Sferruzza che ti passa: “L’uncinetto al cinemacontro stress e ansia”
di Claudia de LilloA Brescia il cielo è plumbeo e il freddo punge. La città è immobile e pigra, come si addice a una domenica pomeriggio invernale in cui il letargo pare l’unica opzione razionale.
E invece una piccola folla converge verso un unico luogo. Le persone — soprattutto donne — entrano alla spicciolata, lo sguardo carbonaro e il sorriso timido di chi riconosce i propri simili. Indossano accessori preziosi, cardigan traforati, sciarpe frou frou, dettagli inconfondibili, pezzi unici, figli di una comune passione: il crochet o l’uncinetto che dir si voglia.
Perché oggi, al cinema Moretto di Brescia, una comunità di adepte alla medesima pratica si incontra per unire un’attività manuale antica e la visione di un film. L’iniziativa, nata in Olanda per creare ambienti accoglienti per persone con disturbi dell’attenzione, qui ha trovato terreno fertilissimo.
In programma c’è Sentimental Value di Joachim Trier, una storia di famiglia, di padri, di figlie, di conflitti e di arte, capace anch’essa di t…
A Brescia il cielo è plumbeo e il freddo punge. La città è immobile e pigra, come si addice a una domenica pomeriggio invernale in cui il letargo pare l’unica opzione razionale.
E invece una piccola folla converge verso un unico luogo. Le persone — soprattutto donne — entrano alla spicciolata, lo sguardo carbonaro e il sorriso timido di chi riconosce i propri simili. Indossano accessori preziosi, cardigan traforati, sciarpe frou frou, dettagli inconfondibili, pezzi unici, figli di una comune passione: il crochet o l’uncinetto che dir si voglia.
Perché oggi, al cinema Moretto di Brescia, una comunità di adepte alla medesima pratica si incontra per unire un’attività manuale antica e la visione di un film. L’iniziativa, nata in Olanda per creare ambienti accoglienti per persone con disturbi dell’attenzione, qui ha trovato terreno fertilissimo.
In programma c’è Sentimental Value di Joachim Trier, una storia di famiglia, di padri, di figlie, di conflitti e di arte, capace anch’essa di tessere fili potenti e curativi.
«Al cinema, con l’uncinetto in mano, siamo tutte sorelle anche se non ci conosciamo: i nostri fili si uniscono e diventiamo amiche. Perché questo è un linguaggio universale che abbatte ogni barriera, compresa quella anagrafica: qui siamo tutte uguali». Francesca Panada, conosciuta come “Frainodi” (@frainodi.crochet) dalle sue follower che chiama “nodine”, è l’artefice di questa piccola follia collettiva, miracolo del tempo lento e della prossimità. L’iniziativa aveva avuto un cauto ma dirompente esordio lo scorso dicembre per venticinque persone, e ora è stata promossa ad appuntamento mensile in una sala da novanta posti, esauriti in brevissimo tempo.
Il crochet è una magia insondabile per i non iniziati ma una pratica salvifica e feconda per chi è in grado di coglierne e metterne in atto la potenza creativa.
Francesca Panada, in arte “Frainodi” è l’artefice di questa iniziativa con molti follower sui social.
Nel foyer si assiepa una folla festosa. Ci sono Francesca e Alessandra, gemelle ventottenni di Gardone Riviera. C’è Marina, accompagnata dal marito con cui la sera condivide divano e tv ma non l’uncinetto, imparato dalle suore da bambina e divenuto, con il tempo «una cura mentale capace di placarmi quando mi sveglio la notte agitata». Rossana è arrivata da Torino con il compagno e una delle sue tante borse manufatte: «Non so nemmeno che film diano. Sono qui perché amo il cinema e l’uncinetto e mi piace l’idea di metterli insieme».
Andrea non è un accompagnatore ma è l’unico rappresentante maschile tra le nodine: sfoggia uno splendido cardigan autoprodotto; si è avvicinato al crochet per caso, imparando su YouTube. Fa il contabile e, in ufficio, ha fondato un gruppo di colleghi a cui insegna la sua arte «che infonde calma e alimenta la creatività». Oggi, davanti allo schermo, farà una cuffietta per i rigori dell’inverno bresciano.
La sala apre, ogni poltrona dispone di un tavolino e di un abat-jour, le nodine si accomodano ed estraggono, da vezzosi sacchetti i loro work in progress. «Cosa stai facendo?» Un cardigan, una sciarpa, un pupazzo. «Ma dai, anch’io, guarda». Il film inizia, gli sguardi si sollevano, cala il silenzio, l’attività prosegue febbrile.
Il britannico Tom Daley, medaglia d’oro nei tuffi sincronizzati, è stato ripreso mentre faceva la maglia sugli spalti delle olimpiadi di Tokyo 2021
«Quei movimenti continui favoriscono la concentrazione, rallentano il ritmo corporeo, rilassano e placano stress e ansia. E poi consentono, stando comodamente seduta, di creare qualcosa, spesso destinato a qualcun altro», spiega Panada, animatrice e star di questo pubblico eterogeneo.
Bresciana, due figlie grandi («gasatissime per il mio successo»), un compagno, una laurea in Giurisprudenza, un impiego da responsabile amministrativa in un’agenzia di comunicazione, ha creato, intorno all’uncinetto e a un portentoso carisma di divulgatrice, una comunità di 39.000 follower su Instagram, 53.000 su TikTok e 31.000 iscritti al canale YouTube, dove insegna la tecnica, vende i suoi prodotti e promuove iniziative corsare come quella cinematografica.
A volte la vita ci massacra ma può capitare che, proprio lì, in fondo al pozzo, troviamo inaspettate chiavi per salvarci. La storia di Francesca comincia nel 2021, quando il padre si ammala di tumore al polmone. Ospedale, terapie, accudimento, lo sfinimento dell’attesa: «Avevo bisogno di qualcosa che allontanasse il pensiero da quello che stava accadendo». Ha una buona manualità, guarda qualche tutorial, sperimenta e la sua creatività si scatena. Parallelamente, il suo uncinetto fa capolino sui social, prima in sordina e poi, anche grazie ai consigli e all’incoraggiamento dei colleghi di lavoro, diventa virale.
Lei è l’amica che risolve problemi, la vicina di casa con cui bere il caffè, la maestra che dà i consigli giusti, la dimostrazione che si nasce, si rinasce e, a un certo punto, si può trovare un bellissimo posto nel mondo. «Questa avventura nasce dal desiderio di dare un volto e una voce alle persone che mi scrivono, chiedono consigli ed esprimono gratitudine», racconta Francesca che punta «a portare tanta gente a Brescia e magari a replicare in altre città. Se gli uomini si organizzano nelle trasferte di calcio con i pullman, perché non possiamo farlo anche noi?»
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