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Paola e Claudio Regeni: “Dieci anni senza Giulio, ma siamo rimasti umani e lui fa ancora cose”

Claudio e Paola Regeni con la foto di un murale raffigurante il volto di Giulio Regeni con un gatto stilizzato durante la conferenza stampa a Palazzo Madama il 4 aprile 2017. Di Massimo Percossi (ansa)

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I genitori del ricercatore ucciso in Egitto continuano la loro battaglia in nome del figlio: “Basta omertà, ridiamogli la dignità che merita”
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Se su un motore di ricerca si digitano i nomi di Paola e Claudio Regeni, la prima parola che l’algoritmo suggerisce è “coraggio”. A leggere di loro, nella rassegna stampa di questi dieci anni, tornano sempre concetti come forza, determinazione, resilienza. Tutto vero. Ma c’è una parola che forse descrive meglio di tutte questi genitori di Fiumicello, una insegnante e un impiegato tecnico oggi in pensione, genitori di due figli, Giulio e Irene, che hanno messo intelligenza, studio, consapevolezza e la capacità di guardare il mondo senza paura delle differenze in cima alla loro agenda: cittadini. Paola e Claudio Regeni sono prima di tutto due cittadini. E non hanno mai smesso di esserlo. Continuano oggi, come ogni giorno in questi dieci anni, a tenere insieme il dolore privato e una responsabilità pubblica che non hanno scelto, ma che non hanno mai abbandonato. Ogni giorno ricordano a tutti che la giustizia è un diritto. E anche un dovere. E che la verità, se non viene cercata, può esse…

Se su un motore di ricerca si digitano i nomi di Paola e Claudio Regeni, la prima parola che l’algoritmo suggerisce è “coraggio”. A leggere di loro, nella rassegna stampa di questi dieci anni, tornano sempre concetti come forza, determinazione, resilienza. Tutto vero. Ma c’è una parola che forse descrive meglio di tutte questi genitori di Fiumicello, una insegnante e un impiegato tecnico oggi in pensione, genitori di due figli, Giulio e Irene, che hanno messo intelligenza, studio, consapevolezza e la capacità di guardare il mondo senza paura delle differenze in cima alla loro agenda: cittadini. Paola e Claudio Regeni sono prima di tutto due cittadini. E non hanno mai smesso di esserlo. Continuano oggi, come ogni giorno in questi dieci anni, a tenere insieme il dolore privato e una responsabilità pubblica che non hanno scelto, ma che non hanno mai abbandonato. Ogni giorno ricordano a tutti che la giustizia è un diritto. E anche un dovere. E che la verità, se non viene cercata, può essere cancellata.

Signori Regeni, come ci siete riusciti?

«Ci è sempre venuto spontaneo, non ne abbiamo mai vacillato. Nonostante il male che abbiamo conosciuto, vogliamo, dobbiamo restare umani. Essere cittadini è un’assunzione di responsabilità».

Che giornata sarà quella di oggi? Cosa sono stati questi dieci anni?

«Giulio ci manca, da inimmaginabili e lunghi dieci anni. Ma ci sono tantissime persone che lo ricordano con affetto insieme a noi. Persone che ricordano non solo il male che gli è stato fatto, ma tutto il “bene” che rappresenta e che ha saputo costruire intorno a sé. Come diciamo spesso, Giulio fa cose. Anzi, continua da dieci anni a fare cose».

Cosa? C’è qualcosa che avete scoperto di vostro figlio che prima non conoscevate?

«Giulio era una persona di basso profilo, che non amava concentrarsi sull’apparenza esteriore ma sulla concretezza delle cose. Dei suoi ultimi mesi abbiamo pochissime fotografie, se non quelle agli atti del processo. Abbiamo scoperto soltanto in seguito, attraverso le testimonianze e i racconti dei suoi amici, che ha aiutato e motivato, a livello personale e nello studio, molti suoi conoscenti e colleghi».

Avete spesso detto che la ricerca della verità è diventata una responsabilità pubblica. C’è stato un momento in cui avete capito che questa battaglia non riguardava più solo Giulio?

«Superato un primo momento di stordimento, nel trovarci in una situazione inimmaginabile, ci è subito apparso con chiarezza che la violazione dei diritti umani subita da Giulio riguardava e riguarda tutti i cittadini. La tortura è un crimine contro l’umanità intera».

In questi dieci anni avete incontrato istituzioni, governi, magistrature. Qual è stata la ferita più profonda inferta dallo Stato italiano? E c’è stato, al contrario, qualcosa che vi ha fatto sentire sostenuti?

«Senza dubbio una prima e grossa ferita è stata, nell’agosto 2017, il rinvio dell’ambasciatore italiano al Cairo. Abbiamo vissuto un senso di abbandono, quasi di tradimento, da parte dello Stato, che ha portato alla normalizzazione delle relazioni tra Italia ed Egitto, mettendo in secondo piano la nostra richiesta di verità e giustizia. Più che da un singolo gesto, ci siamo sentiti sostenuti da un insieme di persone: in particolare dal costante sostegno della nostra legale, Alessandra Ballerini, dalla Procura e dagli investigatori che hanno svolto un ruolo fondamentale per arrivare al processo. E, naturalmente, dall’opinione pubblica, che è diventata in larga parte Popolo giallo».

Il processo che si è aperto in Italia ha rappresentato una svolta importante. Che cosa vi aspettate oggi dalla giustizia?

«Non è stato semplice arrivare al processo, molti dubitavano che ci saremmo mai arrivati. Per noi il processo non è soltanto simbolico: crediamo che la giustizia debba fare il suo corso, con la conferma dei valori della nostra società civile e democratica».

In Egitto la verità resta negata. Come si convive con un muro che sembra non incrinarsi mai?

«Rispondiamo con il motto del flash mob che verrà realizzato il 25 gennaio: “L’onda d’urto abbatte i muri di omertà”. Speriamo che quest’onda arrivi anche in Egitto, dove ancora troppe persone vengono torturate e uccise come Giulio, nell’assoluta impunità».

Se Giulio fosse qui oggi, che cosa direbbe dell’Italia, dell’università, della ricerca?

«Direbbe che tutto sembra peggiorare anziché migliorare, in particolare per i giovani italiani, che il nostro Paese sembra sottostimare e respingere».

Avete mai pensato a cosa accadrà quando ci sarà finalmente una parola finale di giustizia?

«Purtroppo Giulio non ci verrà mai restituito. Ma la giustizia, la conquista del diritto alla verità, ridarà a Giulio la dignità che merita. La dignità che la tremenda violazione dei diritti umani subita avrebbe potuto togliergli per sempre».

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