La notte del 9 ottobre 1963, un’enorme frana si staccò dal Monte Toc e precipitò nel bacino artificiale del Vajont, provocando un’onda di proporzioni apocalittiche che travolse i paesi sottostanti, in particolare Longarone, Erto e Casso. In pochi minuti, oltre 1.900 persone persero la vita. Famiglie intere furono cancellate, case e sogni spazzati via da una colata d’acqua e fango che cambiò per sempre il volto di quelle vallate e la coscienza del Paese.
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Rischio già noto
La tragedia del Vajont non fu soltanto un disastro naturale, ma anche una vicenda giudiziaria che mise in luce gravi responsabilità umane e istituzionali. Già nelle ore successive alla sciagura, emerse che il rischio di una frana nel bacino era noto da tempo: studi geologici e segnalazioni di tecnici avevano più volte evidenziato l’instabilità del versante del Monte Toc, ma gli avvertimenti furono ignorati o sottovalutati.
Il processo
Il processo si aprì nel 1968 a L’Aquila, dopo che fu deciso di spostare il dibattimento dal Veneto per ragioni di ordine pubblico. Al centro delle accuse, i dirigenti della Sade (Società Adriatica di Elettricità), che aveva costruito la diga, e alcuni funzionari statali che avevano autorizzato i lavori e la gestione dell’impianto. Il procedimento si concluse nel 1971 con la condanna dell’ingegner Carlo Semenza, progettista della diga, e di Edoardo Callegari e Franco Pancini, dirigenti della Sade, per omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Molti altri imputati furono assolti, ma la sentenza riconobbe per la prima volta in modo ufficiale che la tragedia non era stata una fatalità, bensì il risultato di negligenze, errori di valutazione e mancanza di precauzioni.
I risarcimenti
La Corte stabilì che le operazioni di riempimento e svuotamento del bacino avevano aggravato la frattura del monte, provocando il distacco del fronte di frana. Il processo d’appello, conclusosi nel 1975, ridusse alcune pene, ma confermò le responsabilità principali. Le vittime e i loro familiari ricevettero risarcimenti solo dopo lunghi anni di battaglie legali, mentre la ricostruzione dei paesi distrutti richiese decenni. Oggi, il Vajont resta nella memoria collettiva anche come una lezione di giustizia tardiva, simbolo di un Paese che, dopo la tragedia, comprese l’urgenza di un nuovo approccio alla sicurezza ambientale e alla trasparenza nelle opere pubbliche.