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Niscemi, il geologo: “Dissesto eccezionale, ora va evitato che arrivi acqua sul fronte di frana”

Il geologo Casagli, a sinistra, con il capo della Protezione civile Ciciliano 

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Parla Nicola Casagli che lavora con la protezione civile: “Non si può dire quando si attiverà di nuovo. Possiamo ritardare ma non impedire un nuovo episodio”
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Il professor Nicola Casagli, geologo dell’Università di Firenze, è uno dei massimi esperti di frane in Italia. Nei primi anni Novanta, quando era ricercatore, si è occupato della frana di San Benedetto Val di Sambro in Emilia-Romagna, ha visto poi decine di situazioni di dissesto, in Italia e all’estero. Dopo il lavoro sull’emergenza del vulcano di Stromboli, nel 2005, il suo gruppo di ricerca è diventato un centro di competenza della Protezione Civile Nazionale ed è stato impegnato in oltre 120 disastri in Italia: frane, alluvioni, colate detritiche, eruzioni vulcaniche, valanghe, sprofondamenti del terreno. E’ stato impegnato anche dopo il naufragio della Costa Concordia, per studiare i movimenti della nave naufragata di fronte all’isola del Giglio. Casagli ha osservato dall’elicottero, insieme al capo della protezione civile Fabio Cicigliano, quello che sta succedendo a Niscemi. “Un dissesto di dimensioni eccezionali, una frana di questo tipo così non l’ho mai vista”.

Come si è for…

Il professor Nicola Casagli, geologo dell’Università di Firenze, è uno dei massimi esperti di frane in Italia. Nei primi anni Novanta, quando era ricercatore, si è occupato della frana di San Benedetto Val di Sambro in Emilia-Romagna, ha visto poi decine di situazioni di dissesto, in Italia e all’estero. Dopo il lavoro sull’emergenza del vulcano di Stromboli, nel 2005, il suo gruppo di ricerca è diventato un centro di competenza della Protezione Civile Nazionale ed è stato impegnato in oltre 120 disastri in Italia: frane, alluvioni, colate detritiche, eruzioni vulcaniche, valanghe, sprofondamenti del terreno. E’ stato impegnato anche dopo il naufragio della Costa Concordia, per studiare i movimenti della nave naufragata di fronte all’isola del Giglio. Casagli ha osservato dall’elicottero, insieme al capo della protezione civile Fabio Cicigliano, quello che sta succedendo a Niscemi. “Un dissesto di dimensioni eccezionali, una frana di questo tipo così non l’ho mai vista”.

Come si è formata la frana di Niscemi?

“Si tratta della riattivazione di un sistema di frane preesistenti, di cui si trova documentazione storica da fine ‘700. L’ultima riattivazione prima di quella attuate risale al 12 ottobre 1997, con danni ingenti al quartiere di Sante Croci”.

Che differenza c’è tra l’episodio attuale e quello di allora?

“Quest’ultima riattivazione include le precedenti ma si estende significativamente verso Nord e verso Sud arrivando a interessare un enorme fronte di ben 4,7 km, mobilizzando molte decine di milioni di metri cubi di materiale”.

Come si formano eventi di questo tipo?

“Frane del genere nascono da condizioni geologiche sfavorevoli, date dalla sovrapposizione di sabbie poco cementate, sulle quali è ubicato il centro abitato, che giacciono sopra argille. Le acque piovane che si infiltrano nelle sabbie, permeabili, raggiungono le argille, impermeabili, e fanno diminuire la loro resistenza meccanica, soprattutto la resistenza alle deformazioni di taglio che sono quelle che generano le frane. Poi ci sono altri fattori predisponenti, quali l’erosione dei torrenti, le dispersioni idriche urbane, la degradazione delle rocce e dei terreni a causa degli agenti atmosferici”.

Quindi il fattore scatenante sono le piogge?

“Sì, non tanto quelle brevi e intense come negli eventi che negli ultimi anni hanno colpito il territorio nazionale, bensì quelle prolungate nel tempo, che causano la progressiva saturazione delle argille del substrato”.

Aveva mai visto una cosa del genere?

“Non in Italia. In Cina e in Inghilterra avevo visto frane di questo tipo e di queste dimensioni. Si chiamano scivolamento composto, perché la massa di terreno scivola, scorre, su una superficie di rottura che è composta da un tratto subverticale nella parte alta dove ci sono le sabbie, che poi ruota per raccordarsi a un lungo tratto planare a bassissima inclinazione corrispondente al livello di massima debolezza nelle argille. Frane di scivolamento composto sono molto comuni in Italia e in tutto il mondo. Ne ho viste a centinaia, ma mai così grandi”.

C’era qualche modo di prevedere quanto successo a Niscemi?

“Frane di questo tipo si riattivano periodicamente. In questo caso è successo dopo quasi 30 anni. Non si può dire quando sarà la prossima riattivazione. Certamente non potrà essere impedita, ma ritardata sì, con buone pratiche di gestione del territorio, regimazione delle acque, soluzioni basate sulla natura”.

E per prevenire i danni?

“La soluzione ideale sarebbe quella di non costruire niente sui bordi del pianoro sabbioso su cui è ubicato il paese. Visto che solo sui bordi si concentrano i pericoli. Però ci abbiamo già costruito, negli anni in cui la pianificazione urbanistica o non esisteva o, se esisteva, non teneva assolutamente in conto gli aspetti di sicurezza geologica. Questo in Sicilia, come nel resto d’Italia, nell’Europa meridionale, in America Latina e nel Sud-Est Asiatico".

Le cose possono peggiorare, con che tempi?

"Se non si faranno interventi di regimazione delle acque e riprofilatura del corpo di frana potremmo avere nuovi episodi di riattivazione. Con interventi mirati di regimazione delle acque guidati da un attento monitoraggio si potrà invece riportare la frana a una condizione di quiescenza, anche con tempi dell’ordine di alcuni mesi. Non è possibile stabilizzare definitivamente una frana del genere con opere strutturali di ingegneria”.

Come va monitorata ora la frana?

“A Niscemi bisogna controllare i movimenti con tutte le tecnologie possibili. Soprattutto con rilevamento remoto (satelliti e droni) in questa prima fase in cui la frana si muove troppo per consentire l’installazione di strumenti in situ. Vanno fatti modelli digitali del terreno per consentire le simulazioni, ci vuole uno studio geologico e geotecnico completo per ottenere un modello del meccanismo di rottura e propagazione della frana. E soprattutto va evitato l’afflusso di acqua di qualsiasi tipo sul corpo di frana e, soprattutto, sulla scarpata".

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