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Le botteghe stanno scomparendo: negli ultimi 14 anni in Italia sono spariti 103mila negozi

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I piccoli punti vendita sono in via di estinzione: lo dice un’indagine di Confesercenti. In 425 comuni italiani, abitati da 170mila persone, non esistono più esercizi di generi alimentari
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I piccoli negozi stanno scomparendo. Non una novità, certo. Ma il disegno perfetto di una mancata rigenerazione urbana che rischia di incrementare la desertificazione soprattutto dei piccoli centri. Alimentari, negozi di giocattoli, ferramenta. Confesercenti fa il conto: tra il 2011 e il 2025 a scomparire sono stati 103mila negozi. Le botteghe arretrano, ma si allargano le dimensioni medie dei punti vendita rimasti (un balzo in avanti del 23,8 per cento, per essere esatti). Una trasformazione che pesa soprattutto per l’imprenditoria indipendente: diminuiscono i piccoli negozi di oltre 72 mila unità e, allo stesso tempo, si aumentano le superfici dei negozi medi. E tengono la posizione i grandi esercizi.

Secondo uno studio di Unioncamere - supportato dai dati elaborati dal Centro studi Tagliacarne - 425 comuni italiani, dove in totale vivono 170mila persone, non hanno alcun negozio di generi alimentari sul proprio territorio. Soltanto il 44 per cento della popolazione italiana può acce…

I piccoli negozi stanno scomparendo. Non una novità, certo. Ma il disegno perfetto di una mancata rigenerazione urbana che rischia di incrementare la desertificazione soprattutto dei piccoli centri. Alimentari, negozi di giocattoli, ferramenta. Confesercenti fa il conto: tra il 2011 e il 2025 a scomparire sono stati 103mila negozi. Le botteghe arretrano, ma si allargano le dimensioni medie dei punti vendita rimasti (un balzo in avanti del 23,8 per cento, per essere esatti). Una trasformazione che pesa soprattutto per l’imprenditoria indipendente: diminuiscono i piccoli negozi di oltre 72 mila unità e, allo stesso tempo, si aumentano le superfici dei negozi medi. E tengono la posizione i grandi esercizi.

Secondo uno studio di Unioncamere - supportato dai dati elaborati dal Centro studi Tagliacarne - 425 comuni italiani, dove in totale vivono 170mila persone, non hanno alcun negozio di generi alimentari sul proprio territorio. Soltanto il 44 per cento della popolazione italiana può accedere a un panificio entro 15 minuti; il 35 per cento una pescheria; il 60 per cento a un fruttivendolo.

Ma i problemi, si sa, portano sempre a nuove soluzioni. Nel comune di Postalesio, per esempio, paese di montagna in provincia di Sondrio, la chiusura degli alimentari ha creato agitazione soprattutto alle persone non autosufficienti. Destino comune di tutti i centri di montagna in via di spopolamento, dalle Alpi agli Appennini, composti da pochi bambini, molti anziani e giovani costretti a lavorare in città. Nel caso di Postalesio, chi può fa la spesa a Sondrio o addirittura a Milano nelle molteplici catene di ipermercati. Chi invece non può guidare, è tagliato fuori. Impossibilitato, ormai, anche solo a comprare una porzione di pane per la giornata. E così l’unica assessora del Comune - con deleghe a Politiche sociali, Turismo, Cultura e Sport - ha deciso di creare un nuovo servizio: un bus navetta per portare altrove chi ne ha bisogno. Migrare per consumare. È l’invenzione de pendolari dell’ipermercato.

I dati mostrati da Confesercenti dipingono un quadro chiaro: i servizi, in alcuni territori, sono ormai beni di lusso. Tra il 2011 e il 2025, regioni come Emilia-Romagna e Abruzzo hanno ridotto i punti vendita (-14,4 e -14,5 per cento), preferendo una crescita marcata delle superfici commerciali complessive (+14,6 e +13,2 per cento). Situazione analoga anche nel Lazio e in Campania. All’opposto, in Sardegna la superficie è rimasta ferma o in alcuni casi è arretrata (+0,8 per cento di superficie con -19,5% esercizi), così come in Puglia (-2,2 per cento di superficie), Basilicata (-1,3) e Valle D'Aosta (-1,2).

«Questi numeri ci dicono che il commercio fisico non sta semplicemente “diminuendo”, si sta “riorganizzando” - commenta Nico Gronchi, presidente Confesercenti - “La riorganizzazione però ha un costo e le vittime sono i piccoli esercizi indipendenti, quelli che per dimensione garantivano specializzazioni – giocattoli, ferramenta, alimentare di vicinato – e che costituiscono un punto di riferimento per la comunità. Per questo servono politiche che tengano insieme due obiettivi: fermare la desertificazione e accompagnare la crescita e l’evoluzione di chi può investire e innovare. La rigenerazione urbana è il punto di incontro».

Certamente, a pesare sono anche le politiche pubbliche incapaci di invertire la rotta dello spopolamento e del declino. Nel Piano Strategico Nazionale Aree Interne (PSNAI) 2021-2027 elaborato dal governo Meloni, per esempio, si legge che le aree più distanti dai servizi essenziali «hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento». Solo qualche giorno dopo, l’esecutivo ha annunciato i tagli delle risorse destinate alle province per la rete stradale e, quindi, alla sopravvivenza dei piccoli centri urbani italiani.

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