Fuoco, metallo e vento: lo spirito olimpico nella mia fiaccola minimal
di Carlo RattiTre anni fa abbiamo iniziato a lavorare, insieme alla Fondazione Milano Cortina 2026 e a Eni, al progetto della torcia olimpica/paralimpica per i prossimi Giochi invernali, che si apriranno venerdì 6 febbraio a Milano.
Prima reazione: entusiasmo. Seconda reazione: panico. Per un designer, infatti, progettare un simbolo globale non è mai solo una questione di forma: significa tentare di incapsulare in un oggetto i valori di un’epoca. Ma quali sono i valori del nostro presente, nel momento in cui il mondo sembra allontanarsi ogni giorno di più dagli ideali olimpici? In cui l’amicizia tra i popoli diventa antagonismo e il rispetto si trasforma in bullismo?
La nostra risposta è stata cercare di fare l’opposto di quello che si fa di solito: ci siamo concentrati non tanto sull’oggetto, quanto sull’immateriale.
La staffetta olimpica è uno dei pochi rituali del mondo moderno che viaggia ancora come un mito. Passando di mano in mano, attraverso confini e paesaggi diversi, trasporta una fia…
Tre anni fa abbiamo iniziato a lavorare, insieme alla Fondazione Milano Cortina 2026 e a Eni, al progetto della torcia olimpica/paralimpica per i prossimi Giochi invernali, che si apriranno venerdì 6 febbraio a Milano.
Prima reazione: entusiasmo. Seconda reazione: panico. Per un designer, infatti, progettare un simbolo globale non è mai solo una questione di forma: significa tentare di incapsulare in un oggetto i valori di un’epoca. Ma quali sono i valori del nostro presente, nel momento in cui il mondo sembra allontanarsi ogni giorno di più dagli ideali olimpici? In cui l’amicizia tra i popoli diventa antagonismo e il rispetto si trasforma in bullismo?
La nostra risposta è stata cercare di fare l’opposto di quello che si fa di solito: ci siamo concentrati non tanto sull’oggetto, quanto sull’immateriale.
La staffetta olimpica è uno dei pochi rituali del mondo moderno che viaggia ancora come un mito. Passando di mano in mano, attraverso confini e paesaggi diversi, trasporta una fiamma accesa nell’antica Olimpia grazie a specchi a concentrazione solare. La torcia, quando arriva in un luogo, compie un piccolo miracolo civico: sospende per un attimo la vita quotidiana e invita una città a immaginarsi parte di qualcosa di più grande, più antico e più ostinatamente umano del presente. Da quasi un secolo, questo semplice gesto si ripete con insistenza, anticipando l’evento globale più seguito al mondo: le Olimpiadi.
Anche il nostro percorso progettuale è iniziato con una staffetta: una visita insieme alla Fondazione e a Versalis, (società chimica di Eni e Official supporter di Milano Cortina 2026) al Museo olimpico di Losanna. Lì, la collezione delle torce moderne mette in mostra, scolpita nel metallo e nel fuoco, una breve storia del design contemporaneo. Ognuna di esse riflette il proprio momento. Si incontrano icone senza tempo, come quelle progettate da Sori Yanagi per le Olimpiadi di Tokyo 1964 e Sapporo 1972, accanto a oggetti molto più decorativi. Davanti a quella sequenza nasce spontanea una domanda: che approccio seguire oggi?
Negli ultimi decenni, il design delle torce olimpiche ha spesso seguito una logica mutuata dalla cultura automobilistica: un cuore tecnico — il bruciatore dove nasce la fiamma — avvolto da una carrozzeria espressiva. La superficie mette in scena le emozioni, mentre il “motore” scompare in maniera discreta. L’esterno spesso allude all’identità nazionale: Parigi 2024 richiama la fluidità della Senna, Tokyo 2020 evoca i fiori di ciliegio.
Nel nostro lavoro abbiamo cercato di invertire questo rapporto, concentrandoci sull’immateriale piuttosto che sull’oggetto. In fin dei conti, il cuore è la fiamma. Il fuoco è uno degli elementi transculturali più potenti dell’umanità. Rimanda a miti antichi e a una tecnologia primordiale — il sole che diventa fiamma con gli specchi leggendari di Archimede, la fiamma che a sua volta arde nei templi e nelle chiese. Nell’antica Olimpia, il fuoco era legato a Estia, dea del focolare e della comunità.
Abbiamo così considerato il nucleo tecnico come un dato di partenza e ridotto la torcia alla sua forma più essenziale, lasciando solo ciò che era strutturalmente necessario. Il risultato è un design minimale, diverso dalla maggior parte dei precedenti — nonché una delle torce olimpiche più maneggevoli e leggere in assoluto (poco più di un chilogrammo). Il bruciatore, sviluppato da Cavagna Group, azienda italiana leader mondiale in questo settore, è visibile attraverso una fessura, che mostra come la fiamma nasce e viene modellata da aria, pressione e flussi.
Progettare meno, tuttavia, non significa progettare in maniera più semplice. Scolpire la fiamma ha richiesto una collaborazione interdisciplinare senza precedenti: non solo designer e architetti ma anche ingegneri, chimici e specialisti di materiali e aerodinamica. Il colore deriva dal bio Gpl prodotto da Enilive usando materie prime rinnovabili. La forma è stata dettata dalla necessità di resistere a venti estremi in alta quota — la staffetta è passata alla Capanna Margherita, sul Monte Rosa, pochi giorni fa — e per questo è stata sottoposta a ripetuti test di fluidodinamica. L’intensità del fuoco è stata raggiunta per contrasto con finitura riflettente in Pvd, basata sul deposito di molecole metalliche.
La risposta di pubblico e critica alla torcia e al braciere — anch’esso disegnato seguendo gli stessi principi — è stata sorprendentemente generosa e ci ha fatto riflettere. A volte noi designer aggiungiamo dettagli non necessari, così come una volta le chiese barocche accatastavano cherubini e dorature, convinti che un’ulteriore elemento avrebbe dato il tocco finale. Eppure, forse, l’epoca dell’eccesso sta volgendo al termine. Chissà che anche in America le sale da ballo “supersized” e i pastiche dorati stiano iniziando a stancare.
Inoltre, in un’epoca segnata da divisioni e conflitti, anche l’arte deve giocare la propria parte — come ammoniva un secolo fa Bertolt Brecht in Schlechte Zeit für Lyrik. Il design può allora aspirare a diventare un atto transculturale, capace di attingere a ciò che abbiamo in comune come esseri umani. Può svolgere un’importante funzione civica usando meno materiali, privilegiando la semplicità e mettendo in mostra non ciò che ci divide, ma ciò che ancora ci unisce. Magari partendo proprio dalla cerimonia di apertura delle Olimpiadi venerdì prossimo, quando, insieme ad altri miliardi di persone, ci abbandoneremo a un rito senza tempo attorno alla fiamma olimpica.
Architetto e ingegnere, Carlo Ratti insegna al Politecnico di Milano e al MIT di Boston ed è cofondatore dello studio di design e innovazione CRA — Carlo Ratti Associati. Nel 2025 ha diretto la Biennale Architettura di Venezia.