potete stare, lì davanti no.

La Porsche e il Mercedes in leasing dei proprietari del Constellation sono davanti a casa. Jacques Moretti, 49 anni, è un uomo libero. Era in carcere dal 9 gennaio, indagato con la moglie Jessica Maric per la strage nel bar: 40 morti e 116 feriti a Capodanno. Le accuse: omicidio, lesioni e incendio colposi. «In carcere non mangio e non dormo, sono stanco», aveva detto lui durante l’interrogatorio fiume di martedì. Il pericolo di fuga per il “Corso” c’è ancora ma per il tribunale bastano «misure ordinarie» per scongiurarlo. La prima: una cauzione di 200 mila franchi (215 mila euro) che un «caro amico» ha pagato. L’importo era stato proposto dalla procura e per i giudici «è adeguato e dissuasivo». Inoltre non può lasciare la Svizzera, deve consegnare i documenti e firmare ogni giorno in commissariato.

All’inizio il carcere era previsto per tre mesi. Ma i giudici hanno «rivalutato» il pericolo che Jacques, cittadino francese con radici in Corsica, possa scappare. Hanno eseguito «un esame dell’origine dei fondi e del rapporto tra l’imputato e la persona che ha pagato». E ora scrivono che ogni è imputato è presunto innocente, un «principio fondamentale» è che rimanga «libero fino al processo», il carcere preventivo serve solo in «circostanze eccezionali». Questa non lo è: bastano misure alternative. «Jessica e Jacques continueranno a rispondere insieme a ogni richiesta delle autorità. I loro pensieri restano costantemente rivolti alle vittime di questa tragedia», dichiarano i legali della coppia, Yaël Hayat, Nicola Meier e Patrick Michod.

Chi è il salvatore di Jacques? Il pool di legali spera resti anonimo. Durante i suoi interrogatori, l’imprenditore sommerso dai debiti ha detto di avere «tre amici molto stretti» in Svizzera: Charles-André Emery, Gilbert Ganzierro e soprattutto l’influente Charles-André Bagnoud, «che è notaio». Il suo studio è in un palazzo davanti al Constellation. Se si prova a cercarlo, gli impiegati chiudono la porta in faccia.

Per i familiari delle vittime la decisione è una ferita e un pericolo per le indagini. Pioggia di critiche da molti avvocati. La scarcerazione «ci lascia interdetti. Non è possibile che vada così», dice Alessandro Vaccaro, legale della famiglia di Emanuele Galeppini. «Uno scandalo e una vergogna», tuona Jean-Luc Addor. «Non è stata preso in considerazione il rischio di collusione e la scomparsa delle prove», attacca Romain Jordan. «Siamo sconcertati, è una vergogna per i nostri figli che non ci sono più e per i ragazzi feriti che stanno combattendo tra la vita e la morte», si arrabbia la madre di Riccardo Minghetti parlando con il Tg1. «Continuano a non avere rispetto della vita delle persone che non ci sono più», dice Massimo, il padre del 16enne romano. Proprio ieri i genitori avevano incontrato il presidente della Confederazione svizzera Guy Parmelin. «Era toccato da quanto successo, ha promesso di impegnarsi, però poche ore dopo è arrivata la notizia...». «Hanno spostato il monumento per commemorare i ragazzi dal centro del paese e lo hanno messo in un posto molto meno visibile. Ma qui il punto è la giustizia che sta mancando e questo fa indignare», dicono. Carla Masiello, mamma di Giovanni Tamburi, per voce dell’avvocato Francesco Marenghi «si attende il medesimo rigoroso rispetto delle regole anche in relazione ai tempi di accertamento delle responsabilità degli indagati e soprattutto in ordine all’individuazione di tutti i responsabili».

Sono 150 le parti civili, seguite da 50 legali. Bersagliata dalle critiche, la procuratrice Béatrice Pilloud firma un comunicato per fissare alcuni punti. La procura potrebbe «estendere» l’indagine ad altre persone: da tempo il Comune è nel mirino. Si rafforza il pool che lavora all’inchiesta. E si rigetta ogni richiesta di affidare il caso a un procuratore esterno. Sia per la fiducia nell’operato della squadra, sia perché «tutti i reati che coinvolgono imputati impiegati dall’amministrazione o da funzionari eletti rientrano nella giurisdizione di questo ufficio». Un altro indizio di come l’indagine andrà avanti.

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