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Sulla costa spazzata dal ciclone Harry: “Aiutati solo dagli angeli della sabbia”

(ansa)

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Viaggio nei lidi orientali della Sicilia travolti dalle onde tra strade, ferrovie e stabilimenti da ricostruire
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CATANIA – “Le ragioni della speranza sono i ragazzi”, dice Daniela Mercurio mentre cammina sul cratere di quello che una volta era il lungomare di Furci siculo. È vicesindaca da sette anni, vive qui da sempre, non ha mai visto nulla del genere: il mare arrivare fino ai piani alti delle case e abbattersi come un muro d’acqua entrando nelle strade, nelle cantine, nei garage. Abbattendo chioschi, gazebo, ristoranti interi. A pochi chilometri da qui – siamo sulla riviera jonica tra Catania e Messina – Emanuele Savoca, consigliere comunale di Letojanni, li ha definiti “gli angeli della sabbia”.

È successo questo, dieci giorni fa: che le onde sono arrivate ovunque travolgendo tutto. Distruggendo muretti, banchine, statue. E che immediatamente, nelle ore successive, per strada con le pale al fianco della protezione civile sono scesi i ragazzi. «Avevano anche quindici, dodici, undici anni – racconta Mercurio, braccio destro del sindaco leghista Matteo Francilia – si sono organizzati in chat, …

CATANIA – “Le ragioni della speranza sono i ragazzi”, dice Daniela Mercurio mentre cammina sul cratere di quello che una volta era il lungomare di Furci siculo. È vicesindaca da sette anni, vive qui da sempre, non ha mai visto nulla del genere: il mare arrivare fino ai piani alti delle case e abbattersi come un muro d’acqua entrando nelle strade, nelle cantine, nei garage. Abbattendo chioschi, gazebo, ristoranti interi. A pochi chilometri da qui – siamo sulla riviera jonica tra Catania e Messina – Emanuele Savoca, consigliere comunale di Letojanni, li ha definiti “gli angeli della sabbia”.

È successo questo, dieci giorni fa: che le onde sono arrivate ovunque travolgendo tutto. Distruggendo muretti, banchine, statue. E che immediatamente, nelle ore successive, per strada con le pale al fianco della protezione civile sono scesi i ragazzi. «Avevano anche quindici, dodici, undici anni – racconta Mercurio, braccio destro del sindaco leghista Matteo Francilia – si sono organizzati in chat, rispondevano alle chiamate di donne e uomini in difficoltà, senza di loro non ce l’avremmo fatta a portare via i detriti, a svuotare le cantine, a ripulire quel che resta delle strade».

Ci sono dieci paesi ai piedi di Taormina che sono stati travolti dal mare come mai, a memoria d’uomo, era successo. Sono state registrate onde di sedici metri, qui le hanno viste raggiungere gli otto. Il primo danno è alle tubature, a quelle delle foghe e a quelle del gas. La prima emergenza cui i sindaci di Giardini Naxos, Letojanni, Sant’Alessio, Santa Teresa di Riva, Furci siculo, Rocca Lumera, Nizza di Sicilia, Alì Terme, Itala, Scaletta Zanclea hanno dovuto far fronte è stato il ripristino dei servizi essenziali. Per quanto possibile. Perché interi tratti di strada, le vie marine così importanti per le comunità del Sud, sono stati sventrati. Divorati dal mare che è entrato sotto e ha fatto saltare pezzi di pietra e d’asfalto come in un bombardamento. E perché non c’è più la ferrovia: un binario è rimasto nel vuoto. Fino a data da destinarsi, si viaggia tra Messina e Catania sugli autobus sostitutivi.

Giacomo D’Arrigo, per anni amministratore pd a Nizza, esperto di programmazione europea e Pnrr, racconta che sì, in passato si erano viste mareggiate fare molti danni, ma mai così tanti e su un fronte così largo, investendo tutta la costa con la stessa violenza. A Giardini Naxos, una piazzetta è venuta giù lasciando in piedi solo la Nike d’acciaio che guarda il mare. Al porto le onde hanno sventrato la banchina. Mentre li costeggiamo, gli operai sono al lavoro per ripulire dai detriti i ristoranti del lungomare. Irriconoscibili. A Mazzeo - la spiaggia di Taormina - del famoso Copacabana restano un palo, il tetto e una parete. Di nove attività turistiche, nove sono andate distrutte. Appena accanto, Alessandro Costa – il sindaco di Letojanni – mostra i tubi della condotta fognaria lesionati. La cosa più urgente da fare è interrompere lo sversamento a mare. Arriviamo davanti al ristorante Da Nino. Talmente famoso che durante il G7 del 2016, l’allora premier canadese Justin Trudeau e il giapponese Shinzo Abe arrivarono una sera prima pur di andarci a cena. L’interno è lesionato, il dehors non esiste più.

«A Letojanni ci sono almeno 30 milioni di euro di danni», dice Costa. A Furci siculo, 20 milioni. A Santa Teresa a Riva è ancora peggio. È un paese più grande, ha una costa più lunga, lì tutta la marina è venuta giù e la paura, ora, è quel che può succedere. È come se il mare si fosse mangiato in tre giorni tutte le protezioni esistenti. Se ci fossero altre mareggiate, anche meno violente, neanche le case si potrebbero salvare.

Davanti a un evento così dirompente, è difficile – anche per gli amministratori – capire come agire. Dove le vie marine erano state ricostruite, dove le barriere frangiflutto erano state posizionate, c’è stato un minimo di protezione in più. Ma il punto è che le spiagge sono più corte, perché la costa si consuma in tutt’Italia e quel che un tempo sembrava protetto è ora esposto. E in pericolo.

Dice Peppe Provenzano, del Pd, tra i primi parlamentari ad arrivare, che scaricare le colpe sui sindaci – come ha fatto il ministro Musumeci – non ha alcun senso. «Ma chi è lui? Un passante? Un sociologo? È stato presidente della Regione per cinque anni, da tre e mezzo è ministro della Protezione civile: si assuma le sue responsabilità, insieme a questa destra che in Regione ha sprecato i soldi per il dissesto idrogeologico. C’era un commissario, ma è stato arrestato per corruzione».

Non si tratta solo di usare le risorse bloccate per il ponte e per ora inutilizzabili, ma di battere mali atavici come la lentezza, la burocrazia, i conflitti. Ad Alì Terme è scomparso un campetto per bambini e ci stanno pensando le suore: hanno raccolto subito 12mila euro con un crowdfunding. A Nizza, un privato cittadino promette di ricomprare la statua di Padre Pio andata distrutta, perché al paese l’aveva regalata suo padre.

I cittadini ci sono. La solidarietà si muove. Ma il governo è lento, elefantiaco, distratto. Dice Savoca: «Ho paura che sia come quando c’è il morto e al funerale e al lutto vengono tutti. Solo che poi, passano due settimane, e non si vede più nessuno». Dalle undici alle quattro del pomeriggio, con una pioggia intermittente che non vuole smettere nonostante sia spuntato il sole, i paesi colpiti dal ciclone Harry sono sovrastati da un testardo arcobaleno. Sta lì nell’indifferenza generale, come a ricordare quanto sia magico lo Stretto che abbiamo davanti. Quanta bellezza trascurata lo circondi. Quanta cura servirebbe, per salvarla.

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