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Crans Montana, la seconda vita di Roze: “Rivivo quelle scene. I Moretti devono pagare”

Rozerin Özkaytan 

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Era al Constellation per scattare le foto della festa. Dopo tre settimane di coma si è risvegliata: “Voglio vederli in faccia”. E poi: Ho gli incubi, mi sveglio ogni notte anche se mi danno i farmaci per dormire: guardo se c’è mio padre, non riesco a stare da sola”
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Rozerin Özkaytan è di nuovo vicino casa dopo tre settimane in coma trascorse in un ospedale in Belgio. La notte non dorme per gli incubi e solo lo sguardo di papà Huseyin, che non la lascia mai, placa la paura. Le sue mani, coperte dai guanti, non potranno vedere il sole per due anni. Il viso da diciottenne è segnato dalle cicatrici. I capelli, un tempo lunghi, sono rasati. La notte di Capodanno Roze era al Constellation, arruolata dai gestori per scattare foto della festa. Lei è riuscita a salvarsi. Ricoverata in una clinica di Morges, vicino Losanna, parla dalla sua cameretta al quinto piano: «Quello che è successo non deve essere dimenticato. Con i Moretti sono arrabbiata: se potrò, parteciperò alle udienze, non ho paura di affrontarli faccia a faccia. Voglio solo giustizia».

Roze, come sta oggi?

«Adesso sto meglio».

Lo ripete spesso: non vuole che la sua storia sia dimenticata.

«Sì, e non solo la mia. Non voglio che venga dimenticato cos’è successo al Constellation».

Perché era lì…

Rozerin Özkaytan è di nuovo vicino casa dopo tre settimane in coma trascorse in un ospedale in Belgio. La notte non dorme per gli incubi e solo lo sguardo di papà Huseyin, che non la lascia mai, placa la paura. Le sue mani, coperte dai guanti, non potranno vedere il sole per due anni. Il viso da diciottenne è segnato dalle cicatrici. I capelli, un tempo lunghi, sono rasati. La notte di Capodanno Roze era al Constellation, arruolata dai gestori per scattare foto della festa. Lei è riuscita a salvarsi. Ricoverata in una clinica di Morges, vicino Losanna, parla dalla sua cameretta al quinto piano: «Quello che è successo non deve essere dimenticato. Con i Moretti sono arrabbiata: se potrò, parteciperò alle udienze, non ho paura di affrontarli faccia a faccia. Voglio solo giustizia».

Roze, come sta oggi?

«Adesso sto meglio».

Lo ripete spesso: non vuole che la sua storia sia dimenticata.

«Sì, e non solo la mia. Non voglio che venga dimenticato cos’è successo al Constellation».

Perché era lì a Capodanno?

«Per lavoro. Sono una community manager, scatto foto e video per Instagram. Al Constellation credo fosse il terzo shooting del mese».

La polizia ha la sua macchina fotografica.

«Sì, e dovrebbe essere rimasto salvato il video di Cyane (la cameriera col casco morta nel rogo, ndr) sulle spalle di uno dei ragazzi, con le bottiglie in mano».

Se la sente di raccontare cosa ricorda di quella notte?

«Certo. Ero lì 15 minuti prima del rogo. Ho preso la macchina fotografica e sono scesa al piano di sotto. Ho girato il video delle bottiglie (con le candele pirotecniche, ndr). Poi mi sono voltata e ho visto un piccolo incendio sul tetto. Sono salita al piano di sopra e ho cercato di urlare: “Dobbiamo andare via!”. Nessuno si è mosso, non avevano visto le fiamme quindi non mi hanno creduto. Poi tutti hanno cominciato a scappare e iniziavano a cadere... Sono caduta anch’io».

Come si è salvata?

«Ho visto una specie di finestra e sono uscita da lì. «Sono corsa verso una macchina e ho chiesto di chiamare le ambulanze. Ho trovato un posto dove mettere le mie mani nell’acqua perché sapevo che erano ustionate. Anche la mia faccia era bruciata».

Cos’ha fatto alla gamba?

«Penso che qualcuno l’abbia calpestata. La prossima settimana mi operano».

Lei ha parlato anche di Jessica Moretti.

«Quella sera era al piano di sotto. Quando sono salita non l’ho vista. Non ha aiutato nessuno, credo sia uscita subito. Ha solo guardato il Constellation e ha pianto. Andava in giro senza chiedere a nessuno se stesse bene».

Però ha chiamato i vigili del fuoco.

«Sappiamo che l’ha fatto. Tutto qui».

Cosa pensa dei Moretti?

«Sono arrabbiata perché quando sai che ci sono molti giovani nel tuo locale devi dire al tuo staff cosa fare se c’è ogni tipo di problema. Loro hanno creato un impero ma non hanno fatto niente. Non hanno spiegato dov’erano le porte di emergenza, come aprirle. Sono arrabbiata anche perché non hanno spento l’incendio con l’estintore. Mi chiedo se tutte quelle persone potevano ancora essere vive...».

Cosa si aspetta dalle indagini?

«Prima ero arrabbiata con me stessa. Ma ora voglio solo giustizia. Per me e le altre vittime. Spero si faccia chiarezza su chi non ha controllato il locale dal 2020 al 2025. Sul perché non è stata controllata quella schiuma sul soffitto. O sul fatto che quella sera si è dato da bere a ragazzi che avevano meno di 18 anni. Anche meno di 16».

Quel locale non era sicuro?

«Non lo era. Ma non lo sapevamo. Ho saputo che doveva avere tre uscite di sicurezza...».

Vuole partecipare alle udienze?

«Quando potrò, cercherò di andare. Non ho paura di trovarmi faccia a faccia con i Moretti perché loro non possono farmi nulla. E nemmeno io a loro».

Quali segni le ha lasciato l’incendio?

«Mi sono ustionata e dovrò indossare questi guanti per molto tempo. Non potrò stare al sole per almeno due anni. Ma non è nulla in confronto a quei genitori che hanno perso un figlio: tutta la loro vita se n’è andata. È davvero molto triste».

La notte riesce a dormire?

«No. Ho gli incubi. Rivedo quelle scene, il fuoco, la gente che urla o che fa il massaggio cardiaco. Mi sveglio anche se mi danno i farmaci: guardo se c’è mio padre o no, perché non riesco a stare da sola di notte».

Cosa spera per il suo futuro?

«Il mio sogno, fin da bambina, è quello di fare il medico. Sono molto interessata alla neurologia».

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